domenica 11 gennaio 2015

Silvered Water - Syria Self-portrait


Scrivere riguardo un film del genere non è facile. L'idea stessa che noi spettatori abbiamo del cinema qui viene reinventata e stravolta. Allora quando un'opera è da ritenersi un film? E quando quest'opera può essere oggetto di una discussione, un'analisi filmica o addirittura essere riassunta in un voto, proprio come accade con gli altri film?

Silvered Water - Syria Self-portrait è un documentario che racconta la guerra civile siriana attraverso filmati amatoriali girati dai cittadini, da questo il nome "Syria Self-portrait". I registi sono Ossama Mohammed, che in quel periodo era in esilio in Francia, e Wiam Simav Bedirxan, insegnate nella città di Homs, una delle più colpite della guerra. I due si sono conosciuti tramite internet e riescono a comunicare grazie ai social-network. Il loro incontro è avvenuto durante la prima del documentario al festival di Cannes del 2014. Nella prima parte, Mohammed monta una serie di video di bassa qualità trovati in internet, non essendo fisicamente in Siria deve "accontentarsi". Ma nella seconda parte, dopo aver conosciuto Bedirxan che era in Siria, lei gli pone una domanda su cui poi si baserà l'intero documentario: chiede a Mohammed, se fosse lì, cosa avrebbe ripreso?

Tra i primi video c'è un ragazzo nudo, accucciato in quello che sembra l'angolo di una stanza. Si copre come può con le mani, ma ci riesce male. È visibilmente spaventato, il capo chino trasmette la paura che prova al cospetto di chi gli è di fronte e sta registrando quel video. Lo vediamo baciare uno stivale. Lo vediamo pestato da più mani. Lo vediamo preso a calci. Dopo scopriamo che quel ragazzo è stato catturato e torturato per aver scritto una frase contro il regime. Quando i genitori ne chiedono la liberazione, i soldati gli dicono: "Dimenticatelo, fate un altro figlio". Dimenticatelo. 

Ci sono numerose immagini sparse in tutta la durata che colpiscono lo spettatore con violenza. Ogni percezione che abbiamo riguardo la guerra, costruita in base ai film hollywoodiani, ai servizi dei telegiornali oppure agli articoli giornalistici, qui viene esposta in una delle forme più dirette: viene mostrata. Le immagini dei cadaveri abbandonati in mezzo alla strada che vengono arpionati da strumenti improvvisati, aggancianti con lanci e un po' di fortuna e infine trascinati al sicuro, fanno male. Uscire allo scoperto per recuperare i corpi significherebbe diventare bersaglio e farsi colpire. A causa di un lutto in famiglia, ho visto il corpo senza vita di una persona a me cara soltanto pochi mesi fa. Non ne avevo mai visto uno prima e per me osservare quel corpo abbandonato dalla persona è stato -- non so neanche descriverlo. Per quel corpo, i miei parenti e io provavamo un profondo rispetto: nonostante la persona a noi cara non esisteva più, quel corpo ne era stato l'involucro e ora era la testimonianza materiale della sua esistenza. Per le sensazioni che ancora riesco a provare al ricordo di quei giorni, guardare quei cadaveri abbandonati per strada è stato difficile. Immaginare le persone che contenevano quei corpi ora inermi, immaginare i loro pensieri, le immagini che guardavano quegli occhi che ora fissavano il vuoto. Ricordo che guardavo il corpo di mio nonno immobile sul letto e aspettavo che si muovesse, l'attesa era infinita; ora guardavo gli occhi di quegli sconosciuti e aspettavo che le palpebre sbattessero, oppure che la pancia si muovesse al ritmo del respiro. 

Il cinema può essere utilizzato come mezzo, vedete le installazioni audio-visive di alcuni artisti contemporanei, ma il fatto stesso che i due registi Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan mettano in gioco e in discussione la propria vita nel racconto fa pensare: Mohammed, oltre a raccontare la guerra, racconta il suo modo di viverla. Racconta le sue paure di persona ed è come se parlasse a un suo amico quando racconta la sua vigliaccheria e confessa i suoi pensieri. Il fatto di sentire al TG quanti morti ha provocato un determinato fatto tragico desensibilizza lo spettatore: quei fatti sono lontani, il numero di morti è uguale a quello dei morti ieri. Il racconto di Silvered Water - Syria Self-portrait, però, ci mette di fronte al fatto che quei morti siamo noi. I pensieri del regista e le sue paure quotidiane, sono le stesse nostre. Quando lui dice che sperava che Bedirxan scappasse via perché così sarebbe stata "vigliacca", cioè proprio come si sente lui a causa della sua lontananza dalla Siria, siamo noi quando speriamo che i nostri amici riescano nei loro obiettivi ma nello stesso tempo rapportiamo le loro vittorie ai nostri fallimenti. Per questo, Silvered Water - Syria Self-portrait avvicina la guerra allo spettatore come non era mai stato fatto, perché mostra le persone comuni - come noi - che sono obbligate ad affrontare una cosa così moralmente e fisicamente devastante come una guerra sulla propria terra, che coinvolge la propria gente. 

Quel ragazzo che doveva essere dimenticato dai propri genitori (riuscite a immaginare una cosa più brutta da sentirsi dire?) aveva dei desideri da persona comune, prima che gli strappassero le unghie dei piedi e delle mani. Prima di baciare quello stivale, immagina il regista, chi sognava di baciare? La sua ragazza? Quali altri erano i suoi desideri? I desideri di persona comune. Come dice anche il regista, quando il ragazzo bacia lo stivale, io ho sentito il sapore di quel bacio, perché quel ragazzo nudo ero io, una persona comunissima a cui era stata negata la libertà per un motivo che va oltre la mia persona fisica. Vedere trattata così una persona non è facile per lo spettatore (nella sua comodissima poltrona a casa, davanti la TV ad alta definizione). Personalmente per alcuni giorni ho osservato le persone e visto i loro diritti come qualcosa che può essere facilmente negata. Non sono una legge divina, ma la decisione di alcuni prepotenti che hanno scelto di non negarceli. Questo pensiero è destabilizzante, e il fatto che sia stato scatenato da un "film" mi ha fatto pensare alle domande in cima all'articolo: quando un'opera è da ritenersi un film? Cos'è un film? Questo documentario mi ha mostrato l'esistenza oltre i miei pensieri, gli stessi dettati dalla mia crescita e i punti di vista che ho creato con gli anni. Quando un'opera audio-visiva modella lo spettatore in questo modo, riformula ed estremizza il concetto stesso delle emozioni che si provano davanti a un film. In questo film le emozioni provate non sono di natura empatica, ma sono proprie, quelle umane e universali che credevamo addormentate ma che vengono risvegliate con prepotenza. Per questo Silvered Water - Syria Self-portrait per me si distacca da ogni opera che ho visto fino a ora: mi ha fatto provare emozioni vere che sono legate alla guerra mostrata, ma sono anche mie, di persona comune numero tot. Rende la sofferenza universale, anche se me ne vergogno a dirlo perché io non sono stato torturato. Ma nei giorni seguenti alla visione, mi sono sentito anche io imprigionato in una verità arrogante di cui ignoravo l'esistenza, o pensavo di conoscerla mentre non ne avevo la minima idea. 

Silvered Water - Syria Self-portrait è un racconto. Il regista è ben consapevole che il genere documentaristico, nonostante si accosti alla realtà in modo completamente differente dal film di finzione, ha comunque delle regole. Lui però se ne prende quasi gioco in una "scena", per così dire, che mi è rimasta impressa (tra le tante altre): vengono elencati una serie di generi cinematografici mentre vengono mostrate delle situazioni della realtà siriana che possono essere accostate a questi generi. Vediamo dei subacquei sott'acqua protestare contro il regine e mettere in scena, secondo il regista, il cinema fantascientifico. È un'idea simpatica, perché come il documentario stesso stravolge il genere mostrando la guerra come non avevo mai visto fare, ci viene mostrato come ogni genere, e quindi il cinema, in tempo di guerra assume tutt'altre sembianze. Nonostante tutto questo, il regista prende alcune scelte che si accostano al film come mezzo per raccontare una storia, perché nella parte finale sceglie di inserire una sorta di consolazione. Non certo un happy endings, ma uno sguardo un poco positivo: la documentarista segue le passeggiate di un bambino che, dopo aver visitato la tomba del padre (l'immagine del bambino che parla alla tomba del padre, dicendogli di avergli portato dei fiori, con quel tono scanzonato che solo un bambino può avere, mi ha spezzato il cuore), saltella tra la macerie (ascoltate i suoni dei piccoli sandali calpestare l'asfalto distrutto) e si entusiasma per una foglia troppo grande, o per aver trovato un fiore. 
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