giovedì 19 aprile 2018

Happy End


Le vicissitudini dei componenti di una famiglia altoborghese che sembra aver perso i propri valori.

La nuova opera del regista austriaco Michael Haneke sembra proseguire la riflessione esistenziale del suo ultimo film, Amour (2012), in una storia che appare come un rimbombo di quella precedente; senza dubbio non è un seguito, ma ci sono riferimenti dichiarati, con il personaggio Jean-Louis Trintignant che strascica ancora le ripercussioni del suo personaggio precedente. 

Happy End è il racconto della disfatta di una famiglia borghese, in cui l'apparenza autorevole diventa fuorviante per colpa del fatto che quasi ognuno dei componenti ha personalità ambigue, subdole. In particolare, le disposizioni caratteriali di alcuni personaggi sono autodistruttive: si abbandonano coscientemente all'oblio esistenziale, per lo stesso motivo ma provocato da tre diverse cause.

Questo di Haneke è un film terribilmente pessimista; la sua è una famiglia che resta a guardare crollare qualunque cosa, mentre inerte maschera la propria vera natura guastata, depravata. I sentimenti non sembrano repressi, ma mancanti. Happy End è una dichiarazione di fallimento esistenziale, una rinuncia; la vittoria dell'immobilità causata dal malessere, la demoralizzazione verso un futuro qui rappresentato da giovani depressi, feriti, dimenticati.

Quella di Haneke è una famiglia screpolata, presagio di una società che cade a pezzi, in cui la raffigurazione del passato, del presente e del futuro sono senza desideri, senza fiducia, sospesi in un vuoto smorto, desiderosi di provocare disordine in questo contesto così sterilmente organizzato e disciplinato. 

Il problema è che tale precisione è sviante: l'effettiva sembianza delle persone è scompigliata, un disordine morale occultato da un'ammaestramento forzato. Per un gioco di equilibrio, lo stile registico di Haneke invece privilegia un metodo organizzato, con piani sequenza quasi disinteressati a frapporsi tra i personaggi e le conseguenze delle loro avversità. La narrazione, infatti, è priva di molte spiegazioni e sviluppi; vediamo, invece, le conseguenze sui personaggi, in un'esposizione che predilige l'assenza di vere decifrazioni. 


Si sente la mancanza di una analisi più approfondita dei personaggi, poiché il risultato è forse troppo omissivo: Happy End è un film intricato ma approssimativo, dove le lacune provocano una specie di narrazione insufficiente. Non è proprio un difetto: la narrazione è sicuramente particolare e il quadro, tutto sommato, risulta compiuto; ciò nonostante, Happy End è un'opera sconnessa e ambigua, con tanti avvenimenti e pochi chiarimenti. Questo carattere mancante è tuttavia stimolante, in quanto libero da molte interpretazioni. 

L'intenzione del settantaseienne Haneke è quello di esibire con scetticismo una società doppiata e ingannevole. In contrasto ad apparenze serene (una bambina, un padre di famiglia, un figlio di papà e un patriarca) sussistono celati i veri caratteri, con inclinazioni verso il nichilismo e l'autodistruzione. In questo discorso di ipocrisia, i social e le comunicazioni hanno un ruolo fondamentale, in quanto favoriscono l'esistenza di personalità differenti rispetto a quelle palesate: personalità più strane, ma probabilmente veritiere. 

In questa ambiguità, praticamente tutti gli attori gli attori si muovono con disinvoltura: oltre al già citato Trintignant (bravissimo), abbiamo le riconferme Isabelle Huppert (il suo personaggio sembra un'eco di quello che ha interpretato in Elle di Paul Verhoeven) e Mathieu Kassovitz. La scoperta questa volta è Fantine Harduin, classe 2005, che riesce a non sfigurare davanti a questi grandissimi nomi.  

Happy End è un film intenso che, nonostante manchi di alcuni chiarimenti, riesce comunque a compiere un ritratto verosimile di una famiglia in preda alla depressione. Privo di qualsiasi colonna sonora o artificio filmico, abbraccia intelligemente una narrazione che spazia tra le nuove tecnologie per mostrare il vuoto che le persone riescono a costruirsi intorno. 
★★★★
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