"Non badate a me, cerco solo di attirare l'attenzione" - Frances Ha

martedì 2 agosto 2016

La bicicletta verde politicamente scorretta


I titoli di alcuni film mi tormentano per mesi, alcuni addirittura per anni, prima che io decida di arrendermi e di vederli. La maggior parte di essi, all'inizio della loro insistenza subliminale, erano titoli che nemmeno volevo vedere. È il caso del titolo di questo articolo, "La bicicletta verde". Ritrovavo il titolo di questo film un po' ovunque. Anzi, magari non è vero, ma è un titolo che resta impresso e io ricordo chiaramente di esserci inciampato più volte di quanto avrei voluto. Quando la scrittrice Igiaba Scego ha scritto un breve commento su un libro per ragazzi tratto proprio da questo film, ho pensato che l'universo mi stesse comunicando qualcosa. Non avrei voluto vederlo - non ne avevo nessun interesse - ma non guardavo il film d'autore da tanto tempo (in realtà, non guardo un film-e-basta da tanto tempo), così ho ceduto alle lusinghe di questa benedetta bicicletta verde.

In realtà, La bicicletta verde è un film molto importante. Interamente prodotto in Arabia Saudita, dove non esistono sale cinematografiche, e scritto e diretto dalla regista Haifaa al-Mansour, in un paese così restrittivo verso i diritti delle donne, porta con sé due grandi vittorie sociali. Anche il titolo originale sembra un tentativo di sollevare qualche spunto di riflessione: non è, infatti, La bicicletta verde, ma Wadjda, ovvero il nome della bambina protagonista della storia. Wadjda, nel suo piccolo, è una rivoluzionaria. Indossa vecchie scarpe di pezza anziché quelle tradizionali, va in giro con il viso scoperto e sogna di acquistare una bicicletta per battere in una corsa il suo compagno di giochi. Il problema è che in Arabia Saudita le donne hanno molti divieti, tra qui quello di guidare una bicicletta. Ma Wadjda ignora le regole, così fa di tutto per racimolare i soldi necessari per acquistare la tanto desiderata bicicletta verde.

A parer mio, c'è un piccolo problema: La bicicletta verde è soltanto un film mediocre. Sapete, da quando ho visto il film, mi balenano in testa una serie di domande. Nell'articolo che ho scritto su Silvered Water - Syria Self-Portrait mi sono chiesto quando un film vada considerato tale, sottostando alle regole di analisi e critica cinematografica. Il discorso è simile ma, con La bicicletta verde, nonostante il valore sociale sia altrettanto importante, mi trovo di fronte una situazione completamente diversa. Perché mi sentivo in colpa all'idea di dire che La bicicletta verde è un film grezzo, scritto male e diretto ancora peggio? Il discorso di analisi filmica che ho iniziato con Silvered Water, probabilmente qui avanza e si evolve, arrivando anche a sfiorare argomenti importanti come l'espressione del pensiero individuale. 

Di questi tempi, è difficile avere un'opinione riguardo un'opera in contrasto con quella della massa. Si è subito scambiati per qualcuno che cerca notorietà, dopo, ovviamente, essere linciati da commenti di negativi o addirittura d'odio. Questo dimostra che il pubblico apprezza le opere in un modo tanto personale, quasi passionale, da accendere in lui un sentimento di protezione quando vedono sollevate alcune critiche verso l'opera che hanno tanto adorato. Questo è un bene. Ma solleva anche un grave problema italiano: si evita di essere politicamente scorretti. Tutti i registi che hanno superato i sessanta sono dei maestri, tutti gli attori sono bravi ed è sempre interessante e stimolante lavorare con tutti. Che noia. 

Il motivo dell'eccessiva auto-censura che gli italiani (parlo di noi perché è l'unico popolo che conosco abbastanza bene da permettermi di esprimere un'opinione al riguardo) si sono imposti è dovuta all'incapacità di sollevare una discussione che sia equilibrata e basata su argomentazioni logiche. Nel caso criticassi La bicicletta verde in alcuni ambienti, verrei accusato di non essere sensibile all'argomento dei diritti delle donne saudite. Ci metto la mano sul fuoco. Questo perché non si separa una critica dall'oggetto analizzato, generalizzando l'opinione e rendendola un'accusa a niente di quello che l'opera esprime, ma ciò che c'è dietro l'opera. Parliamo di un Paese in cui si ha paura di ammettere la stupidità di un uomo nel caso in cui questo appartenesse a una minoranza, per paura che la propria opinione verso la persona venga scambiata per un commento razzista. C'è un problema di generalizzazione che non tiene conto di concetti alla base della discussione civile. Così, ogni film di un autore famoso è bellissimo e tutti gli uomini neri sono simpatici. Non è così. 


Ma tutto questo cosa c'entra con il film? Probabilmente niente. Anche io sono inciampato nell'auto-censura, evitando semplicemente di scrivere un articolo su La bicicletta verde in cui mi limitavo a esprimere la mia opinione negativa. Ma come dico anche poco sopra, l'idea di criticare un film così importante mi ha spinto a fare questo ragionamento, quindi ho voluto condividerlo. Anche Scego ne parla benissimo: "La pellicola ha ricevuto la candidatura all’Oscar nel 2013 e ha avuto un (meritato) successo planetario". La candidatura all'Oscar? Addirittura? 

Il film di al-Mansour è un film con una trama un po' banale. La regista ha dichiarato che le sue intenzioni non erano quelle di provocare, nonostante il film abbia una trama che inserita in quel particolare contesto socio-politico è a tutti gli effetti una provocazione. Ma nonostante le sue affermazioni, oltre la provocazione, o il presunto tentativo, non resta molto altro. Questo perché il film è pregno dei dogmi religiosi e dei tentativi della piccola Wadjda di resistergli. Non è di certo una colpa, nonostante le dichiarazione della regista. Tuttavia, il problema di "La bicicletta verde" nasce sempre lì, dove nascono tutti i problemi dei film poco riusciti: la sceneggiatura. La scrittura è poco incisiva e il racconto poco coinvolgente. Ci troviamo di fronte a un film in cui i personaggi hanno dialoghi poco verosimili e lo sviluppo della trama è abbastanza confusionario. Purtroppo ho capito sin dalle prime scene che il film era soltanto mediocre: l'inquadratura dei piedi di Wadjda che si muovono a ritmo, tagliati dal montaggio in un primo piano della bambina, dice tantissime cose, sia positive che negative. A me hanno subito trasmesso il volere da parte dell'autrice di girare un film classico che avesse un racconto chiaro e continuo. Ma nel cinema non basta inquadrare una situazione per trasmettere emozioni. 

Ma sapete cosa? Ammettere il fallimento di Haifaa al-Mansour equivale comunque a una vittoria. Nonostante la regista avesse esperienza anche prima di La bicicletta verde, parliamo pur sempre di un film d'esordio. Non si può negare che la notorietà del film, a parer mio sopravvalutata, sia soltanto da attribuire al contesto in cui è stato prodotto. Ma il cinema è la costruzione artistica del racconto, non le belle premesse dalle quale è stato scritto. Ben vengano le provocazioni sociali e i racconti ambientati in contesti difficili. Il cinema può e deve essere anche questo: una voce soffocata che utilizza le immagini per comunicare. O tentare di farlo, in questo caso. 
SHARE:

Nessun commento

Posta un commento

© Il grande re dei boschi

This site uses cookies from Google to deliver its services - Click here for information.

Blogger Template Created by pipdig