martedì 31 ottobre 2017

Il figlio di Saul


Siamo in un campo di concentramento nazista. Saul è un prigioniero ungherese che fa parte di un commando costretto a collaborare con i nazisti e assisterli nel loro sterminio. Un giorno, durante la pulizia di una camera a gas, un ragazzino incredibilmente sopravvissuto viene riconosciuto da Saul come suo figlio. Poco dopo, il ragazzino viene ucciso e per Saul inizia la ricerca di un rabbino per dargli una sepoltura dignitosa. 

L'obbligo morale di raccontare e divulgare diffusamente le atrocità avvenute durante un periodo storico tanto orribile e disumano come l'Olocausto si scontra con il carattere intrattenitore del cinema. Qualsiasi film ricordi che riguardasse tale argomento scommetteva tutto sulla storia: storie intense e significative, ovviamente dolorose e spiacevoli. Questa decisione era probabilmente imposta dalla carenza di intuizione e (con ragione) dal riguardo smisurato verso un argomento così difficile. È ammissibile che ci sia esitazione: ogni tipo di messa in scena, per quanto cauta, va in conflitto con la natura complessa dell'argomento; probabilmente a causa del fatto che un film, per quanto voglia risultare autentico, non potrà mai esserlo davvero in quanto la rielaborazione cinematografica, con la sua indole artificiosa, dovrà per forza enfatizzare e quindi falsificare la testimonianza. 

Però la responsabilità di divulgazione resta: bisogna conservare e consegnare alla memoria ogni traccia, ogni testimonianza, e in questo un'arte tanto diffusa e immediata come il cinema non può che tornare vantaggiosa. Occorre però capire come tutelare l'indispensabile riguardo verso l'argomento, senza attenuare la sua inconcepibile disumanità. "Il figlio di Saul", incredibile opera prima del regista ungherese László Nemes, sembra aver azzeccato la messa in scena adeguata per narrare l'Olocausto. D'ora in avanti, qualsiasi film vorrà riportare tale periodo storico, dovrà confrontarsi con l'ottima realizzazione di questo magnifico film. 

L'opera di Nemes, straordinariamente ambiziosa e caratteristica, impiega i mezzi cinematografici per mettere in scena un'esperienza visiva che per importanza è equidistante alla trama. Così, durante la visione di Il figlio di Saul ho avuto l'impressione che non ci sia mai stato un altro modo giusto per raccontare l'Olocausto. Il film di fatto è un'esperienza terribile, un orrore continuo fatto di immagini e suoni che causano un tormento concreto. La scelta del direttore della fotografia Mátyás Erdély è quella di un'immagine in 4:3, in modo che la forma quadrata, incorniciata dalle bande nere laterali, desse al film un aspetto più opprimente. A questo aspetto si aggiunge la scelta della messa a fuoco: il film è girato con lunghi piano-sequenza che rincorrono Saul nei suoi movimenti per il campo di concentramento; la messa a fuoco è concentrata sulla sua figura, spesso di spalle, creando così un senso asfissiante con le immagini sfocate che si vedono sullo sfondo. Questa scelta stilistica così estremista è geniale e contribuisce a creare un'angoscia crudele e spesso inaspettata: tra le figure sfocate dello sfondo vediamo di sfuggita e confusamente gli orrori che accadono intorno a Saul; questa tecnica crea un ambiente di contorno nebuloso, reso più preciso da poche immagini più nitide che lasciano immaginare alcuni fatti brutali. I corpi nudi trascinati come sacchi, l'acqua sporca di rosso, la sala dell'autopsia, il modo in cui il dottore uccide il figlio di Saul: niente di tutto questo viene mostrato direttamente, ciò nonostante la tecnica di ripresa lascia che lo spettatore immagini ogni cosa, mentre osserva scene sfocate e mosse. Di fatto le immagini omesse sono il fulcro dell'esperienza del film: tutto è sottinteso, ma sempre perfettamente comprensibile. Una messa in scena così disordinata (almeno visivamente, perché la realizzazione richiede molta abilità) riesce a creare distintamente l'inferno che dovevano essere quei posti.

La componente sonora è altrettanto influente: il frastuono è costante e di scena in scena si ascoltano rumori incomprensibili, altre volte un silenzio greve. Il figlio di Saul è un film che non si ferma mai, le scene sono dinamiche e spesso inaspettate e la componente sonora fa da contorno a questo incubo visivo. Ai suoni si aggiungono le voci: ascoltiamo di continuo voci e urla incomprensibili, comprese quelle dei nazisti che spesso non sono nemmeno tradotte. Sentiamo le urla selvagge dei loro ordini e li immaginiamo nello sfondo di quel chiasso. Nella prima parte del film, la loro figura si può soltanto immaginare: l'inquadratura si concentra su Saul e immaginiamo i nazisti soltanto attraverso figure che passano di sfuggita o mani che malmenano i prigionieri. Quando il film sceglie di sottotitolare i dialoghi (invece la lingua ungherese è doppiata in italiano), ho trovato un linguaggio nazista che utilizza termini come "Spostare i pezzi" quando ordina di sistemare i cadaveri per la cremazione. Un linguaggio così diretto e brutale, senza alcun tipo di elaborazione per smorzarlo, influisce con la severità di questa esperienza cinematografica.


Oltre la messa in scena, ho trovato una storia che sembra quasi un pretesto. La ricerca disperata di Saul sembra spinta da un convincimento che non persuade mai lo spettatore, il quale resta così spaesato davanti all'esperienza visiva nel film che non si convincerà mai che quel corpo appartiene davvero al figlio di Saul. Non è uno spoiler, infatti credo che tale dubbio faccia parte del film e si insinui nella narrazione istantaneamente. Così la ricerca di Saul diventa altro: un appiglio estremo a un'ultima forma di equità in quell'inferno. D'altronde il bambino inaspettatamente non muore nella camera a gas, come a volersi distinguere e rappresentare l'illusione di una speranza di sopravvivenza contro la spietatezza nazista. In questa ricerca, Saul, interpretato dal bravissimo attore e poeta ungherese Géza Röhrig, si muove con determinazione nel campo di concentramento; il suo sguardo vuoto, fisso a guardare il pavimento per rispetto delle guardie, trasmette il carattere di un uomo svuotato di ogni calore umano. Lo vediamo muoversi con paura, ormai distaccato dal valore delle terribili mansioni che gli ordinano. A un certo punto dice: "Siamo già morti"; quindi si muove assorto da quella che sembra uno squilibrio ormai irreparabile. Privato di ogni tipo tipo di individualità, mi sono chiesto: com'era Saul prima di essere catturato? Com'era il suo carattere? Lui, insieme agli altri personaggi e alle comparse, trasmettono la vacuità che l'Olocausto scavava nelle persone, privandoli di fatto del significato, anche più banale, anche più scontato, dell'esistenza.

La potenza più maestosa di Il figlio di Saul sta nello spingere lo spettatore a immaginare la disumanità che pervadeva quei posti, dove delle persone venivano sterminate meticolosamente. Mai, prima d'ora, avevo davvero immaginato, anche lontanamente, l'atmosfera che doveva permeare in quell'inferno: le urla incessanti, le immagini di corpi ammassati. L'ingegno e la furbizia artistica di Nemes sta proprio nell'immaginazione: mostrando poco o nulla, lascia che lo spettatore venga immerso ancora più profondamente nell'esperienza. Così facendo priva l'argomento dal carattere intrattenitore di cui parlo all'inizio dell'articolo, secondo me, perché niente è spettacolarizzato nonostante la curiosa scelta della messa in scena. Sarà difficile, se non impossibile, realizzare un film sull'Olocausto più bello, ma soprattutto efficace.

Il figlio di Saul è un'opera prima che nel 2015 ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes; nel 2016 ha vinto il Premio come miglior film straniero sia agli Oscar che ai Golden Globe, mentre in Italia ha vinto il David di Donatello come Miglior film dell'Unione Europea; nel 2017 ha vinto il premio come Miglior film straniero ai British Academy Film Award.

Un capolavoro splendido, un'esperienza indimenticabile. 

★★★★★
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