"Non badate a me, cerco solo di attirare l'attenzione" - Frances Ha

lunedì 18 settembre 2017

"Istanbul Istanbul" di Burhan Sönmez


"Quando non eravamo sotto tortura passavamo il tempo dormendo, chiacchierando e tramando dal freddo. Condividevamo i nostri sogni e costruivamo qui il nostro paradiso. Così come Istanbul nasconde i suoi segreti, anche noi li nascondevamo l'uno all'altro". Quattro uomini, prigionieri in una cella angusta, condividono il tempo di attesa tra una tortura e l'altra raccontandosi storie e ricordi. Il romanzo copre un arco narrativo lungo dieci giorni ed è formato da dieci capitoli, ognuno dei quali ha una voce narrante diversa tra i quattro prigionieri, che si scambiano il punto di vista sulla prigionia e sulla città di Istanbul, perché "Se un villaggio rappresenta l'infanzia della vita e la città l'età adulta, gli abitanti di Istanbul vivevano ancora in purgatorio come adolescenti problematici". La doppia Istanbul del titolo è l'immagine speculare di due città in una: la prima, quella in superficie, in decadenza, consumata dagli uomini che hanno smesso di vedere la sua bellezza; la seconda, quella sotterranea, dove i protagonisti del romanzo si consumano in ricordo di quella bellezza. 

Lo scrittore Burhan Sonmez (scritto Sönmez, perdonerete la semplificazione), costretto in esilio politico a Cambridge, in Inghilterra, in "Istanbul Istanbul" (suo terzo romanzo) racconta una storia che sembra essere stata scritta guardando fuori dalla finestra, su nel cielo, dove si inseguono le immagini nella memoria o si ricercano le risposte alle proprie domande sulla legittimità e la prepotenza delle azioni degli uomini. Il suo è un romanzo dal sapore amarognolo, quello del sangue caldo che sgorga dalle ferite aperte; un romanzo edificato sul dolore (fisico, ma soprattutto spirituale) dei protagonisti e sulla loro amarezza, causata dai dispiaceri e dalle separazioni dalle cose a cui pensano appena chiudono gli occhi. Ho in mente l'immagine di Sonmez che guarda fuori la finestra come i suoi personaggi guardavano la porta in ferro della loro cella. Li immagino in sospeso, in attesa di qualcosa, mentre insieme sognano la loro Istanbul.

Proprio guardando fuori la finestra che si scava negli angoli più reconditi della memoria. È in questo ambiente onirico che il romanzo pianta le sua fondamenta, perché la storia (così come i personaggi) si rifiuta di girare completamente intorno alla cella, ma dalla cella è costretta a partire. Sonmez non sceglie di farsi sottomettere dalle quattro mura, anzi le sfida offrendo al lettore un mondo immaginario che le scavalca, ma senza abbatterle; un mondo fantastico fatto di racconti e ricordi, dentro il quale scappare e rifugiarsi insieme ai protagonisti. Quindi il lettore ascolta le loro storie fantastiche (a volte si raccontano delle barzellette divertenti, altre volte si sfidano con degli indovinelli) dimenticando (almeno io lo dimenticavo) che a raccontarle fosse un prigioniero mezzo nudo e ricoperto di ferite, rinchiuso in una cella insieme ad altri uomini, probabilmente costretti a essere ammassati l'uno sull'altro. Questo perché Sonmez non è ossessivo nella descrizione degli aspetti più riprovevoli della prigionia (come accade nel capolavoro "Cecità" di José Saramago, per esempio), infatti non descrive dettagliatamente le sofferenze inflitte dalle torture ai protagonisti, se non in poche occasioni (lo stupendo penultimo capitolo contiene l'immagine più forte dell'intero romanzo). D'altronde, basterebbe che il lettore andasse oltre queste immagini oniriche e si soffermasse per un attimo a immaginare il luogo in cui si svolge l'intera storia (la cella, non uno di quelli rievocati dai ricordi) perché capisca la gravità della situazione. Quindi non c'era bisogno di essere sempre morbosamente fissato alla sofferenza che i personaggi patiscono (anche se sono soltanto scelte narrative, infatti in Cecità la morbosità è splendidamente connessa al contesto).

Alcune pagine (la maggior parte, a dire il vero) del romanzo sono delle esplorazioni fantastiche nelle cavità più remote della memoria e dell'immaginazione. In un contesto così crudelmente reale come una cella angusta, il potere della letteratura di Sonmez ci trasporta in un viaggio fatto di immagini quanto mai nitide e malinconiche. La sua capacità immaginativa mi ha sorpreso in più occasioni, in quanto è in grado di spostarsi dal luogo materiale a quello spirituale da una parola all'altra, inaspettatamente, e con una naturalezza che difficilmente le parole scritte, ovvero segni razionali disegnati nero su bianco, hanno saputo trasmettere in passato (mi viene in mente il meraviglioso capitolo finale di "Stoner" di John Edward Williams). In Istanbul Istanbul c'è dell'astrattismo letterale basato puramente sulla capacità dei protagonisti di raccontarsi (e poi di ascoltare) e auto-analizzarsi.

I quattro personaggi (uno studente, un barbiere, un dottore e un rivoluzionario) sono costruiti con abilità e competenza. I loro caratteri, a volte contrastanti, si ritrovano insieme nella sofferenza fisica che condividono in quella cella (pur senza fidarsi completamente l'uno dell'altro, come rivela la citazione che apre l'articolo, poiché si scambiano storie senza condividere segreti che potrebbero essere rivelati alle guardie. Senza rancore). La loro immaginazione (spesso tenera) li farà congiungere in un mondo immaginario dove poter trovare una boccata di pace. Nonostante tutto non riescono a essere uomini disillusi sia della vita e che di Istanbul, perché per loro la bellezza di questa città, seppure in decadenza, supera ogni forma di cattiveria che le guardie sono pronte a infliggergli.


Lo stesso titolo del romanzo ci suggerisce una chiave di lettura che si concentra sulla trasformazione che ha portato una città bellissima come Istanbul, impregnata di storia e di cultura, a diventare un'altra Istanbul che subisce il contesto politico instabile come quello attuale. Sonmez, però, non contestualizza la storia narrata a un tempo ben definito e non ci è dato sapere con certezza quali siano i motivi politici del movimento rivoluzionario che hanno spinto i protagonisti a diventare prigionieri. Questa scelta è interessante in quanto, nonostante la chiara ambientazione addirittura anticipata (e ripetuta) dal titolo del romanzo, il contesto politico al tempo stesso si annulla e si fonde con una sofferenza umana che rende il romanzo quasi universale, facendolo andare oltre alla singola città di Istanbul per arrivare a ogni prigioniero politico di ogni paese del mondo.

La mancanza delle motivazioni che hanno costretto i protagonisti prima a ribellarsi e poi a cadere prigionieri è un'esclusione importante, una scelta probabilmente presa per rendere Istanbul Istanbul principalmente un romanzo sulle persone, e soltanto dopo un romanzo con uno sfondo politico. D'altronde, la prigionia a cui sono costretti i protagonisti non ha nulla a che fare con la politica ed è soltanto una manifestazione (un'altra, l'ennesima) della malvagità dell'uomo. La loro è una costrizione così brutale da escludere o negare ogni tipo di giustificazione politica. Quindi, il motivo della reclusione non importa. Per Sonmez sembra che siano importanti altri aspetti della situazione, come la solidarietà che si crea tra i prigionieri che condividono il dolore (quello vero, fisico, brutale) e la capacità tutta umana di riuscire a trovare un appiglio (seppur immaginario) a cui aggrapparsi per sopravvivere. Anche per questo motivo, Istanbul Istanbul si innalza e si distacca dalla specifica situazione politica turca per diventare una storia sulla stoicità umana davanti alla sofferenza.

(Esprimo questo parere puramente personale nella consapevolezza che Sonmez stesso abbia dichiarato di essere sempre stato immerso nella vita politica, nonostante sogni un mondo pieno di discussioni letterarie, più che politiche. Inoltre, sin dal titolo del romanzo sembra più che evidente il contesto socio-politico in cui la storia è e vuole essere ambientata. Tuttavia, questa particolare chiave di lettura è quella che mi è venuta in mente durante la lettura del romanzo ed ero curioso, prima di svilupparla, poi di esprimerla.)

Però bisogna tenere chiarissima una cosa: Istanbul è un elemento più che fondamentale in questo romanzo. Sonmez la conosce perfettamente, in ogni angolo, in ogni posto di interesse e in ogni vicolo più celato, così in Istanbul Istanbul ne parla con vero amore, sincero, passionale, contrapposto a un senso di disgusto feroce per il progresso che ha portato la città a innalzare una difesa per difendere la propria bellezza. "Anche gli abitanti di Istanbul vivevano con la paura di perdere la loro città e facevano di tutto per distruggerne la bellezza. Sopra e sottoterra affondavano nel dolore, si attaccavano al male. Chiamavano libertà il deturpamento della città. Non riuscivano a vedere che il fine ultimo del male era distruggere la bellezza. Ma Istanbul riusciva a sentirlo. Opponeva resistenza alla stupidità umana. la grande città resisteva da sola, tentando di difendere la propria bellezza".

Quindi quella del romanzo è una lotta tra la bellezza della città contro la brutalità umana, che sia quella di una guardia carceraria che tortura un altro uomo o quella di un passante che ignora la bellezza della città. Un personaggio a un certo punto dice: "Io non mi sono unito ai rivoluzionari perché hanno un'idea sbagliata degli uomini. Credono che abbiano un'inclinazione al bene e che possano essere salvati dal male. Credono che l'egoismo e la crudeltà emergano solo in condizione avverse. Non vedono l'inferno che gli uomini hanno nelle loro anime, non si accorgono che gli uomini vogliono trasformare il mondo in un inferno. I rivoluzionari si rovinano la vita cercando la verità nel posto sbagliato. Gli uomini non possono guarire. Gli uomini non si possono salvare. L'unica salvezza è scappare da loro". Nonostante la lucidità con cui Sonmez descrive e racconta la malvagità delle persone, non sono riuscito a vedere nel romanzo una voce che dichiarasse la propria resa di fronte tale malvagità. Istanbul Istanbul è sicuramente un romanzo doloroso e difficile, tuttavia la bellezza magnifica della città che viene evocata dalle storie e dai ricordi raccontati è un contrasto troppo potente, luminoso e magico perché alla fine riesca a vincere la malvagità dell'uomo. Ed è proprio Istanbul, città fantastica e a tratti descritta con una vena onirica, che riesce a rievocare sia un appiglio a cui aggrapparsi che un rudere (quasi umano) contro cui arrabbiarsi, perché è proprio quella "città di sopra", la prima Istanbul, che ora li ignora e gli fa subire le torture peggiori.

Per concludere: Istanbul Istanbul di Burhan Sonmez è un romanzo scritto magnificamente che consiglio a chi vuole comprendere quanta forza possa offrire l'immaginazione disegnata dalle parole per superare le sofferenze e i dolori.
★★★
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