domenica 29 ottobre 2017

Land of mine - Sotto la sabbia


Dopo la resa della Germania nel 1945, un gruppo di giovani soldati tedeschi viene impiegato in Danimarca per bonificare una spiaggia e rimuovere le milioni di mine che i soldati tedeschi avevano sotterrato durante il conflitto. Poco più che ragazzi, saranno costretti a rimuovere le mine a mani nude sotto la stretta sorveglianza di un sergente. 

Siamo cinematograficamente lontani da "Il ponte sul fiume Kwai"; ovvero, lontani da quando nel 1957 il capolavoro diretto da David Lean stabiliva distinzione nette tra i due gruppi generici di bravi e di cattivi, di carcerari e di prigionieri; lontani da quelle maccaniche patriote, in cui la storia si sottometteva alla brama accecante di offrire un film memorabile. 

In Land of mine, diretto da Martin Zandvliet, il cinema viene adoperato per dare nuova vita a quegli individui che la storia ha ormai classificato come mostruosi, senza tenere conto dei casi specifici. Infatti, i soldati tedeschi, abitualmente presentati come il nemico (leggi: comparse da accoppare), qui sono dei giovani ragazzi comuni che "Chiamano la mamma quando hanno paura" (cit. film). Impiegati per un lavoro rischioso e difficile, subiscono un rancore feroce da parte di soldati danesi infuriati, lacerati dalla guerra, i quali vengono rappresentati con meschinità, contrariamente alla rappresentazione solita di altri film ambientati in questo periodo storico. Questa sorta di inversione di ruoli scopre il punto debole nella distinzione degli incarichi dei personaggi per il coinvolgimento dello spettatore che di solito avviene nei resoconti cinematografici. L'identificazione dell'antagonista in Land of mine rovescia le regole solite per appassionare lo spettatore nel racconto di una storia fatta di abusi e ingiustizie; una storia in cui un paese infranto aggredisce dei giovani soldati soltanto perché sono deboli ed esponenti del loro nemico. Questa ricollocazione, però, non punta alla provocazione. In sessant'anni il cinema ha vissuto un progresso incredibile, grazie al quale Land of mine può descrivere una situazione così ambigua senza provocare un'ingiuria o inutili polemiche.

I soldati tedeschi sono dei ragazzini che subiscono un'oppressione per una prepotenza nazista di cui non sembrano aver mai fatto parte. In realtà, il film non lo dice mai; così quei ragazzini diventano manodopera da assoggettare senza rimpianti soltanto perché sono tedeschi; in quanto tali, ogni prepotenza da loro patita è legittimata. Questa prevaricazione viene mostrata con onestà artistica; la scrittura, infatti, risulta addirittura neutrale e mostra di entrambi gli schieramenti sia comportamenti buoni che cattivi, invalidando di fatto ogni tipo di suddivisione per accomunare ogni soldato di ogni nazionalità a un singolo esponente sia della gentilezza e che della malvagità umana. Perché è questo lo scopo sia del racconto che dell'inversione dei ruoli: la disumanità viene manifestata da alcuni individui in quanto malvagi e non per la collocazione nel loro ruolo. Quindi ci sono solo persone e non funzioni; e visto che l'identificazione dello spettatore avviene tramite un gruppo di ragazzini tedeschi, ecco spiegato come l'intenzione del film di Zandvliet non solo è innovatrice, ma soprattutto conquistata. 

Land of mine è un film emozionale che punta alla sensibilizzazione delle conseguenze più profonde e inconfessate della guerra, le stesse subite dalle persone singole che vanno estrapolate dal gruppo a cui appartengono. Oltre al gruppo di ragazzini tedeschi e ai soldati danesi, in particolare il personaggio del sergente simboleggia la contraddizione interiore che la guerra scatena in un uomo. Le magnifica scena iniziale del film è una rappresentazione perfetta della rabbia patriottica provata da molti soldati moralmente martoriati dalla guerra; mentre la scena finale, altrettanto autentica e umana, è altresì una scena di rabbia, ma più conscia e meno accecata. 


Bisogna riconoscere che senza la direzione artistica e la dedizione dedicata alla componente tecnica, Land of mine non sarebbe stato altrettanto emozionante. Inizio con la fotografia, curata da Camilla Hjelm Knudsen. La scelta cromatica amplifica la luce e diminuisce la saturazione, rendendo così i colori smorzati e sbiaditi e le luci abbaglianti. È suggestivo vedere le silhouette dei ragazzini camminare sulla landa bianca del deserto. Inoltre, l'immagine ruvida rivela la volgarità della guerra. La qualità del dettaglio raggiunto dalla tecnologia moderna aiuta il trucco eccezionale e mostra con efficienza e incisività sia i visi sudici dei ragazzini che le ferite delle loro carni dilaniate. Di fatto, c'è un'atmosfera di guerra nonostante non ci siano scene di battaglia. All'immagine si accosta un comparto sonoro esemplare. Sin dall'inizio, quando lo schermo è ancora nero e riusciamo a sentire il suono di un respiro, Land of mine annuncia la sua attenzione e la minuzia per la cura dei suoni. L'ho visto con le cuffie, ciò mi ha permesso di apprezzare l'interessamento verso quei suoni di solito complementari: nelle scene di agitazione delle disinnescazioni delle mine, i dettagli verso i respiri nervosi e lo scricchiolare delle viti creano un'atmosfera di preoccupazione. Anche l'assenza del suono è rilevante (in una scena in particolare), comprovando che la voce del dolore è forte anche senza fare rumore. Infine, c'è il montaggio: lontano dall'essere convenzionale, si differenzia per alcuni tagli netti e un ritmo scorrevole e intenso. 

La sceneggiatura di Land of mine è nitida ed efficace, volutamente sbrigativa e poco approfondita. A conti fatti, non regala alcuna sorpresa e persino le esplosioni che vogliono essere improvvise non lo sono mai, anzi sono tutte previste. Tuttavia, il racconto è efficace, ambasciatore di un messaggio difficile e scomodo messo in scena con capacità e sensibilità. 

Land of mine è il cinema che mi piace: prevedibile ma toccante. 

★★★★☆
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