vedevo Commenta!

Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto fu svolto in due minuti; la mia anima gli stavo regalando, e lui in cambio mi avrebbe dato gli occhi per vederti, quando io avrei chiuso i miei. Sorrise, il nuovo possessore della mia anima, del mio buon senso, del contenuto del mio cuore, e io triste gli strinsi solo la mano. Lui prima di andarsene mi chiese perché avevo voluto solo vederti, e non possederti di nuovo. Disse che lui poteva farlo, che il libero arbitrio per lui è cosa da poco, ma io risposi a Lucifero che tu avevi scelto di passare la mia vita lontano da me, e a me bastava solo vederti viverla, se questa era la tua decisione.

Il patto fu mantenuto, e io ti vedevo. All’inizio pensai se tutto questo fosse giusto, ma ormai era patto fatto, e anche se avessi sbagliato a firmarlo non avrei potuto cambiarlo né, in mancanza di buon senso, saperlo. E così ti vedevo. Quando volevo, chiudevo gli occhi e vedevo ciò che tu vedevi. Una sorta di spia, o una sorta di legame superiore, che unisce due persone nei sensi, prima che nel corpo. Legame che solo una volta avevamo senza che io accordassi un patto con Lucifero.
I primi tempi ti vedevo appena, avevo vergogna. Così tenevo gli occhi aperti più che potevo. Ma anche quando schioccavo le palpebre riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, così mi arresi. La cosa prese sempre più piede, e capitavano sere che non uscivo con i miei amici per starmene a casa a uscire con te. Solo che tu non lo sapevi. Fui bocciato in letteratura italiana perché non studiavo per vederti. In quel periodo volevi essere bella per l’estate, e passavi le ore davanti allo specchio a pettinarti. Ti piaceva pettinarti, e a me piaceva vedertelo fare. A volte uscivi dalla doccia e nuda ti pettinavi. Ti toccavi il seno come se non fosse seno, ti stendevi il lucidalabbra come se quelle labbra perfette a te non facessero nessun effetto. Quando spruzzavi il profumo nell’aria e ti immergevi nella nuvola che ne usciva per farti coprire, io quasi lo sentivo ancora, il tuo profumo. Dopo tornavi a guardarti ed era come se fossi pronta a conquistarmi ancora. Ma non c’era bisogno di essere profumata, per conquistarmi di nuovo.

Certe volte studiavi, o leggevi, e a me piaceva guardare le mani che tenevano i libri. Provavo un dolore quasi fisico a ricordarmi delle tue mani. Mi mancavano così tanto, all’inizio. Poi invece ci feci l’abitudine. Abitudine, routine, ecco cosa diventò vedere attraverso i tuoi occhi.
Provammo a uscire con nuove persone la stessa sera, ma non lo feci di proposito. Ogni tanto, mentre la biondina di fronte a me mi parlava dello sviluppo economico del nostro paese, io chiudevo gli occhi e spiavo il tuo appuntamento. Quello non era il tuo tipo, nonostante fosse una persona interessante. Era un artista, e si vedeva da come muoveva quelle mani. A te le persone che interessano anche alle altre ragazze creano fascino, ma dopo un po’ ti annoi. Sai che nella loro vita non sarai mai nulla più di una semplice compagna – e neanche una di quelle che ispira l’arte stessa. Eri felice quando ispiravi la mia arte, ricordai. Aprii gli occhi e la biondina rideva, così risi anche io, ma cosa avesse detto io avrei saputo dirlo. Dopo andammo a casa, e mentre io bevevo birra e parlavo di un vinile che era sul tavolo di fianco al divano, girai la testa e la vidi che avevo la patta aperta e il mio amico di fuori. Lei ci giocava, e io neanche me n’ero accorto. Così chiusi occhi per vedere tu cosa facevi, e vidi mister artista che ballava un non so che ballo orientale, con la pancia di fuori. Accavallasti le gambe, avevi voglia, quindi, di fare l’amore. In quel momento riaprii gli occhi, e la biondina era lì a ciucciarmelo con foga, mentre ancora parlava della differenza economica da nord e sud. Come facesse a parlare con la bocca piena, era un mistero. Se non fossi stato certo che solo tu avevi un corpo che parlava, Piccola, avrei scommesso che stesse parlando con altre labbra.
Alla fine si mie a curiosare per il soggiorno, la biondina, nuda con il culo da economista. Si divertiva tantissimo, tanto che non notò che io quasi mi annoiavo. Chiusi gli occhi, tu eri sull’artista a farti scopare. Guardavi la sua espressione di piacere, un misto tra un urlo vichingo di guerra, e un’espressione che può fare un chitarrista durante un assolo in playback. Se lo fissavi senza chiudere gli occhi, significava che non ti piaceva come ti stava scopando. Ma invece poi gli occhi li chiudesti, e vidi nero, poi li aprii, e vidi l’economista di nuovo attaccata al mio uccello.

Con il tempo mi resi conto che il diavolo mi aveva fregato. L’economista divenne la mia ragazza. Era una brava ragazza, ma non riuscii a innamorarmi appieno di lei perché ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ciò che tu vedevi. Spesso ti vedevo allo specchio, e non ebbi quindi il tempo di dimenticarti. Passai la mia vita a immaginarmi te al suo posto, con i tuoi atteggiamenti da donna al posto dei suoi di economista. Alla fine sposai l’economista perché lo volevano i suoi, ma non potevo chiudere gli occhi che vedevo l’artista che sorrideva felice mentre passeggiavate, guardavate un film, disegnava paesaggi – paesaggi, con te bella lì a disposizione -, che leggeva scrittori alla moda. Tu non lo osservavi molto, e quindi capii che non eri innamorata di lui. Perciò lo sposasti. Di lui non ne osservavi i dettagli del viso, non li studiavi come facevi con me. Mi chiesi perché l’avessi sposato, poi riaprivo gli occhi e vedevo mia moglie felice, ma cieca.

Ho passato la mia vita nel rimpianto di aver preso una decisione, quella di allontanarmi da te, su cui sin dall’inizio non avevo scelta.

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i titoli di coda di Luna Commenta!

L’altro giorno mi hanno chiesto “Ehi, Luna, secondo te la razza umana è fallita come dicono?”, allorché io mi sono messa a pensare per rispondere, perché diavolo non ci avevo mai pensato a sta cosa. La razza umana, fallita? Uhm, forse sì, anche solo per un dettaglio, che proprio non capisco per un cazzo. Gli ho detto “Sì, e ora ti spiego perché,”, e ora lo spiego anche a voi. Gli uomini, voi di sesso maschile, siete per lo più dei meschini teste di cazzo. Potrei dire che lo siete perché ‘teste di cazzo’ è un insulto, o proprio perché ci avete la testa dove avete il pisello. Sì perché a volte noi donne potremmo parlarvi per ore, mentre ci ascoltereste distratti perché siete ipnotizzati alla nostra scollatura, e state pensando a un modo per chiederci gentilmente di leccarci tutte. Se dopo così tanti anni che esiste l’essere umano c’è ancora l’uomo che basa le proprie relazioni interpersonali sul sesso, penso che qualcosa abbiamo sbagliato, come razza. E poi c’è la parte filosofica del tutto. Sì perché, che uomo è che preferisce qualche minuto di piacere a ore e ore di completa sintonia con un altro essere umano? A ostinarsi di desiderare di scopare ancora, piuttosto che fare qualcosa di assolutamente imprevedibile e nuovo? Ecco, loro se ne fottono di tutto, e vogliono fottere. Che poi, hanno pure gli schizzi facili, e quindi i loro non sono che qualche secondo di brividi su per la schiena, ma si ostinano ad essere ossessionati dal sesso. Non riesco proprio a capacitarmi di sta cosa.

Be’, ci sono altri motivi per cui penserei che la razza umana non è per niente simpatica, ma io direi che questo basta e avanza come inizio, gli dissi, ma quello non era distratto dalla mia scollatura e non aveva ascoltato per niente?

di ritorno Commenta!

Girò la chiave nella serratura del cancello con un’aria distratta, e quando fu chiuso, si girò per guardarsi intorno, come per decidere che strada prendere. Poi si fermò; aveva visto qualcosa, di sfuggita, che le aveva dato un senso piacevole in corpo. Sentiva un formicolio all’altezza della pancia, e le mani smisero di tremare per il freddo. D’un tratto quella sensazione le aveva scaldato il corpo. Ma cosa le era successo? si chiese. Cercò qualcosa nel paesaggio, ma non c’era nulla di particolare. La strada era vuota in entrambi i lati, e non era passata nessuna macchina, né nessuna vecchietta sulla bici, né nessuno svegliatosi di prima mattina per passeggiare. Il suo respiro era deciso, quasi affannava, quando decise di incamminarsi verso la città. E fu allora che lo vide. C’era un uomo seduto appoggiato a un albero nel boschetto di fronte casa sua. Sembrava un senza tetto, aveva la barba lunga e folta, i capelli unti e spennati, e indossava un cappotto nero abbottonato fin sopra il collo. Aveva le gambe incrociate, e la testa abbassata per guardare qualcosa che aveva tra le mani. Lei si spostò qualche metro a destra, e poi vide che quell’uomo mangiava una mela, che stava sbucciando con un piccolo coltellino. Lei si meravigliò, perché l’uomo prima toglieva accuratamente la buccia, quindi tagliava uno spicchio che mangiava, ma poi si mangiava anche la buccia che aveva tolto. Fu rapita dal movimento delle sue mani per qualche attimo. Quei movimenti – delle sue mani, o il movimento gentile della mano che portava alla bocca lo spicchio – erano semplici e scontati, ma avevano un qualcosa che la ipnotizzavano. Lei non si mosse a fissare quel movimento, e gli venne in mente di quegli aggeggi che scavano il terreno per cercare il petrolio, oppure i gesti lenti di un ramo che per colpa del suo stesso peso sta per spezzarsi. L’uomo, prima di mangiare l’ultimo spicchio, alzò lo sguardo e la guardò. Così, come se sapesse che in quel preciso punto ci fossero degli occhi che lo guardavano. La guardò, e le sorrise, così lei si svegliò dai suoi pensieri, e ci mise qualche attimo prima di capire cosa fosse successo. L’uomo si stava alzando, quindi iniziò a camminare deciso verso di lei. Non sembrava andare di fretta, ma si muoveva lentamente, quasi ad assaporarsi ogni passo. Aveva un sacco marrone sulle spalle, e le dita di un paio di guanti rossi che gli uscivano dalla tasca. Lei continuava a fissarlo, immobile, bloccata da qualcosa, mentre egli attraversava la strada. Quando fu a qualche metro da lei, ella lo vide sorriderle. Dei denti bianchissimi sbucarono da quella barba folta e nera. Non sapeva che dire, né che fare – non aveva paura di quella presenza, ma affascinata. C’era un qualcosa di familiare in lui, che la tranquillizzava, e le coccolava l’anima.
“Sapevo che non mi avresti riconosciuto,” fece lui, poi scoppiò a ridere.
Riconosciuto? Chi? Chi era? Lo guardava bene, e ci mise poco per capire chi fosse.
“In effetti sei irriconoscibile,” gli disse, poi sorrise, infine corse per quei pochi metri che li separavano e lo abbracciò forte. Lo strinse quasi a farlo scoppiare.
Lei lo annusò, e sapeva di buono. Il suo profumo era un misto di mare, di bosco, e di mela.
Quando lo lasciò andare, lo vide bene da vicino. Aveva lo sguardo un po’ stanco, ma sorrideva forte. I capelli non sembravano sporchi, ma erano unti e disordinati. Si chiese se nascosta tra loro ci fosse una foglia autunnale.
“Dove stai andando? Ti accompagno?”
“Oh no, ora entriamo in casa e riposi un po’.”
“Ma non sono stanco,” disse, e lei lo scrutò un po’. Sembrava sincero. “Ti accompagno dove devi andare, poi ci riposiamo.”
La convinse senza neanche un altro tentativo. Così iniziarono a camminare verso una direzione, uno accanto all’altra.
“Mi odi?” le chiese lui dopo qualche passo.
Lei lo guardò, “Naa, e perché dovrei?”.
“Be’, sono sparito. Molti mi odierebbero, e anzi sono sicuro che molti mi odiano.”
“Perché dovrebbero?”
Alzò le spalle e guardò il cielo, “Non lo so. Alla gente piacciono gli addii, ma invece io li odio. Vedono l’abbandono nel mio gesto. Sparire senza far sapere nulla a nessuno. Ma gli addii mi avrebbero distrutto, mentre loro li avrebbero voluti con tutto sé stessi. Le persone guardano il mondo dalla prospettiva sbagliata, secondo me, e questa cosa mi pesava molto.”
“Perciò sei scappato?”
“Scappato? Non direi che sono scappato. Non avevo mica una vita, degli obblighi, per scappare, non ti pare?”
“Hmm, in effetti. Allora cosa hai fatto?”
“Be’, nulla di speciale. Non dovevo dare conto a nessuno.”
“Certo, allora perché ti importa se la gente ti odia o no?”
“A me importa della gente, ma di te e pochi altri.”
“Non è vero. Te ne saresti fregato anche di tutti noi altri se ti avessimo odiato.”
Lui non aveva mai smesso di sorridere, ma a quelle sue parole sorrise di gusto. “E’ vero, ma solo perché so che voi altri non mi avreste mai odiato.”
Lei guardava le coppie di piedi di entrambi camminare, muoversi uno dopo l’altro, finché non sentì la mano di lui che le toccava l’orecchio. Poi sentì uno stelo, infine dei petali, e quando lui ritrasse la mano, capì che le aveva messo un fiore nei capelli. Così lo guardò, e lo vide guardare il muretto che delimitava il bosco che stava alla sua destra. Il muro era ricoperto di piante e fiori, esseri che avevano cercato di distruggere quel confine che li divideva dal mondo degli umani. Lui poi si fermò all’improvviso, e avvicinò il suo viso a un piccolo fiore giallo presente tra due mattoni. Poi, lo sentì parlare al fiore.
“Ti senti in prigione? Ti capisco. Quando ti ritrovi in una posizione, che non puoi cambiare tanto facilmente. Vuoi che ti porti con me?”
Lei non lo trovò pazzo, ma solo dolce, quasi naturale. E si meravigliò, quando con una folata di vento improvviso, il fiore quasi accennò a un sì. Le vennero in mente decine di pensieri diversi, che le fecero dubitare del reale, di tutto ciò in cui aveva sempre creduto.
Lui sorrise, e annuendo staccò il fiore, liberandolo dal muro, e se lo mise nella barba, in modo che uscisse fuori sulla guancia, poco distante dalla bocca. Poi, ripresero a camminare. Lo guardava con ammirazione, con quel fiore tra la barba. Oh, chissà cosa hai fatto, quanto ne hai passate, pensò. Poi tornò a guardare i piedi camminare.
“Un anno fa, prima di partire, mi resi conto che in ventidue anni non avevo mai visto dritto a me mentre camminavo, ci credi? Avevo passato ventidue anni di vita a camminare mentre mi guardavo le scarpe camminare, per paura che pestassi qualcosa.”
Sentì di nuovo la sua mano, questa volta sotto il mento. Glielo alzò delicatamente, così lei camminò guardando di fronte a lei. Era come camminare su un ponte di legno alto centinaia di metri sopra un burrone. Ma le piaceva.

Arrivarono al panificio poco dopo, e senza parlare molto. A lei serviva il pane, ma quando vide che lui guardava dei tranci di pizza in esposizione, comprò anche la pizza. Uscirono dall’edificio, e lui si mise le mani in tasca, fino a estrarre dei soldi, che porse a lei. Lei lo guardò, poi disse: “Starai scherzando”.
“Dai, prenditi i soldi della pizza!”
“No!” disse mentre riponeva il borsellino in tasca. Poi alzò lo sguardo, e trovò lui che la guardava ancora, con la mano tesa con i soldi. Il fiore nella barba.
“Prendili, su. E dopo mi offri qualcosa tu. Ma la pizza devo pagartela io.”
Ma lei scosse la testa.
“Perché non vuoi i suoi soldi?”, chiese una voce.
I due si girarono, e videro una bambina alta fino al ginocchio di lui, che li fissava. Era bionda, e indossava un cappotto rosa con una gonna bianca che usciva da sotto.
“Sì, perché non vuoi i miei soldi?” le chiese lui.
“Non hai capito che vuole solo pagarti la pizza?” disse la bambina, e sembrava un’adulta. Pronunciava bene tutte le parole, nonostante entrambi non le avrebbero dato più di due anni.
Lei sorrise, guardando lui che le era di fronte, con un fiore nella barba, che le sorrideva, con accanto questa bambina che chissà da dov’era uscita.
“Va be’, io devo andare. Buona fortuna,” disse la bambina, dando una pacca sulla gamba di lui.
I due si incamminarono verso casa, quando lui capì che era inutile insistere per pagare la pizza. Al tragitto del ritorno non parlarono, ma a lei non pesava. Sapeva che avevano tante cose da dirsi, ma non c’era fretta. Lui non sembrava stanco, ma sereno, e aveva un bello aspetto nonostante avesse dormito in un sacco a pelo, chissà dove, per un anno intero. Arrivarono a casa in pochi minuti. Lei estrasse le chiavi, mentre lui era girato verso il bosco. Gli uccellini cantavano, quasi sbucava il sole. Lei aprì il portone, e vi entrò. Lo vide di spalle, aprire le braccia verso il bosco. Urlò “Ciao!” verso il bosco, prima di entrare nel portone insieme a lei.

quando non capivo niente Un commento

Quando ero piccolo e non capivo niente, me lo ricordo. Quando mio nonno morì picchiai le gambe di mio zio, dandogli la colpa, perché quando il nonno era vivo gli urlava sempre che doveva fare qualcosa per la sua vita. Pensai che il nonno fosse morto di stanchezza, perché mio zio non faceva nulla per la vita. Mi picchiarono, dicendo di smettere di piangere. E non capivo niente. Quando mia zia si comprò uno stereo enorme e ascoltava a tutto volume canzoni orrende degli anni suoi, i settanta, e si metteva a ballare come se non fossero mai passati. A me piacevano le voci dei cantanti, e decisi che da grande avrei voluto cantare. Un giorno poi ruppi lo stereo di mia zia per liberare e conoscere il suo cantante preferito, pensando che fosse nascosto lì dentro. Un bambino-per-sempre che aveva deciso di fare il cantante come avevo deciso io, e ora era rinchiuso in quello stereo gigante. Be’, mia zia mi picchiò perché lo stereo nuovo non funzionava più. E non capivo niente. Non mi spiegarono che le siringhe facevano bene, e quando il dottore me le faceva sul sedere io sentivo tanto dolore perché mi agitavo. Una volta in ospedale mi dovettero tenere tre infermieri per farmi una siringa, una cosa di cui mi vanto. In fondo non avevo che pochi anni. Se mi avessero detto che le siringhe pizzicavano appena se non mi fossi mosso, e che erano per il mio bene, io forse sarei stato fermo. Ma non mi dissero nulla, e quando io mi battevo per non farmi far del male – allora non riuscivo a capire perché mi volessero far del male senza motivo -, e loro mi dicevano solo di stare fermo, io non capivo niente. Alla fine piangevo, e vincevano i cattivi.

E quella volta, ora, di quando avevo ventidue anni, e non capivo niente, me lo ricordo. Quando quel pomeriggio mi ricordai di quand’ero piccolo, e non capivo le cose che non mi spiegavano. E pensai, quella volta di quando avevo ventidue anni, che chissà quante cose che non capivo avrei poi capito. Però ero cambiato, ero diventato un ometto, a ventidue anni. E pensai, che in fondo, era sicuramente meglio avere dei dubbi perché le teorie che si costruiscono sopra sono più belle della realtà. Ora non ho cattivi che vogliono farmi siringhe, e nello stereo ci sono solo inutili chip. I dettagli sono noiosi.

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