domenica 15 ottobre 2017

The Meyerowitz stories (New and Selected)


La famiglia Meyerowitz, composta da un capofamiglia impegnativo, un vecchio scultore fiero e vanitoso, e tre figli tra loro figliastri, frutto di quattro matrimoni diversi, si ritroverà a fronteggiare una circostanza particolare che li darà occasione di chiarire vecchie divergenze. 

L'articolo non contiene spoiler sulla trama; l'unica rivelazione l'ho inserita sotto forma di nota a piè di pagina. 

Il titolo del nuovo film di Noah Baumbach è perspicuo: le storie dei Meyerowitz. Diviso in capitoli, il film narra le vite dei componenti della famiglia in questione; vite alla deriva, sprovviste però di quella drammaticità esagerata tipica di alcune produzioni cinematografiche. La famiglia Meyerowitz è tutto sommato comune: i personaggi, sofferenti per una figura paterna così ingombrante, affrontano le loro vite disordinate nella certezza segreta di essere stati sottoposti a un'educazione scorretta; eppure, The Meyerowitz stories non è per nulla tragico, in quanto Baumbach preferisce offrire una storia senza eccessi, quasi essenziale. Così tanto essenziale che a tratti ho avuto la leggera impressione di assistere a un film-replica, una cosa che sapeva di già visto. Questo perché non è un film che presenta sorprese: la narrazione prosegue nelle sue vicissitudini insolite, basate unicamente sulle avversità dei personaggi. Nonostante non offra nulla di inedito, resta un film con un intento preciso, e lo conquista per merito soprattutto della sensibilità della scrittura e il fascino dei personaggi articolati.

La narrazione si erige principalmente sui personaggi e le loro personalità; le quali, siccome sono così diversificate, si scontrano in conflitti pur di risaltare nel nucleo familiare e guadagnarsi la giusta considerazione. Un personaggio a un certo punto dice: "Non capirete mai cosa significa essere me in questa famiglia", ma nessuno lo capisce e il ruolo di tutti è confinato, predisposto dalla figura paterna, dalle sue attenzioni e il suo apprezzamento. E in effetti è questo il tema principale del film: la figura paterna. Il patriarca, interpretato da un Dustin Hoffman in ottima forma, il quale sorregge e guida il film proprio come il suo personaggio fa con la propria famiglia, con le sue filosofie di vita e il suo caratteraccio da vecchio artista, trascura il peso e le conseguenze della propria onestà; da artista vanitoso quale è, vive nella sicurezza che la sua spontaneità sia una genialità di cui tutti hanno bisogno, senza tener conto di nuocere ai suoi figli. Loro, difatti, sono stati forgiati negativamente dalla vanitosa figura paterna e vivono inconsapevolmente nel mezzo di due ruoli, quello del figlio sottovalutato e del padre disadatto, in una veste rassomigliante a quella del padre disfattista al quale non riescono a opporsi. 

Ma c'è aria di cambiamenti nella famiglia Meyerowitz: separazioni, l'inizio dell'università; ciò conduce i personaggi all'accettazione dell'estromissione dalla famiglia, da cui si sono sentiti sempre esclusi, per andare alla ricerca del proprio mondo. Affrontare il rinnovamento reca dei danni: la redenzione di lesioni morali provoca danni fisici; tuttavia è questo quello che comporta la scarcerazione da una collocazione di cui non si fa parte. 


Noah Baumbach scrive e dirige un film sobrio su un'insorgenza che molti di noi possono capire.  La narrazione è lineare e più che una storia si avvicina a un flusso vitale, come se i suoi personaggi fossero esseri viventi e il film fosse soltanto una finestra sulla loro realtà. Mi è piaciuta la semplicità dei dialoghi e la loro abilità nel costruire i personaggi: con ciò che viene detto e non detto e nel modo in cui viene detto. Ciò evidenzia l'intonazione spontanea con cui Baumbach voleva definire il film. La divisione per capitoli viene sfruttata un po' male, poiché alla fine predomina comunque il nucleo familiare sui singoli. Invece mi è piaciuto l'uso del tempo: l'omissione di alcuni sviluppi rimpiazzati da salti temporali, oppure il taglio netto tra alcuni cambi di scena; come se la dinamicità della vita non consentisse una cognizione completa di ogni avvenimento. Infine, la parte centrale l'ho trovata un po' debole¹. 

Il talento di Baumbach nel dirigere gli attori e fare dei personaggi il cuore delle sue opere qui si riconferma. Gli attori tutto sommato riescono a realizzare un ritratto credibile. Oltre al già citato Hoffman, nel film recitano Adam Sendler, Ben Stiller ed Emma Thompson. Il talento di quest'ultima purtroppo viene sprecato, in quanto il suo è un personaggio fin troppo secondario. Stiller è a proprio agio in un ruolo che sembra essergli cucito addosso, con tutto ciò che di positivo e negativo che questo comporta. La sorpresa è Sendler, almeno in parte: se dalla sua filmografia abbiamo imparato che è perfettamente in grado di partecipare a una commedia da home video, c'è anche un precedente, "Ubriaco d'amore" di Paul Thomas Anderson, nel quale ci aveva già dato prova di essere capace di recitare bene sotto la direzione di un autore dotato.

Per concludere: "The Meyerowitz stories" è un film su un argomento importantissimo. Semplice, lineare, a tratti persino divertente, racconta la difficoltà di crescere e di perdonare. Consigliato.
★★★☆☆
¹ Probabilmente dovuto all'essenza di Hoffman, in quanto il suo personaggio va in coma. Credo, infatti, che l'intero film si regga su di esso. 

SHARE:

2 commenti

© Uno spettatore qualsiasi

This site uses cookies from Google to deliver its services - Click here for information.

Blogger Template Created by pipdig