sabato 18 novembre 2017

The place


Un misterioso uomo seduto al tavolino di un bar, il "The place", esaudisce ogni desiderio in cambio di un accordo che prevede il compimento di determinate azioni, come aggressioni e prepotenze. 

Paolo Genovese riunisce un cast corale per mettere in scena il soggetto tratto dalla serie TV "The booth at the end" creata da Christopher Kubasik (la trovate su Netflix); per farlo, non si prende molte responsabilità, anzi si rinchiude nel soggetto originale fino a lasciarsi ostacolare. Il risultato era immaginabile, anche senza pregiudizi. The place si appropria disonestamente di un soggetto originale per proporlo a un pubblico italiano renitente verso film troppo inconsueti e surreali; infatti, immagino la meraviglia, ma anche il disorientamento, di uno spettatore che si ritrova davanti il film di Genovese senza aver visto la serie TV.

Il risultato è un film artificioso che sembra un esercizio di scrittura, perché il ruolo simbolico dei personaggi è figurato ed evidente. Per questo, The place non è verosimile, e nemmeno vorrebbe esserlo; quindi, andrebbe visto, secondo me, più come un'esibizione artistica, un'opera che trascende il cinema e personifica sul piano materiale sensazioni umane di solito impercettibili. La storia non mostra gli avvenimenti dei personaggi ma furbescamente ne racconta minuziosamente le reazioni spontanee, impulsive, involontarie. I personaggi, per me, sono tutti innaturali, tuttavia proprio nell'esposizione psicoanalitica delle loro reazioni si manifesta un'indole profondamente umana. Nonostante le loro continue controproposte all'accordo del personaggio di Mastrandrea, infatti, non si tireranno comunque indietro: anche davanti alle loro perplessità, torneranno in quel bar per misurarsi con la loro personalità più cupa e incomprensibile; questo, ovvero la carrellata di personaggi che, discutendo e scontrandosi con ciò che sono pronti a fare pur di raggiungere il proprio obiettivo, genera in loro un'ira falsificata che li spinge ad additare come un mostro il personaggio di Mastrandrea, vale a dire quello meno inquietate del film. 

Alcuni personaggi cercheranno di capire su un piano concreto chi o cosa sia l'Uomo misterioso, e anche se le sue risposte non saranno chiarificatrici come vorrebbero (e come vorrebbe lo spettatore), saranno comunque più esaurienti di quanto sembra: la sua figura è un tramite, una figura chimerica con il solo scopo di mostrare le conseguenze delle scelte individuali. Se si osserva il film su un piano puramente metafisico, ogni personaggio va visto sotto un'ottica allegorica, pertanto è svantaggioso ricercare con forza una spiegazione realista. Quindi, il personaggio dell'Uomo misterioso si muove congiuntamente alla narrazione, compiacendola: la determina e la compone attraverso situazioni reali poste in un contesto utopistico. È lui a creare gli sviluppi, uno studioso che sperimenta sulla natura umana; uno studioso che si serve dell'egoismo altrui per conoscere e dimostrare l'insuccesso della classificazione sociale che delimita e contiene le persone, le quali hanno pensieri e sensazioni recondite più complesse di quelle che mostrano abitualmente. 

Questo presupposto rappresenta una forza drammatica molto intrigante; infatti, il film coinvolge onestamente, incuriosendo lo spettatore attraverso la continuazione delle situazioni e il modo in cui esse si intrecceranno tra di loro. Soprattutto, lo spettatore verrà attirato dalle conseguenze e dalle ripercussioni che avranno le scelte dei personaggi sulle vite altrui; sulle quali si abbatteranno i risultati volontari e involontari esercitati dalle scelte di perfetti sconosciuti. 


Ma c'è un problema: l'opera di Paolo Genovese non è di Paolo Genovese. Nonostante il lodevole tentativo di offrire al pubblico italiano un film così immaginativo, The place perde ogni tipo di caratterizzazione nostrana e viene in parte sconfitto dal tentativo di derubare un'idea geniale, senza riuscire a farla propria. Il film è lento, colpa di una messa in scena banale che giustamente punta unicamente sugli attori e le storie dei personaggi; dei primi c'è poco da dire, in quanto si divertono a interpretare una sceneggiatura teatrale e artificiale. Alcuni di loro sono bravi ed essenziali, altri non riescono a reggere gli sviluppi esasperati dei propri personaggi. Sono le loro storie che esclusivamente mandano avanti il film, ma lo fanno per la disposizione voyeuristica dello spettatore. In tutto questo, la direzione artistica si intravede soltanto nella gestione dei personaggi, in quanto il casting ha scelto gli attori perfetti per le parti, screditando in parte le loro performance poiché caratterizzate con impronte caratteriali già viste e riviste in altri film. A questo punto, forzando un po' la mano, potrei intravedere un volere metacinematografico di Genovese di estrarre gli attori dai loro ruoli soliti per mostrarli sotto una veste più umana, ma ho paura di esagerare con le elucubrazioni.

Quindi, se gli attori avanzano da soli, la narrazione si muove in un incessante campo e controcampo, il soggetto e gran parte dei dialoghi sono presi da una serie TV, cosa resta di Paolo Genovese? Non molto, in effetti. Anche se The place (lentamente) funziona, è privo di quell'impronta sia nostrana che autoriale determinante per renderlo un film personale e caratteristico. A peggiorare le cose ci si mette una colonna sonora a dir poco orribile: capisco la difficoltà nell'accompagnare musicalmente un film così statico, ciò nonostante il pianoforte persistente che scoppia in una musica più movimentata in alcune scene non riesce mai ad armonizzarsi con le scene. E come ciliegina sulla torta il film finisce in un modo pessimo, bruttissimo, con una scena stupida, inspiegabile, che dimentica l'intero svolgimento del film. 

The place non vuol essere italiano: parte da un soggetto di una serie americana e si offre con un titolo inglese. Peccato abbia dimenticato la sua natura nostrana e che Genovese si sia dimenticato di renderlo proprio.

★★☆☆☆


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3 commenti

  1. "Non è verosimile e non vuole esserlo". Ho pensato esattamente lo stesso.
    Non mi aspettavo troppo in più però, sinceramente, non apprezzando moltissimo Genovese.

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    1. La sua (s)fortuna è stata girare Perfetti sconosciuti, film osannato sia da critica e pubblico ed esportato all'estero sia con uscite internazionali che remake. Nonostante ciò, non è certo un autore del calibro di Virzì, Garrone o Sorrentino. Anche se ammetto che secondo me è stato coraggioso a girare The Place dopo un successo commerciale come Perfetti sconosciuti.

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