lunedì 21 maggio 2018

Dogman


È straordinario il lavoro che Matteo Garrone ha compiuto con Dogman; nel suo film, ogni elemento lavora in accordo a tutti gli altri, dando così origine a un'opera incredibilmente lucida. Qui Garrone concretizza il lavoro calcolatore dell'autore: il progetto di Dogman condiziona e plasma ogni componente del film, dalla fotografia alla mimica degli attori, per realizzare un racconto efficace, intenso, uniforme.

Lo scenario della periferia non è solo un fondale, ma costruisce direttamente il contesto della storia. Quello fotografato (dal direttore della fotografia Nicolaj Brüel) è un ambiente desolato, in cui anche l'altalena dei bambini emette uno sgradevole rumore di ruggine. Le facciate dei palazzi sono deteriorate e antiestetiche; le loro strutture sono trascurate e ricordano scheletri sgraziati. La fotografia rappresenta la decadenza dell'ambiente, e quindi della storia, con toni lugubri: non solo nelle scene notturne spesso ci sono zone totalmente buie, ma anche di giorno, anche sotto il sole più luminoso, ci sono brandelli neri nell'immagine. Una fotografia di contrasti, con ombre che solcano per mettere in risalto la capacità espressiva delle immagini.

Difatti, Dogman è un film, quindi nonostante ogni componente del racconto abbia un proprio carattere, tutto viene canalizzato nelle immagini. Per questo motivo, più dei dialoghi sono importanti i silenzi; più dei gesti incisivi sono importanti le mimiche degli attori. Nonostante i dialoghi di Dogman siano impeccabili e volutamente imprecisi, per essere coerenti alla parlata di strada, una parlata difettosa di gente comune, la sceneggiatura esprime il meglio di sé nel racconto visivo, dove ad avere importanza è il comportamento dei personaggi. Garrone dirige attori bravissimi e determina con attenzione il loro modo di fare; con la sua regia, gli sta appiccicato, li perseguita e gli entra nell'animo, mentre i personaggi vivono la vita, con le loro movenze schiette e istintive, intrinseche nell'essere umano. Un lavoro espressivo che appare così naturale non può che essere frutto di una recitazione esemplare: in tutti i personaggi, da quelli principali alle comparse, c'è una selezione scrupolosa di individui con un aspetto pertinente all'ambiente periferico; tale scelta è così impeccabile da rendere Dogman un film genuino, caratteristica funzionale alla storia che racconta.

Quello di Dogman è il ritratto di un uomo comune: Marcello, interpretato dal bravissimo Marcello Fonte. Il suo viso appare come una bellissima maschera sformata dalla fotografia pungente, che non accetta sfumature, e un ambiente scomodo, non per la sua natura periferica insignificante, ma per la sua natura prepotente; un micro-universo in cui vige la regola del più forte. Per questo Marcello, un uomo umile e docile che non riesce a dire no, si ritrova ad assumere un atteggiamento remissivo pur di far parte della comunità. Al contrario, è assoggettato da Simoncino, un eccezionale Edoardo Pesce che interpreta il prepotente del quartiere, per pura paura. Marcello è proprietario di Dogman, un'attività che si occupa di lavaggio e toelettatura di cani: il film elargisce le scene più dolci quando Marcello interagisce con i suoi adorati cani, tuttavia è proprio in questo contesto selvaggio che il suo mestiere ammette un ruolo decisivo, perché Marcello non sembra riuscire a interagire con le persone; la sua è una figura impersonale che asseconda tutti, una maschera ubbidiente e impaurita, che sorride  felice quando comunica con i cani. Anche se per sfruttarlo, Simoncino resta l'unico tra tutti i suoi "amici" che cerca Marcello, e poiché anche quest'ultimo ottiene vantaggi, probabilmente dal suo punto di vista il loro rapporto è erroneamente visto come amichevole. In questa contraddizione, infatti, Simoncino viene chiamato da qualcuno come un "Cane sciolto"; quindi forse è soltanto un cane da educare, ma per sopravvivere Marcello è accondiscendente con Simoncino, lo lusinga, gli dà il "biscottino".

Dogman è un film sulla solitudine nella collettività; un film sulla prepotenza dell'ambiente sul singolo, costretto ad assumere un atteggiamento remissivo pur di sopravvivere. Quindi la vita, giunta a un fondo (non a il fondo), non può che essere pura conservazione. Il ritratto di Garrone è privo di retorica, anzi, ha l'abilità di estrarre dalla storia (soltanto ispirata dal fatto di cronaca del delitto del Canaro) la componente umana, ovvero l'ingrediente più sincero e complesso di ogni storia; così facendo, ignora una facile limitazione della stessa a un semplice e banale (e tipicamente cinematografico) confronto tra vittima e carnefice. In Dogman la differenziazione dei ruoli è meno irrigidita dal volere teatrale del cinema: l'esposizione quindi è più genuina, perché i personaggi hanno varie gradazioni. Non c'è uno sfoggio irrazionale della violenza, nonostante la storia, e il mercato, lo consentisse; Garrone non ha nemmeno manie di protagonismo artistico; il suo intento è quello di raccontare una storia delicata, dell'uomo comune davanti alle vessazioni dell'arroganza - dell'uomo comune costretto all'isolamento e all'emarginazione sociale, che reagisce offeso, per aggrapparsi all'ultima rivalsa per il suo decoro.

Dogman è un film bellissimo nella sua bruttezza: i personaggi hanno un aspetto goffo, l'ambiente è sgradevole, i dialoghi sono volutamente incostanti. Non c'è la minima traccia di quella magia cinematografica che realizza un'opera positiva e sognatrice, anzi in Dogman c'è angoscia e brutalità; eppure, il film di Garrone è un esempio bellissimo di come il cinema (italiano, sottolineiamo) possa essere un'espressione di pura meraviglia narrativa. 
★★★ 
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