sabato 16 dicembre 2017

La ruota delle meraviglie


Carolina (Juno Temple) è nei guai e per nascondersi va nell'ultimo posto in cui la cercherebbero: torna a casa di suo padre (Jim Belushi) che non vede da anni. Intanto, la nuova moglie del padre (Kate Winslet) vive una crisi e si invaghisce di un giovane con aspirazioni da scrittore (Justin Timberlake).

In La ruota delle meraviglie, nuovo film (o dovrei dire: il film del 2017) scritto e diretto da Woody Allen, troviamo le solite situazioni del cinema del regista: personaggi esauriti che vivono le loro disavventure, le quali si intrecciano e si aggrovigliano in risvolti ormai prevedibili. Il risultato è un dramma particolarmente monocorde che avanza pigramente nella noia e nella totale mancanza di contenuti artistici. 

Il problema di La ruota delle meraviglie è lo stesso di tutti (o quasi) gli ultimi film di Woody Allen: l'identità cinematografica indistinta, quasi incoerente con se stessa. Qui una bravissima Kate Winslet interpreta una donna esaurita, una cameriera piena di rimpianti che sogna con malinconia i tempi andati in cui faceva l'attrice; il suo personaggio è tipico del cinema di Allen, a metà tra Cecilia di La rosa purpurea del Cairo e Jasmine di Blue Jasmine: un personaggio avvilito dalla vita, il quale non riesce a gestire la propria emotività e finisce per distruggersi. Quando inevitabilmente accade, La ruota delle meraviglie fa quello che ha già fatto per tutta la sua durata: niente. La scena in questione, gravata di un'intensa carica emotiva, rappresenta l'intero fallimento del film: seguita da una regia stanca, viene accompagnata da una canzone inserita completamente fuori contesto; una canzone leggera, tipica degli anni (cinquanta) in cui è ambientata la storia. 

L'inserimento di questa canzone rappresenta la decadenza del cinema di Allen, perché in ciascuno dei suoi ultimi film c'è un'unica canzone che si ripete fino a estenuare lo spettatore; una canzoncina che viene inserita nel momento del montaggio per creare atmosfera, infilata con forza in tante, tantissime scene, nonostante spesso sia completamente e fastidiosamente fuori contesto. Ebbene, le presenze di queste canzoni rappresentano la stasi artistica di Allen, il quale sembra che ormai faccia film come vizio, senza una vera disposizione o aspirazione. I suoi film sono ormai fatti con lo stampino, tutti uguali; in fase di montaggio si inseriscono distrattamente queste canzoni, quindi il film è pronto e poi via, si passa al film dell'anno prossimo (ancora prima che uscisse questo già c'erano polemiche sul prossimo). Passatemi il termine, La ruota delle meraviglie sembra il risultato di una masturbazione melodrammatica. 


In realtà quasi ogni elemento del film simboleggia la rovina artistica di Woody Allen. La regia è seccata e rincorre la storia superficialmente, così come è soltanto superficiale la scrittura: i dialoghi sono poco ispirati, densi di convenevoli, quindi risultano retorici e soltanto mediocri; i risvolti, largamente immaginabili, sono messi in scena con negligenza: come li facciamo incontrare? Mentre passeggiano per strada, per caso! Poi sbucano personaggi (comparse) quando la storia è a un vicolo cieco ma sa di dover proseguire: così vediamo amici davanti a una scacchiera che non giocano a scacchi e amiche che improvvisamente invitano la protagonista a mangiare un gelato e parlare - perché parlare fa bene alla storia e fa avanzare la trama. 

C'era del potenziale, tanto potenziale. Il cast è bravissimo, da Jim Belushi a Justin Timberlake: il problema è che il primo subisce l'insignificante sviluppo del suo personaggio e il secondo muore nella ripetitività degli sviluppi nella parte centrale del film. C'era potenzialità nel finale, il quale sembra un rimando al cinema dei Coen in A proposito di Davis; in generale, la parte finale del film è la più riuscita, in quanto il dramma finalmente esplode ignorando i continui rinvii della sceneggiatura, che respinge ogni richiesta di identità. C'era del potenziale negli intrecci e nel loro simbolismo sia con il fato che con il rapporto tra cinema e realtà, tanto caro ad Allen. C'era potenziale in La ruota delle meraviglie, ciò nonostante tutto si perde in un film che, fotografia di Storaro a parte, la quale cambia di tonalità a seconda del personaggio, risulta artisticamente completamente vuoto; e quando privi dell'ispirazione un film e gli lasci gli intrecci drammatici, non rimane che una soap-opera noiosa e ripetitiva che non vedi l'ora che finisca. 

Con La ruota delle meraviglie Woody Allen voleva omaggiare le opere teatrali, il problema è che ripropone lo stesso identico film ogni anno, con una scusa (soggetto) solo lievemente differente. Finalmente non si capisce nemmeno quando un film sia suo: Allen si è trasformato in qualcos'altro, uno scrittore poco ispirato che scrive storie che non arrivano nemmeno alla sufficienza. 

★☆☆☆☆
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