domenica 26 novembre 2017

Sieranevada


Una famiglia rumena si riunisce per svolgere, tra imprevisti, discussioni e contrasti, un pranzo come commemorazione per il decesso del capofamiglia, avvenuto quaranta giorni prima.

In "Sieranevada" Cristi Puiu radicalizza ed esaspera la metodica della messa in scena e ridimensiona il suo ruolo di autore per disorientare e opprimere lo spettatore. Il risultato è un'opera grandiosa che origlia i propri personaggi mentre cerca di capirli e farli conoscere. 

Il punto di vista di Puiu è quello di un osservatore che non si intromette: le inquadrature sono fisse, costantemente, e roteano su se stesse per seguire le azioni che le circondano; filmano le circostanze, gli avvenimenti, riprendono i personaggi che si muovono, discutono. Le cineprese lavorano istintivamente, con una prestazione che, per quanto sia singolare, è corrispondente intrinsecamente allo scopo della loro ideazione, ovvero si limitano a riportare lo spettacolo, senza interporsi, senza condizionare la scena; da spettatore abile e preparato, il racconto non partecipa né pedina i personaggi: li origlia, li osserva; talvolta con inadeguatezza visiva: alcune inquadrature sono scure, in altre la visuale è coperta da personaggi di passaggio, in altre ancora l'azione si svolge lontano dalla visibilità; questo perché ogni cosa in Sieranevada è genuina, dalla luce naturale che illumina le scene ai movimenti sinceri dei personaggi. Quindi, le inquadrature fisse, le quali riprendono le scene in lunghi piano-sequenza, non sono un vincolo al racconto; in un contesto come quello del film (un intimo pranzo familiare) non ci si può che adattare all'ambiente e offrire uno spettacolo ossequioso.

La mancanza di stravolgimento del racconto consente una messa in scena impeccabile che non risulta contraffatta, nella quale gli attori si spostano in movimenti, immagino coreografati con diligenza e puntualità, che non appaiono per nulla sofisticati, ma anzi risultano incredibilmente ordinari. In questa recita, la puntualità delle azioni raggiunge il coronamento dell'artificio cinematografico: anche nell'imperfezione di alcune movenze, si percepisce la realizzazione esemplare di una creazione narrativa sia sincera che illusoria. Di fatto la narrazione è un intruso che però non invade; in una supposizione del tutto infondata ho immaginato che l'osservatore possa essere nientemeno che il capofamiglia deceduto, il quale osserva la sua parentela, immobile, incapace di interagire. 

Il palcoscenico di questo spettacolo è la casa familiare: la location è atipica per le riprese di un film, in quanto l'ambiente è piccolo, le stanze sono striminzite; questo aspetto crea limitazioni, in quanto i personaggi (e la macchina da presa?) sono limitati dallo spazio angusto, il quale è insufficiente per contenere una riunione familiare così numerosa. Qui la regia di Puiu impiega gli spazi ridotti per opprimere lo spettatore; la grandezza dell'ambiente è circoscritto e delimita il punto di vista del racconto; a ciò, si aggiunge la discrezione dei personaggi, i quali chiudono frequentemente le porte, creando talvolta scene di stallo in cui le scene si arrestano: lo spettatore è rimasto nell'ingresso (ricordiamo: la cinepresa non si sposta mai), con l'inquadratura che gira su se stessa in cerca di qualcosa da vedere, ma trova tutte porte chiuse. Un magnifico indizio dell'estremizzazione di Puiu che, però, scende a qualche compromesso, senza però soccombere mai. È ovviamente la scelta insolita della location che si adatta ai piani registici e non viceversa. Infatti, questo spazio rimpicciolito obbliga a un avvicinamento fisico, schiacciato e intimo tra i personaggi; come se l'avvicinamento compresso obbligasse a un confronto; queste discussioni sono poco vincolate dalla richiesta drammatica del cinema e invece sono più conformi ai tipici comportamenti familiari che accadono durante queste riunioni, nei quali si manifestano quelle classiche competizioni futili tra i componenti della famiglia.


La messa in scena genuina ovviamente è sorretta e nutrita da una sceneggiatura eccezionale. In un contesto intimo così autentico, le conversazioni implicano quei meccanismi familiari che regolarmente avvengono: così, assistiamo a litigi tra fratelli, ascoltiamo commenti pungenti sottintesi o più espliciti e assistiamo persino alla banalità; questo perché i personaggi sono delineati con una mediocrità ordinaria, senza ampollosità. Loro, con isterismo e irritabilità, inscenano quei conflitti familiari tra i vari ruoli che mirano a far prevalere la propria figura (mi viene in mente The Meyerowitz stories di Noah Baumbach). Questa esaltazione è talvolta sintomo di innocenza e inesperienza; altre volte invece è sintomo di un carattere autoritario, il quale si impone con prepotenza. Questi meccanismi sono incredibilmente autentici: la sceneggiatura si destreggia nella complessità delle varie psicologie e ne esce trionfante, offrendo un racconto pulito, lineare, mai forzato; non ci sono quei momenti obbligati di presentazione davanti allo spettatore, nei quali due fratelli inscenano un dialogo forzato per far comprendere il loro legame; infatti, in Sieranevada, anche verso la fine non avevo inteso perfettamente tutti i gradi di parentela, poiché la loro decifrazione non era mai stata necessaria nel racconto. Questa scrittura così meticolosa e minimalista  mi piace moltissimo, perché oltre a risultare spontanea e coinvolgente, richiede applicazione da parte dello spettatore.

In questo gioco di sottintesi, le discussioni politiche presenti nel film assumono una rilevanza più considerevole di quanto il film stesso ci riferisce. Dove la narrazione non viene forzata, sono omesse delle indicazioni importanti; ciò costringe lo spettatore a riempire le mancanze con le proprie informazioni. Assistiamo all'influenza che i discorsi politici, da quelli di complottisti assillanti a quelli agitati del post-comunismo, provocano in questi contesti familiari di riunione e discussione; per forza di cose, gli argomenti di conversazione saranno intralciati e condizionati, senza però che ci si arrivi a un compromesso tra le parti. Personalmente, non ritengo Sieranevada un film particolarmente interessato a certi discorsi; questi ultimi, li vedo inseriti nelle circostanze quasi come una formalità, vista la contemporaneità dei fatti presi in discussione. È vero, Sieranevada è un film, quindi c'è premeditazione in ogni parola detta, per quanto questa possa sembrare spontanea; nonostante ciò, continuo a vedere la presenza di questi discorsi come un ramo della caratterizzazione della naturalezza di queste riunioni familiari più che una vera e propria critica politica. D'altronde Puiu non prende una posizione, sia a livello registico che narrativo; per questo Sieranevada è uno spirito libero, slegato da ogni alleanza politica. Puiu osserva e poi mostra, senza dire altro all'infuori di quello che dicono, e non dicono, i suoi personaggi; questi, a loro volta osservano e ascoltano come accadrebbe nel mondo reale, senza essere condizionati dall'idea di dover per forza mettere un punto sia alle discussioni che al film. E quindi, come risoluzione a questi fatti aggrovigliati e intricati, meglio farsi una sonora e grassa risata.

Sieranevada è un film che consiglio a tutti; nessuno, infatti, dovrebbe fermarsi davanti alla durata di quasi tre ore ed evitare di vederlo. Non è sempre facile seguirlo, ciò nonostante è un progetto ambizioso più che riuscito. Racconta il faticoso pranzo di una famiglia ordinaria in cui nessuno mangia mai.

★★★★☆
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