domenica 12 novembre 2017

Mindhunter - Prima stagione


Siamo nel 1977. L'agente speciale dell'FBI Holden Ford ritiene che il metodo di classificazione degli omicidi abbia bisogno di un perfezionamento. Troverà nell'agente veterano Bill Tench un compagno con cui andare a intervistare in prigione pericolosi pluriomicidi per tratteggiare una loro profilazione criminale più modernizzata. Intervista dopo intervista, arriveranno a creare un termine specifico per i criminali che studiano: serial killer

Nell'articolo non sono presenti spoiler; alcuni approfondimenti e analisi più specifiche sono presenti sotto forma di note a piè di pagina. 

In questa società voyeuristica incredibilmente attratta dalla cronaca nera, dove nuove serie crime nascono (e muoiono) come comparse digitali in un film di guerra, arriva Mindhunter. La serie prodotta, tra gli altri, da David Fincher (anche regista di quattro episodi, ma ne parlerò dopo) e distribuita da Netflix, però prende scelte narrative e artistiche diverse dalle serie solite del genere: per intenderci, Mindhunter non è Criminal Minds - serie fruttuosa e popolare, la quale sfrutta l'argomento criminale con malizia, mostrando in ogni modo quelle trappole narrative per attirare il pubblico. Invece, Mindhunter azzarda e concepisce un nuovo modo di girare thriller in TV, mettendo in primissimo piano una narrazione fondata sui dialoghi e la psicologia dei personaggi.

Di fatto, direi che Mindhunter nemmeno somiglia a una serie TV come di solito viene intesa; questo perché intriga e appassiona non per quel desiderio irragionevole di sapere come prosegue, intrappolati in quegli espedienti narrativi tipici delle serie (es. tramite colpi di scena a fine episodio); Mindhunter non sembra una serie TV perché, anche se non ha una narrazione continuativa come un film, la storia avanza in una struttura articolata che soltanto alla fine assume un significato[1]. I lunghi tempi messi a disposizione dagli episodi permettono di approfondire ed esaminare un argomento così vasto e complicato; permettono di sviscerarlo in lunghi dialoghi e interrogatori in scene che durano anche venti minuti. Con questi tempi, la scrittura può costruire una psicologia dei personaggi multiforme e più solida rispetto a un film. D'altronde, il materiale da cui partire era tanto, poiché Mindhunter è tratto da un libro[2].


L'elemento più riuscito della serie è senz'altro la scrittura; da essa infatti parte ogni idea narrativa ingegnosa e rinnovativa. Per esempio, mi è piaciuto moltissimo la scelta di non mostrare mai immagini violente. Se ci pensate è un controsenso visto il genere; in altre serie simili, infatti, non mancano scene di aggressioni e ricostruzioni minuziose di delitti. Invece in Mindhunter si percorre un'altra strada: i crimini violenti vengono raccontati da chi li ha compiuti; mentre ascoltiamo i racconti nei dettagli, vediamo gli assassini dritto negli occhi. In questo modo si crea un'atmosfera inquieta, una rappresentazione lucida e tangibile che analizza una follia irrazionale. Ovviamente, ciò non sarebbe stato possibile senza l'esecuzione di un'atmosfera ansiosa e una recitazione straordinaria di tutti i personaggi. Su tutti, l'attore più bravo è sicuramente Cameron Britton, il quale interpreta il primo serial killer che viene intervistato: Edmund Kemper. Omicida esistente veramente, il suo personaggio è fondamentale per l'intera ricerca alla base del soggetto perché con la sua follia agghiacciante spinge i protagonisti a proseguire. I colloqui con Kemper resteranno, per me, quelli più riusciti: nonostante nella stagione verranno intervistati diversi pluriomicidi, e tutti saranno particolari e stimolanti, le interviste con Kemper saranno quelle più angoscianti. La bravura di Britton farà sì che la naturalezza e la flemma con cui si parlerà di argomenti così violenti provocherà una sensazione di disagio. Ancora ricordo l'atmosfera pesante di quando, nella scena di un episodio, rompe la quarta parete: guarda dritto in camera e racconta con ragionevolezza la sua follia. Dopo scene così bisogna mettere pausa e farsi un tè caldo. 

Nonostante non mostri scene aggressive quando ha l'occasione, la capacità di Mindhunter sta nel far provare comunque una forma di disagio poiché comunica, attraverso alcune scene[3], che la violenza è in appostamento e la narrazione non ha certo paura di mostrarla. Quindi le atmosfere inquiete sono sempre in bilico nella probabilità che la situazione possa degenerare improvvisamente. Quindi, definirei Mindhunter una serie cruda, perché nonostante non vengano mostrate scene violente, l'atmosfera e la lucidità dei dialoghi annulla comunque ogni tipo di filtro tra crudeltà e spettatore. Questo abbattimento fa sì che lo spettatore stia in una continua apprensione[4].  

L'omissione dei meccanismi classici del genere si ritrova anche nella narrazione dei casi di omicidio su cui i due protagonisti indagano. Più che un volere morboso di capire chi sia stato il colpevole, la serie si concentra sulla decifrazione del movente. L'esposizione dei casi è semplicemente magnifica. Anche qui i tempi degli episodi permettono alla narrazione di approfondire le sfaccettature dei casi, i quali impiegheranno anche diversi episodi per concludersi. Le indagini sono della durata giusta, senza dover sottostare né alle regole rigide di una serie crime dove tendenzialmente il colpevole si trova in 50 minuti, né alla lunghezza media di un film di 90 minuti. Inoltre, non c'è enfatizzazione nelle indagini: non sono forzate, non sono melodrammatiche, né annacquate. Hanno, semplicemente, dei tempi perfetti. 


Nella seconda parte della stagione i tre protagonisti avranno un'importanza più rilevante in quanto da semplici agenti speciali diventeranno più umani; in questo modo, si mostreranno le conseguenze personali che un lavoro che tratta argomenti così oscuri può ripercuotere su esperti che, tutto sommato, non sono che persone. La capacità della scrittura farà in modo che la trama principale e le sottotrame viaggeranno parallelamente, mescolandosi e influenzandosi con astuzia e spontaneità. La narrazione non è mai artificiosa, anzi, con talento farà in modo che anche situazioni ordinarie diventino affascinanti[5][6].

Sotto il profilo puramente tecnico, Mindhunter mostra un'anima cinematografica. Si ha più volte l'impressione di guardare un film, poiché la qualità è eccellente. La fotografia rifinita sostiene l'atmosfera angosciante della scrittura e raffigura perfettamente le location ambientate nell'America dei sobborghi, le quali, sono caratterizzate con un clima volgare, come se specchiassero perfettamente l'immoralità che nascondono le persone. La regia affidata a Fincher nei primi due e negli ultimi due episodi[7] si rivela una scelta di successo, in quanto saranno gli episodi più importanti della stagione. L'episodio pilota sembra lento perché, come ho indicato sopra, soltanto alla fine si ha il quadro complessivo dell'opera e, senza saperne nulla, si inizia la serie senza la consapevolezza di guardare una serie diversa, innovativa; tuttavia, nonostante la bravura degli altri registi, quando manca Fincher si percepisce: il suo punto di vista autoriale si nota eccome. 

Splendida la raffinatezza di concludere il secondo episodio con la canzone dei Talking Heads, Psycho Killer. Pensavo: non possono farlo davvero, e invece per fortuna mi sbagliavo. È proprio dal quel punto che Mindhunter che vi avrà definitivamente conquistato. 

Dopo quindici anni da X-Files siamo tornati negli scantinati dell'FBI per seguire le vicissitudini di altri due agenti che vanno contro i normali protocolli. Mindhunter è una serie imperdibile.

★★★★☆

1. Per questo motivo, le scenette che nella seconda metà della stagione aprono gli episodi risultano inconcludenti: soltanto alla fine, quando il presunto assassino decide di non agire, capiamo che, a prescindere dal lavoro accurato della squadra speciale, là fuori esiste comunque chi pianifica crimini violenti e sceglie di muoversi secondo i propri tempi o capricci. La morale della serie che ho percepito è proprio questa: il male agisce indisturbato, ovunque.
2. "Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano", scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, il quale nella serie è interpretato da Jonathan Groff.
3. La scena del suicidio nell'episodio pilota, o quella improvvisa dell'incidente automobilistico; oppure, la visione di sfuggita di alcune fotografie delle scene del crimine.
4. Così tanto da sospettare che linea narrativa di Ford possa improvvisamente degenerare.
5. La sottotrama del gatto è intrigante e si offre e più congetture; David Fincher pensa che il gatto sia sparito perché ucciso da un ragazzino, poiché tendenzialmente i serial killer iniziano uccidendo gli animali; mentre l'attrice Anna Torv ha dichiarato: "Questo gatto rappresenta tutte le vittime senza volto, e ci rendiamo conto della loro morte solo perché le famiglie da cui provengono le stanno cercando. Ed ora c’è questo piccolo gatto abbandonato, di cui nessuno se ne importa. Se fosse una persona, accadrebbe la stessa cosa", spiegazione che ritengo più plausibile.
6. Il dibattito etico riguardo gli atteggiamenti curiosi del preside che chiede ai bambini di togliersi le scarpe è semplicemente geniale. 
7. L'inquadratura dell'ultimo episodio che insegue l'agente Ford mentre corre nel corridoio, che da mossa si stabilizza, vale l'intera stagione. Dopo una prima visione ho da fare una considerazione sul finale: la mia personale interpretazione si basa sul fatto che la sicurezza di Ford lo abbia spinto in situazioni oltre la sua portata, sottovalutando la pericolosità del suo lavoro. Non credo che Kemper volesse ucciderlo, tuttavia gli ha dimostrato che, nonostante tutto, potrebbe farlo. 
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