"Non badate a me, cerco solo di attirare l'attenzione" - Frances Ha

giovedì 23 ottobre 2014

Point and shoot

In realtà non avevo intenzione di scriverci su, ma a circa metà visione di Point and shoot ho preso il mio fidato quaderno e ho iniziato ad appuntare alcuni pensieri. La storia di questo documentario mi ha incuriosito sin da subito: Matt VanDyke è un uomo che parte via alla scoperta di se stesso, equipaggiato con una videocamera in modo da riprendere tutto. Una trama abbastanza vaga e anche comune, ma la cosa più interessante era proprio il fatto che questa non era una trama, in quanto il documentario era la storia vera di un uomo vero. Ben presto, ovviamente, la visione ha illustrato dettagli che una semplice premessa non poteva descrivere nel dettaglio: VanDyke è un figlio unico viziato dalla madre e dai nonni; è stato cresciuto con un forte senso di protezione, probabilmente per lui asfissiante perché ha fatto sì che egli crescesse e alimentasse una voglia di avventura così forte che a un certo punto lo ha portato all'evasione. Quanti di noi sognano di partire senza un itinerario preciso? Lui l'ha fatto: a bordo di una moto è partito verso l'Africa settentrionale.



È importante sottolineare che il documentario è diretto da Marshall Curry, non da VanDyke. Curry ha selezionato le riprese per il documentario, visionando le centinaia di ore di girato che VaDyke aveva registrato. Ciò significa che il punto di vista del racconto è comunque esterno, quindi più oggettivo di quanto lo sarebbe stato se fosse stato VanDyke stesso a occuparsene. È una caratteristica importante, perché ben presto il documentario apre il sipario e mostra due caratteri molto diversi tra loro proseguire parallelamente.
VanDyke soffre di un disturbo ossessivo compulsivo che lo obbligava a sottostare ad alcuni comportanti che egli stesso riteneva assurdi. Tra tutti, vorrei citarne uno che mi ha colpito particolarmente: poiché aveva la continua paura che avesse investito qualcuno, spesso tornava indietro per controllare e assicurarsi che non ci fosse nessun ferito ai lati della strada. Nel documentario c'è un breve montaggio di riprese di alcuni bordi stradali, mentre VanDyke dice: "Sono tornato indietro per controllare, ma non ho investito nessuno". Era adirato mentre assecondava i comportanti del DOC (disturbo ossessivo compulsivo), ma non ne aveva controllo. Tuttavia la cosa per me sbalorditiva, è che egli non ha fatto sì che questo disturbo fosse una limitazione per il proprio viaggio, che egli chiamava il "corso della virilità".

Con questo nome abbastanza stupido con il quale chiamare un viaggio, mi collego all'altra faccia del documentario. VanDyke infatti è un esibizionista: si ha l'impressione che si sia portato dietro una videocamera per un puro bisogno egocentrico, oltre a un tentativo di imitazioni di altri avventurieri che egli guardava in tv e ammirava. Infatti, VanDyke si metteva spesso in posa a favore di camera, e poiché era egli stesso a fare le riprese, ciò significava fare più volte lo stesso tragitto per girare l'inquadratura giusta. Fin qui niente di trascendentale, se non sentimenti contrastanti di ammirazione e antipatia verso un uomo esibizionista partito verso l'avventura. Ma poi inizia la seconda parte del documentario: durante il suo lungo viaggio era passato in Libia, trascorrendo lì abbastanza tempo da crearsi delle amicizie. Una volta tornato a casa, però, scoppia la Primavera Araba e in Libia viene messa in atto la rivoluzione per spodestare dal potere Gheddafi. Per aiutare i suoi amici, lui decide di ripartire alla volta della Libia per diventare un rivoluzionario. Matt VanDyke diventa Max Hunter (...), il suo alter ego più coraggioso rispetto al VanDyke che soffre di DOC.

A questo punto il suo lato esibizionista raggiunge vette abbastanza inquietanti, perché ora si mette in posa con un fucile in mano, mentre con un'occhio tenta di scoprire da dove lo stanno sparando e con l'altro controlla se è in posa. Lui lo dice: la rivoluzione in Libia è la guerra più filmata della storia; infatti, i rivoluzionari giocavano a fare Rambo, uscendo alla scoperta per sparare all'impazzata mentre gli amici li riprendevano con il telefonino. L'esibizionismo di ostentare una vita sui social network assumeva altre sfumature che mi hanno spinto a pormi diverse domande, ma la cosa interessante (lì per lì pensavo che mi stessero leggendo nella mente) era che il documentario mi anticipava e mi dava delle risposte. Quando mi chiedevo se lui fosse lì a fare il rivoluzionario soltanto per esibirsi, il documentario sottolineava questo aspetto e dava una spiegazione. Questo perché VanDyke aveva una consapevolezza abbastanza lucida di quello che stesse accadendo e di come i propri compagni militari vivessero la rivoluzione sapendo di essere ripresi. Senza anticiparvi nulla della seconda parte (solo un piccolo appunto su un'idea registica geniale per coprire le scene dove mancavano le riprese), si ascolta un uomo che si guarda indietro e non sa cosa pensare, seppur il documentario mostri entrambe le facce della medaglia. Non è così facile farsi una propria opinione, in quanto quello mostrato è un uomo che si mette in gioco e che, tutto sommato, viene perfettamente compreso dallo spettatore (o da me, in questo caso).


Quest'immagine mi ha spinto a scrivere questo articolo. Durante tutta la visione non ho potuto fare altro che pensare a Christopher McCandless, il ragazzo la cui storia viene raccontata nel film Into the wild. Entrambi giovanissimi, vanno in cerca dell'essenza della vita attraverso un'avventura, seppure diverse tra loro. La foto mi ha ricordato un'altra foto che ritrae McCandless mentre, sorridente, è poggiato al suo amato bus. Ora però cambia tutto: c'è un uomo che ha scelto (a prescindere dal motivo, ora è lì) di fare il rivoluzionario, poggiato a un muro in una città sotto assedio. Stessa premessa (due ragazzi amanti dell'avventura) in due generazioni differenti che probabilmente rispecchiano la società nella quale hanno vissuto: l'uno solo tra i boschi che nega la società, l'altro davanti un obiettivo (il SUO) in posa che tenta di imitarla (infatti, non si sente un rivoluzionario finché non si vede in TV - come se prima non fosse esistito). Il gioco di parole nel titolo viene perso se non si conosce bene l'inglese: Point and shoot può significare sia "mira e spara" che "indica e riprendi". Quali delle due azioni fa Matt VanDyke? Questo documentario è un ritratto stimolante, sia esso inquietante che entusiasmante. Il regista è capace di mostrare con onestà le varie sfaccettature dell'uomo inquadrato, ponendo e ponendosi le giuste domande. Si esce dalla visione con un senso di smarrimento. Una volta aperto il sipario, la rivoluzione può iniziare.
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