Archivio novembre, 2008

io, bambola 6 commenti

La prima volta che ho aperto gli occhi ero in posto poco illuminato. Intravedevo decine di scatole rosa, con della plastica trasparente che copriva la parte frontale. In ogni scatola c’era una bambola. Tutte uguali, con gli occhi chiusi.

Quando mi comprarono ero nel reparto dei giocattoli di un supermercato in un centro commerciale. Niente negozio di giocattoli super enorme come sognavamo io e le mie sorelle ai tempi del trasporto della fabbrica. Ora non so chi c’è nelle scatole vicino a me, se le mie sorelle o qualcuno che viene da qualche altra fabbrica; prima di uscire ci hanno legato le teste alle scatole, in modo che non pendessero. Dicevano che altrimenti non ci avrebbero mai vendute. Non so con chi delle mie sorelle sono, ma so che ci hanno divise in molte, al momento dell’uscita dalla fabbrica. Spedizioni diverse, tir diversi. Negozi e poi padroni diversi.
La gente veniva nel nostro reparto sempre con il carrello pieno di cose da mangiare, o buste firmate. Perciò sapevamo, io e Wall-e, il giocattolo che stava nello scaffale di fronte al mio, che non era un negozio che vendeva esclusivamente giocattoli. Poi quando mi han messo sullo scaffale, ho visto un enorme cartello con scritto che c’era lo sconto del dieci percento sulla trippa di maiale, e so che il maiale è una animale che si mangia.
Wall-e era un robottino a forma di quadrato, che durante tutto il giorno mi guardava. I suoi fratelli guardavano le altre bambole sul mio scaffale. Ma il Wall-e che guardava me era speciale. Avevo lo sguardo malinconico, e sorrideva. Io e Wall-e non abbiamo mai parlato, ma tutto il tempo che sono stata su quello scaffale, tutte le ore di tutti i giorni, ci siamo guardati. E alla fine io e Wall-e ci siamo innamorati. Lui però fu venduto a un bambino che poteva decidere solo un giocattolo tra tutti, e scelse il mio amore. Wall-e era un personaggio di un film, era il protagonista, e quanto pare il bambino aveva visto il film. Quando lui fu venduto, il mio viso si bagnò. Io non so perché. Ma il giorno dopo venne nel reparto una bambina con il viso rosso, aveva tutti gli occhi gonfi. La mamma, una signora gentilissima, l’asciugava. A quanto pare alla bimba faceva male il ginocchio.
- Su, – disse la mamma – ti regalo una nuova bambola.
La bambina sorrise di colpo. Era un sorriso dolce, di una bambina triste. Salì in braccio alla mamma e venne verso di me. Mi guardarono negli occhi.
- Uh mamma, guarda – disse la bambina, e mi indicò.
- Hai visto Matilda? Questa bambola piange come te.
- Perché mamma ha lo sguardo triste?
- Perché è caduta anche lei.
- Uh. Allora mamma, ci dobbiamo coccolare a vicenda.
Matilda mi comprò.


A quanto pare passavano per tv una pubblicità con me protagonista. La pubblicità diceva che ero una bambola grande, e infatti ero alta la metà di Matilda. La pubblicità diceva che sapevo stare in piedi, e che se bevevo avevo poi problemi di incontinenza. Ma non era vero. Intanto la mamma di Matilda pensava fossi difettosa, perché avevo il viso bagnato. Pensava che “probabilmente hanno sbagliato e l’acqua la perde dal posto sbagliato”, ma io non capii cosa significasse. Matilda però fosse convinta che non ero difettosa solo perché piangessi come lei.
- Allora pensi che sia difettosa anche io, mamma?- disse una sera Matilda. In camera c’era anche il padre di Matilda, e disse rivolto alla signora – Già tesoro. Allora per te mezzo mondo è difettoso?
- Perché mezzo mondo? Tutti possono piangere.
- Non tutti En. C’è chi piange, chi fa piangere, e chi ha dimenticato come si fa.
E così decisero che non ero difettosa.
Le giornate le passo sul letto di Matilda. Sono seduta tutto il tempo. La mattina quando Matilda va a scuola siedo vicino al cuscino, e il sole mi copre il lato sinistro. Sto bene, anche se mi annoio parecchio. Ai piedi del letto c’è una scrivania di legno, e sopra un enorme oggetto bianco, con un piccolo specchietto di plastica adesiva. Uno di quelli che mettono nei giocattoli delle bambine. Una mattina la passai fissandomi nello specchio, ed è stato divertente. Sono uguale uguale alle mie sorelle. Oh, mi mancano tantissimo.
Il pomeriggio siedo a un piccolo tavolo con Matilda, e mi parla sempre delle stesse cose. Mi chiama signora, ride a battute che non faccio, e mi chiede se voglio del tè, ma mi da sempre una tazzina vuota. A volte vengono altre bambine a casa, e quando è così siedo al tavolo con altre bambole, ma diverse da me. Matilda, quando sono seduta al tavolo a non-prendere-il-tè con le altre bambole fa la mia voce, e mi muove il braccino per avvicinare la tazzina vuota alla bocca.
La sera guardiamo film. I suoi genitori mettono Matilda a letto, e io mi ci stendo di fianco. Abbiamo visto tantissimi film: tutti quelli Disney, diversi film con attori veri per bambini e guardiamo spesso anche i cartoni animati che mandano per tv.
Io comunque non invidio la vita di Matilda, come poteva fare Pinocchio, un personaggio di un film che ci siamo viste l’altra sera. Mi piace la mia vita nella sua staticità.
La sera in cui ci vedemmo Pinocchio, Matilda mi chiese perché non ero anche io una bambina vera come lei.
- Perché è molto più bello sognare – le risposi, ma lei dormiva già, e non mi ha sentita.

Lezioni di napoletano 4 commenti

Io che insegno a Omar, mio carissimo amico di Novara, il napoletano.



Omar: wa, è prop na bella uajott ja
rob: uajott?
Omar: guagliotta
Omar: eh, io ho nonni avellinesi
Omar: e madre pure
Omar: non penso sia identico al napoletano l’avellinese
Omar: e cmq
Omar: io
rob: no, per niente :D
Omar: non lo so
Omar:  :D
Omar: vabè
Omar: guaglione
Omar: uaglione
Omar: non lo dite?
Omar: per “ragazzo”
rob: sì
Omar: eh
Omar: allora
Omar: più o meno dai
Omar: ..
rob: va che scherzavo, sono dialetti simili
Omar: ma perchè ogni volta
Omar: che dico una frase in napoletano
Omar: asd…
rob: vuò parlà in napulitan?
Omar: ja
rob: ja cosa
rob: animale
rob: e

Omar: mi devi insegnare un po’ anche
rob: sì = e
Omar: asd
Omar: proprio arrogante
Omar: “ja” è un intercalare
Omar: da mettere a fine frase
Omar: vero?
Omar: tipo wa, ma wa lo si mette all’inizio
Omar: qqq …
Omar: questo lo dico in base alla mia esperienza personale
rob: no :D
Omar: asd
rob: di solito mettono “e capit?”
Omar: e capit
Omar: sarebbe
Omar: si capito?
Omar: no
Omar: asd
rob: sì
Omar: cazzo vuol dire -si capito-
Omar: wa rob
rob: brav, stai capenn
Omar: dev cacà il terzo cheeseburger
Omar: arrivo su iphone aspe ja
Omar: cioè
Omar: rotfl
Omar: sto parlando normale ora eh
Omar: altrimenti dicevo
Omar: venno su il cellulà mo, ja (cosciente di dire tante cagate xDDD)
rob: mo veng comp o cellular, e capit?
Stato cambiato in Non in linea (22:47:08)
Stato cambiato in In linea (22:47:13)
Omar: Ecchim e capit?
rob: e
Omar: Sto cacannu
rob: senza u
Omar: Agg capit
rob: me fai pop schif o frat
Omar: Grazie fratè
Omar: A, p
Omar: O frat asd
rob: fratm
Omar: E
rob: no e, dovevi dire “agg capit”
Omar: Agg capit
rob: oddio :D
rob: volevo lo scrivessi

Omar: Camm fa ja?
rob: e nun o saccie, rimm tu
Omar: Jamme a rimorchia
rob: no no, diciamo “jamm a pustiggià”
Omar: Jamm senza chilla E
rob: si scrive con la e, ma si dice senza
Omar: Agg capit, jamm a pustiggià, e
Omar: Com se dice
Omar: ‘domani’
Omar: ?
rob: comm si risc
rob: riman

rob: io ti scrivo come lo diciamo, eh
Omar: Meglio
Omar: E ‘vado’?
rob: vac (diciamo così)
Omar: Wa, riman vac a pusteggià chilla uagliuncell
rob: chill è maschile, chella è femminile :D
Omar: E nun sacc che sess tien
rob: tien dici a me? ten a lei
Omar: …. Asd
Omar: E piu difficile del latino
rob: sì :D
Omar: Si nu brav maestr
rob: e tu si nu brav uaglion
Omar: Asd
rob: posso pubblicare sta cosa sul blog?
Omar: Si asd, se vuoi specifica che sono sulla tavoletta del water
rob: va bene

la bottega del barbiere 4 commenti

Dalla bottega del barbiere è tutto più facile. I problemi esistono solo se ne parli, e se il barbiere vede che ci pensi troppo, te li taglia via.

Una volta entrato dal barbiere sono abbracciato dagli specchi. I colori fanno tutti posto a varie tinte di marrone. Dal chiaro delle pareti, a quello scuro della moquette. Le sedie sono nere, classico cliché, e il divano su cui ti siedi per aspettare il tuo turno è marrone merda chiaro. E’ un divano basso, scomodo, con uno scheletro in ferro che senti nel culo quando lo poggi su esso. Di fianco c’è una torre di riviste: automobilistiche e per uomo, quelle con sopra una donna sexy che ti guarda come se volesse dalla vita solo che la scopassi.
Il soffitto è alto e bianco-giallo. Una radio galleggia nell’aria suona il pezzo che voglio ascoltare, ma che non ho mai sentito in vita mia. La tv sulla mensola sulla porta dell’ingresso è spenta, oggi non gioca il Napoli.
Seduti sul divano ci sono due signori. Uno ha una barba folta, ed è pelato. E’ strano incontrare un pelato dal barbiere. L’altro è un uomo sulla quarantina, con un ragazzino di otto, nove anni, al seguito, che corre per la sala urlando e cantando canzoni che non conosco. Il padrone del salone taglia i capelli a un tizio sulla terza delle tre sedie che, appena entrati, sono messe in ordine sulla destra. Quella è la sua sedia. La sedia al centro, invece, è del ragazzo che lo aiuta. La prima sedia non ha padrone. L’aiutante è a fare la barba a un tizio, su una quarta sedia che però è diversa dalle altre. Di fronte ha il lavandino, e la postazione è più larga rispetto alle altre.
Appena entrato, tutti mi salutano sorridendo, il barbiere fa alzare il tizio dalla sua terza sedia, che ora ha i capelli ordinati e corti. Guardo i capelli per terra, e sono neri e tanti, tanti e neri. Il tizio ordinato mi ignora, ed esce di corsa in strada. Io mi siedo sul divano (ahia, un ferro nel culo) e il bambino intanto va verso un piccolo lavandino nell’angolo in fondo a sinistra del salone. Ha un piccolo buchino così ti poggi sopra, e il collo va a incastro. L’acqua è sempre troppo calda, e alla fine, quando l’aiutante ti fa gocciolare l’acqua via con il pettine (tuo personale) ti fa sempre tanto male, e via, spesso, viene anche lo scalpo.
Guardo le riviste che sfoglio, o addirittura leggo, solo qui. Prendo un numero di FOX UOMO. Bene. In copertina c’è un tizio sorridente e muscoloso e un titolo che dice “Non sei così? Bene! Sappiamo curarti!”. Azz, sono malato? La apro, la sfoglio. Ci sono interviste e finti miti, capezzoli e culi a non finire, e l’oroscopo. Lavoro: i tuoi colleghi ti ammireranno particolarmente per il tuo saperti organizzare. Colleghi? Ma soprattutto… lavoro?
Alzo lo sguardo e vedo che il bambino piange spaventato dal barbiere. Scommetto che pensa che voglia fargli, non so… cosa può pensare un bambino per piangere? Io non ricordo perché piangevo da piccolo dal barbiere. So solo che piangevo per tutto. Comunque per radio passano un pezzo di High School Musical 28, e il bambino si calma, cantando con convinzione la canzone. E’ dolcissimo perché ha le ultime lacrime che devono ancora arrivare alle guance. Il tizio è ancora pelato. Chissà, ho pensato che magari attenda un miracolo da qualcuno lassù, e al posto di andare in chiesa venga qui poiché è, diciamo, un posto più soggettivo. Sono scemo.
La macchina del padre del bambino non parte più, racconta il padre del bambino. Non si accende da quando l’ha data nelle mani della moglie. Alcune volte penso che la vita sia un enorme film pieno di cliché e déjà vu.
E qui ora è un enorme “le donne al volante… brutta cosa” e “se non parte è sicuramente la batteria”. Io, che di automobili non ne capisco praticamente nulla, sentendomi escluso nel discorso dico – Se è la batteria prova a metterla sotto carica, no? – ma appena finisco la domanda tutti iniziano a ridere. Allora, li seguo e sorrido anche io. Ma che cazzo c’avranno da ridere?
E’ il mio turno. – Guarda che c’era prima il signore – e il barbiere – No no, lui aspetta il miracolo -.
L’aiutante mi fa lo shampoo. L’acqua è fredda, e mi fa lo scalpo.
Mi alzo e vado verso la seconda sedia. L’assistente mi chiede come li voglio tagliare, – Come sempre? – aggiunge alla fine. E io gli rispondo – No più corti. Ho più pensieri da mandare via. Questo, è stato un mese di merda -.

verso la parola 3 commenti

Non sono mai stato così prima d’ora. Insomma, pensavo di avere delle qualità, belle anche, in fondo ho persone fantastiche intorno (che penso che per starmi vicino vedano in me qualcosa di bello, no??), e anche se in confronto agli altri non mi sono mai sentito tutto questa specialità di persona, ora guardando la mia vita da fuori, vedo che comunque ho avuto una bella vita… oddio, per lo meno, non ne sogno un’altra, e questa cosa gente, permettetemi, mi fa onore.

Ogni mattina lei è lì. La sua presenza è vera, certa come il fatto che domani verrà di nuovo la luce dopo la notte. E’ di solito poggiata al muro, a fare cose che non vale la pena dire. Pensa, guarda, respira. Cose scontate, e non diventano speciali solo perché le fa lei, come scrivono in quei libri gli scrittori che hanno un soggetto troppo corto per riempire cinquecento pagine, e così descrivono ogni minimo cazzo. Pensa e non so cosa, guarda ogni tanto me, respira.. almeno credo. Tutto qui.

Ogni mattina lei è lì, e io lo so perché in quel corridoio ci sono anche io. Da un tempo non definito  (forse da quando ero piccolo) fa il quinto come me, e la osservo ogni mattina sperando che sia la mattina “buona” e che la mia lingua esegua lo scopo della mia vita, parlarle. Facendo due conti ho sprecato 21.000 occasioni, ma dubito che a due anni ero al quinto superiore. Anche se quel viso mi sembra di conoscerlo da sempre, e meglio del mio.

Un mio amico mi ha consigliato molte volte come conoscerla, avvicinarla, parlarle. Come. Ma lui la fa facile, lui parla, io devo agire. O almeno dovrei. Ma come faccio? Cioè, è diverso da un qualsiasi tipo di rapporto che nasce tra due sconosciuti, il nostro. Intendo quello tra me e LEI. Da quando la “conosco” ho conosciuto un mondo di persone nuove, e tutte senza particolari problemi. In fondo è facile conoscere persone nuove, ok, ma quando hai un appoggio! Cioè, tipo “ti presento mio cugino” e tu allunghi la mano e sorridi. Ma io non conosco il cugino di LEI.
La gente è stupida perché lei è single. Non capiscono. Un altro mio amico dice che dovrei prima vedere com’è equipaggiata, ehm, come fondoschiena. Dice che un rapporto bello tra due persone è dettato dalla bellezze dei due culi. E non dice, come tutti, che devono essere a “mandolino” per essere belli, ma dice che devono avere le tasche dei jeans esattamente al centro della, diciamo, pacca. Se no, non si fa nulla. Desisti, dice. Se la tipa indossa una gonna sono cazzi, ma anche qui è in via una teoria che salverà l’umanità dall’essere single. Io il suo culo non l’ho mai visto. Cioè, non intendo nudo, ma anche solo con i jens, o gonna, qual dir si voglia. E’ che per me è un angelo, asessuata. Non me la immagino due seni e una patata su lei, mi spiego? E’ come un manichino angelico e superiore, e come faccia pipì non c’è dato saperlo. Siamo stupidi, e non meritiamo nulla.

Una volta ho visto il suo cellulare, ma so che non lo usa spesso. Non le piace molto, ci scommetterei, come non piace molto a me (staremmo bene insieme). Ma la guardavo, e forse era nervosa perché le piaccio, e quindi lo apriva e lo chiudeva, guardando l’orologio elettronico.
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E io sorridevo. Il primo amico (non il culo ma l’altro) dice che non sono un regista, e che quindi non devo farmi i film in testa. Io so che non sono film, ma pensieri sensati. So che lei pensa lo stesso di me, che ogni mattina mi guarda, e ogni giorno mi ama. E mi aspetta, o aspetta come me un momento giusto per parlare. Un silenzio giusto per conoscerci.

Non sono mai stato così prima d’ora. Egoista nel volere, nel pretendere di avere il mio turno di sorridere per amore.


Questo racconto è nato dall’ispirazione che mi ha fatto nascere un amico, che rimarrà anonimo. L’ho comunque intervistato a sua insaputa.

LUI: io uso faccine.
IO:e cosa pensi delle faccine?
LUI: penso che siano amabili e tanto espressive ed intercalose
IO: pensi che cambieranno il mondo?
LUI:che cristo di domanda. beh sì, in piccola parte poichè il mondo non è mai fermo
IO: ah, quindi pensi che il verso rotatorio della faccina “lol” cambierà il mondo? o che addirittura esso faccia muovere il pianeta terra?
LUI:sottovaluti il potere di un sorriso
IO: ah
LUI: vabè comunque nemmeno io cambierò il mondo, ma non per questo sono inutile e non per questo non sono amato da qualcuno

(ndr: nessuno dei due era ubriaco)

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