"Non badate a me, cerco solo di attirare l'attenzione" - Frances Ha

lunedì 3 novembre 2014

Boyhood


Non si può che rimanere incuriositi riguardo Boyhood una volta scoperto il lavoro che c'è dietro: il regista Richard Linklater ha girato il film a intermittenza nell'arco di 12 anni, testimoniando così la vera crescita di alcuni attori e l'invecchiamento di altri. Un esperimento cinematografico entusiasmante che ha subito destato la mia curiosità.

La storia (e illustrerò che lo è anche l'intero film) è quanto mai semplice: una famiglia separata, dove la mamma (Patricia Arquette) si occupa dei due figli, badando al loro mantenimento e alla loro crescita; il padre (Ethan Hawke) è assente e si presenta occasionalmente, limitandosi a passare qualche ora con i propri figli. 
Se prima della visione mi chiedevo come parlare del film e se separare la tecnica con la quale è stato girato dal film stesso, una volta che l'ho visto so che è difficile fare questa separazione perché Boyhood non solo utilizza con intelligenza il tempo che passa e lo fa proprio, ma gira intorno a esso sfruttando il suo progresso per raccontare una storia (seppur questa sia velata, quasi assente) che vuole prima di tutto essere spontanea. Laddove la scrittura, almeno per me, era un'incognita, perché l'esperimento è interessante ma alla fine è importante solo il risultato finale, in realtà rappresenta il punto più alto della bellezza di Boyhood: nella sua semplicità si limita a seguire le vicende che vive una normalissima famiglia con molti dei meccanismi che la crescita comporta. Se la storia è essenziale, meravigliosamente scandita da piccole situazioni, dettagli della vita quotidiana che si susseguono, la narrazione è in continua evoluzione grazie alla crescita reale del corpo degli attori (crescita e invecchiamento, che poi sono entrambe delle crescite). Proprio l'improvvisa trasformazione degli attori è una caratteristica esaltante, perché il tempo passa e loro non se ne accorgono, mentre lo spettatore nota i cambiamenti e la loro trasformazione. Le transizioni temporali o i cambi di situazioni sono spesso bruschi, ciò congiunge i passaggi della vita rendendola uniforme. 

Un'evoluzione così naturale sia della storia che dei personaggi è da attribuire soprattutto a una scrittura esperta. Mi ha entusiasmato l'assenza di alcuni capitoli e la mancata spiegazioni di alcune modifiche nella trama, ciò ha permesso di pormi delle domande sui personaggi per capire il loro carattere anche verso la fine del film. Per questo dicevo che è un film in continua evoluzione, perché anche (e soprattutto) alla fine si reinventa e ricomincia da zero. Proprio verso la conclusione, Boyhood mette in mostra un carattere più profondo, in linea con la crescita del protagonista: Mason Evans, interpretato da Ellar Coltrane, infatti diventa adulto, con le relative paure e domande che vengono con l'età. Queste ultime, seguono il percorso esistenziale del film: non sono banali né scontate, ma nella loro semplicità nascondono profonde verità. Si chiede cosa sia la vita e noi spettatori ce lo chiediamo con lui, perché Boyhood seppur non sia la vita, la rappresenta e la riproduce.  Mason è il vero protagonista del film, la sua educazione è il centro e la sua vita la struttura che lo regge. 
Una curiosità: la sorella di Mason non ha il suo stesso spazio nel film, ma anche lei cresce durante la durata. L'attrice è Lorelei Linklater, figlia del regista. 

Sono presenti alcuni elementi caratteristici dei tempi in cui sono state girate le scene, ma sono pochi. Nella prima parte sono per lo più indiretti, come diversi apparecchi tecnologici datati, tra cui un vecchio televisore e alcuni modelli di cellulari, ma nella seconda parte assumono più importanza: quindi arriva Facebook con i dovuti cambiamenti che ha apportato nelle vite quotidiane. C'è anche una componente politica la cui presenza è a volte palese, mentre altre volte modifica i personaggi in modo meno lampante. Devo ammettere che ho trovato riuscita la presenza indiretta di alcuni elementi coerenti con i tempi: come altre situazioni della vita dei personaggi, non prendono mai un posto rilevante e fanno sì che ogni cosa sia una presenza mai forzata e quindi naturale, così da dare maggior risalto ai personaggi e alle loro vicissitudini. Per questo, anche la regia di Linklater non è mai invasiva, seppur segua con attenzione i piccoli dettagli che fanno dei protagonisti figure interessanti da seguire. 

In conclusione, Boyhood è un esperimento cinematografico più che riuscito che non ha deluso le mie aspettative. Ci vuole talento per scrivere un film così essenziale che però raffiguri la complessità della vita. Chiudo con una citazione tratta dal film: "Chi vuoi diventare Mason? Che cosa vuoi fare?". 
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