io, bambola 6 commenti
La prima volta che ho aperto gli occhi ero in posto poco illuminato. Intravedevo decine di scatole rosa, con della plastica trasparente che copriva la parte frontale. In ogni scatola c’era una bambola. Tutte uguali, con gli occhi chiusi.
Quando mi comprarono ero nel reparto dei giocattoli di un supermercato in un centro commerciale. Niente negozio di giocattoli super enorme come sognavamo io e le mie sorelle ai tempi del trasporto della fabbrica. Ora non so chi c’è nelle scatole vicino a me, se le mie sorelle o qualcuno che viene da qualche altra fabbrica; prima di uscire ci hanno legato le teste alle scatole, in modo che non pendessero. Dicevano che altrimenti non ci avrebbero mai vendute. Non so con chi delle mie sorelle sono, ma so che ci hanno divise in molte, al momento dell’uscita dalla fabbrica. Spedizioni diverse, tir diversi. Negozi e poi padroni diversi.
La gente veniva nel nostro reparto sempre con il carrello pieno di cose da mangiare, o buste firmate. Perciò sapevamo, io e Wall-e, il giocattolo che stava nello scaffale di fronte al mio, che non era un negozio che vendeva esclusivamente giocattoli. Poi quando mi han messo sullo scaffale, ho visto un enorme cartello con scritto che c’era lo sconto del dieci percento sulla trippa di maiale, e so che il maiale è una animale che si mangia.
Wall-e era un robottino a forma di quadrato, che durante tutto il giorno mi guardava. I suoi fratelli guardavano le altre bambole sul mio scaffale. Ma il Wall-e che guardava me era speciale. Avevo lo sguardo malinconico, e sorrideva. Io e Wall-e non abbiamo mai parlato, ma tutto il tempo che sono stata su quello scaffale, tutte le ore di tutti i giorni, ci siamo guardati. E alla fine io e Wall-e ci siamo innamorati. Lui però fu venduto a un bambino che poteva decidere solo un giocattolo tra tutti, e scelse il mio amore. Wall-e era un personaggio di un film, era il protagonista, e quanto pare il bambino aveva visto il film. Quando lui fu venduto, il mio viso si bagnò. Io non so perché. Ma il giorno dopo venne nel reparto una bambina con il viso rosso, aveva tutti gli occhi gonfi. La mamma, una signora gentilissima, l’asciugava. A quanto pare alla bimba faceva male il ginocchio.
- Su, – disse la mamma – ti regalo una nuova bambola.
La bambina sorrise di colpo. Era un sorriso dolce, di una bambina triste. Salì in braccio alla mamma e venne verso di me. Mi guardarono negli occhi.
- Uh mamma, guarda – disse la bambina, e mi indicò.
- Hai visto Matilda? Questa bambola piange come te.
- Perché mamma ha lo sguardo triste?
- Perché è caduta anche lei.
- Uh. Allora mamma, ci dobbiamo coccolare a vicenda.
Matilda mi comprò.
A quanto pare passavano per tv una pubblicità con me protagonista. La pubblicità diceva che ero una bambola grande, e infatti ero alta la metà di Matilda. La pubblicità diceva che sapevo stare in piedi, e che se bevevo avevo poi problemi di incontinenza. Ma non era vero. Intanto la mamma di Matilda pensava fossi difettosa, perché avevo il viso bagnato. Pensava che “probabilmente hanno sbagliato e l’acqua la perde dal posto sbagliato”, ma io non capii cosa significasse. Matilda però fosse convinta che non ero difettosa solo perché piangessi come lei.
- Allora pensi che sia difettosa anche io, mamma?- disse una sera Matilda. In camera c’era anche il padre di Matilda, e disse rivolto alla signora – Già tesoro. Allora per te mezzo mondo è difettoso?
- Perché mezzo mondo? Tutti possono piangere.
- Non tutti En. C’è chi piange, chi fa piangere, e chi ha dimenticato come si fa.
E così decisero che non ero difettosa.
Le giornate le passo sul letto di Matilda. Sono seduta tutto il tempo. La mattina quando Matilda va a scuola siedo vicino al cuscino, e il sole mi copre il lato sinistro. Sto bene, anche se mi annoio parecchio. Ai piedi del letto c’è una scrivania di legno, e sopra un enorme oggetto bianco, con un piccolo specchietto di plastica adesiva. Uno di quelli che mettono nei giocattoli delle bambine. Una mattina la passai fissandomi nello specchio, ed è stato divertente. Sono uguale uguale alle mie sorelle. Oh, mi mancano tantissimo.
Il pomeriggio siedo a un piccolo tavolo con Matilda, e mi parla sempre delle stesse cose. Mi chiama signora, ride a battute che non faccio, e mi chiede se voglio del tè, ma mi da sempre una tazzina vuota. A volte vengono altre bambine a casa, e quando è così siedo al tavolo con altre bambole, ma diverse da me. Matilda, quando sono seduta al tavolo a non-prendere-il-tè con le altre bambole fa la mia voce, e mi muove il braccino per avvicinare la tazzina vuota alla bocca.
La sera guardiamo film. I suoi genitori mettono Matilda a letto, e io mi ci stendo di fianco. Abbiamo visto tantissimi film: tutti quelli Disney, diversi film con attori veri per bambini e guardiamo spesso anche i cartoni animati che mandano per tv.
Io comunque non invidio la vita di Matilda, come poteva fare Pinocchio, un personaggio di un film che ci siamo viste l’altra sera. Mi piace la mia vita nella sua staticità.
La sera in cui ci vedemmo Pinocchio, Matilda mi chiese perché non ero anche io una bambina vera come lei.
- Perché è molto più bello sognare – le risposi, ma lei dormiva già, e non mi ha sentita.