giovedì 7 dicembre 2017

Moonlight


Piccolo è il soprannome con cui viene chiamato un bambino afroamericano che vive con la mamma a Miami; crescerà e nell'adolescenza verrà chiamato con il suo vero nome: Chiron; infine, una volta adulto tutti lo chiameranno Black. Diviso in tre parti, "Moonlight" racconta la sua crescita nell'affermazione della sua identità in un ambiente inospitale. 

Chiron è un alieno che vive un mondo che non gli riguarda in alcun modo; eppure, fa di tutto per adattarsi e trovare una propria collocazione tra gli altri, talvolta arrivando ad annullare la sua personalità e cedendo alle provocazioni e agli incitamenti di chi frequenta. Senza una figura genitoriale che lo sostenga, senza amici veri o qualcuno che lo ascolti, si ritrova abbandonato da tutti: quando Chiron si prepara il bagno crea un'immagine potente e incisiva, mostrando di fatto un bambino innocente costretto a badare da solo a se stesso. Il film diretto da Barry Jenkins, però, ha poche immagini caratterizzanti di questo tipo, sicuramente non abbastanza per una storia costruita attorno alla crescita e alle sciagure di un personaggio; così facendo, crea un protagonista inesplorato che cresce (solo fisicamente) in un racconto impersonale che, tra la monotonia e gli stereotipi, strascica fino all'epilogo. 

L'idea di frazionare di netto il racconto in tre parti crea una frammentazione che compromette il coinvolgimento dello spettatore poiché questa suddivisione fa sì che il personaggio protagonista appaia come un estraneo. Di fatto mi sono ritrovato a guardare la terza parte con indifferenza, ormai infastidito dalla scarsità di contenuti. La colpa però non è di certo della suddivisione in capitoli, che anzi rappresenta l'unica idea quanto meno originale in un film completamente sommerso dai cliché; il problema è la scrittura, visto che Moonlight è spaventosamente superficiale ed è privo di una storia che si sviluppi. La messa in scena è una sequenza di scene in cui dei personaggi scialbi recitano quelle tipiche frasi fatte del genere che non tarderete a completare da soli. I dialoghi, già sentiti altrove, sembrano avere come obiettivi delle parole chiavi da dire piuttosto di essere frutto di una scrittura consapevole. 


In questo ritratto vittimista e fiacco non ho trovato alcun contenuto stimolante né straordinario: ogni cosa è sbiadita e insipida, rendendo Moonlight tra i film più anonimi che abbia visto. Ci sono dei deboli tentativi da parte dell'autore di offrire una sostanza artistica, ma, seppur piacevoli, sono pochi per un film così povero sul piano narrativo. Ci sono altri elementi che ho apprezzato, come le musiche commoventi e l'utilizzo dell'elemento del mare, presente in maniera efficace in ognuno dei tre segmenti, con il medesimo significato metaforico (quello dell'iniziazione); ciò nonostante ritengo forzato trovare obbligatoriamente altri elementi positivi per un film che, a proposito di mare, somiglia di più a un buco nell'acqua. 

"Ma chi sei?", un personaggio chiede al protagonista, a un certo punto; tralasciando la mediocrità del dialogo, né il film né lo spettatore saprebbe rispondere a questa domanda. Un vero peccato per un film che potenzialmente aveva da offrire molto sia riguardo la tematica del razzismo sia quella LGBT. Ciò nonostante, anche se Moonlight è inspiegabilmente famoso per trattare questi temi, non c'è alcun tipo di profondità contenutistica, anzi ogni argomento viene trattato con approssimazione rendendo insignificante il suo tentativo di difendere e rappresentare una minoranza. Chiron è un bambino che cresce in ambiente inospitale che resta in silenzio davanti alla richiesta cinematografica di urlare. Qualsiasi premio vinto (e sono numerosi) è stato regalato a un film che ha paura di far sentire la propria voce. 

Moonlight è un'occasione mancata; puntualmente, alla fine arriva la conclusione che dovrebbe giustificare ogni cosa, ma arriva in ritardo e dopo troppi stereotipi cinematografici. 

★★☆☆
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