giovedì 26 ottobre 2017

Personal Shopper



Maureen è una personal shopper che si sposta da una città all'altra per spendere migliaia di euro in abiti e accessori per conto di una donna influente. Mentre lavora i suoi pensieri sono sempre altrove: Maureen infatti è una medium e vorrebbe entrare in contatto con il fratello gemello morto da poco. 

L'altro giorno pensavo che molti spettatori affermano che un film per piacergli deve avere determinate caratteristiche, mentre il cinema teoricamente è libero da ogni logica e si basa su principi puramente immaginari. Da una parte c'è lo spettatore chiuso nella propria previsione, speranzoso di trovare nel prossimo film ciò che cerca; dall'altra parte c'è un'arte mutevole che non dovrebbe essere logica ma astratta, sfuggente. È il cinema che tendenzialmente si adatta allo spettatore mentre dovrebbe essere il contrario: il cinema dovrebbe essere libero da ogni limitazione espressiva e gli spettatori non dovrebbero avere vincoli come i gusti personali, così da accogliere con entusiasmo ogni esperienza cinematografica. 

"Personal Shopper" di Olivier Assayas è un film liberato, polimorfo, svincolato dalla limitazione della trama per esprimere una propria individualità. Di fatto, infrange ogni tipo di obbligo anche verso i generi cinematografici: vengono mostrate scene con fantasmi che non vogliono spaventare e misteri che non vogliono essere risolti. Dunque, ritengo Personal Shopper un film con un'integrità speciale, fedele soltanto a se stesso; un film vivo, multiforme, complesso ma nello steso tempo immediato, che mette in scena una storia intrigante che coinvolge sin dai primi quadri, quando è ancora nella fase introduttiva. A film inoltrato, finalmente ci si rende conto che non c'è una collocazione precisa in un genere, non c'è una trama precisa che si sviluppa, ma la narrazione mostra una serie di intrecci che sembrano svincolati tra di loro; ho assistito a un miscuglio emancipato dalla metodologia solita di fare cinema.

Maureen sembra perduta in una vita che non le appartiene, intrappolata, svuotata da qualsiasi luce esistenziale. Assayas sperimenta con il linguaggio filmico per mescolare i contenuti in modo da confondere e disorientare lo spettatore, camuffando il nocciolo attorno al quale la protagonista si muove; per questo, predilige una messa in scena semplice, nella quale le scene sono spesso fotografate con pochissima luce, altre sono praticamente buie; la fotografia magnifica che preferisce la luce naturale è accompagnata più volte dal silenzio. Dunque, una messa in scena semplice per scortare la narrazione di una vita piatta e monotona, nella quale Maureen sembra aver perso la capacità di poter avere ciò che vuole, poiché lontana dal proprio compagno e impossibilitata a indossare abiti appariscenti, femminili, sensuali, anche se li tratta ogni giorno, perché il suo ruolo è essere soltanto un manichino (letteralmente) all'ombra di chi conta davvero. Quindi è proprio in questa monotonia, in questa non-vita quotidiana, che cerca l'indizio di una speranza: aggrappata a ogni coincidenza, mentre invece ignora segnali più importanti, Maureen ricerca la propria identità mentre la sua vita prosegue replicata, giorno dopo giorno; lontana dai propri affetti, lontana dal mondo materiale, in un'attesa incessante che la costringe a ignorare l'ovvio per ricercare l'imprevedibile che la faccia tornare in vita. Che le dia una vita.


In questo film così onesto e autentico, Kirsten Stewart si muove con una bravura che mi ha colto alla sprovvista. Nei panni di un personaggio che sembra esserle stato cucito addosso, un personaggio flemmatico e impassibile, la Stewart appare a proprio agio e la sua fisionomia si sposa perfettamente con il carattere introverso di Maureen. La sua disinvoltura crea quasi disagio nello spettatore, il quale in alcune scene si sentirà un intruso, un guardone, una presenza invadente testimone della rifioritura di una donna, della sua distensione e dalla realizzazione di uno dei suoi desideri. Ma soprattutto, spettatore di una sorella che probabilmente non riesce ad affrontare l'elaborazione del lutto per la morte del fratello, anche se la sua ricerca di contatto è soprattutto personale, addirittura quasi egoistica.

Quindi Assayas non fa che utilizzare vari temi per il proprio scopo: quello di contraddire il linguaggio filmico ed esaminare approfonditamente il rapporto moderno tra individuo, società e tecnologia. Per questo motivo, personalmente ritengo Personal Shopper un'opera cinematografica che, come dico anche in cima all'articolo, non andrebbe giudicata e quindi limitata come film ordinario. L'opera di Assayas si discosta da questa definizione e rovescia le regole per dare vita a un film che utilizza il linguaggio cinematografico per scopi propri, puramente personali. È una sperimentazione intima che ha l'abilità di disorientare nonostante la sua identità esplicitata. In un mercato dove lo spettatore cerca sempre di precisare, e quindi circoscrivere, Personal Shopper si muove sciolto da ogni vincolo, fedele soltanto a se stesso.

Ho vissuto un'esperienza inaspettata, dove l'atmosfera intrigante e la direzione artistica hanno giocato un ruolo fondamentale. Da vedere e rivedere.

★★★★☆
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