Archivio febbraio, 2010

quando non capivo niente Un commento

Quando ero piccolo e non capivo niente, me lo ricordo. Quando mio nonno morì picchiai le gambe di mio zio, dandogli la colpa, perché quando il nonno era vivo gli urlava sempre che doveva fare qualcosa per la sua vita. Pensai che il nonno fosse morto di stanchezza, perché mio zio non faceva nulla per la vita. Mi picchiarono, dicendo di smettere di piangere. E non capivo niente. Quando mia zia si comprò uno stereo enorme e ascoltava a tutto volume canzoni orrende degli anni suoi, i settanta, e si metteva a ballare come se non fossero mai passati. A me piacevano le voci dei cantanti, e decisi che da grande avrei voluto cantare. Un giorno poi ruppi lo stereo di mia zia per liberare e conoscere il suo cantante preferito, pensando che fosse nascosto lì dentro. Un bambino-per-sempre che aveva deciso di fare il cantante come avevo deciso io, e ora era rinchiuso in quello stereo gigante. Be’, mia zia mi picchiò perché lo stereo nuovo non funzionava più. E non capivo niente. Non mi spiegarono che le siringhe facevano bene, e quando il dottore me le faceva sul sedere io sentivo tanto dolore perché mi agitavo. Una volta in ospedale mi dovettero tenere tre infermieri per farmi una siringa, una cosa di cui mi vanto. In fondo non avevo che pochi anni. Se mi avessero detto che le siringhe pizzicavano appena se non mi fossi mosso, e che erano per il mio bene, io forse sarei stato fermo. Ma non mi dissero nulla, e quando io mi battevo per non farmi far del male – allora non riuscivo a capire perché mi volessero far del male senza motivo -, e loro mi dicevano solo di stare fermo, io non capivo niente. Alla fine piangevo, e vincevano i cattivi.

E quella volta, ora, di quando avevo ventidue anni, e non capivo niente, me lo ricordo. Quando quel pomeriggio mi ricordai di quand’ero piccolo, e non capivo le cose che non mi spiegavano. E pensai, quella volta di quando avevo ventidue anni, che chissà quante cose che non capivo avrei poi capito. Però ero cambiato, ero diventato un ometto, a ventidue anni. E pensai, che in fondo, era sicuramente meglio avere dei dubbi perché le teorie che si costruiscono sopra sono più belle della realtà. Ora non ho cattivi che vogliono farmi siringhe, e nello stereo ci sono solo inutili chip. I dettagli sono noiosi.

l’aeroplano 2 commenti

Quando entri in un nuovo pensiero hai paura, Rob. Ti dici, ecco un altro pensiero che mi consumerà, che non potrò dire a nessuno. E questa cosa lo farà pesare di più, presto avrò un altro macigno da portare con me. Maledetta sensibilità, pensi, beata l’ignoranza. Non voglio capire, voglio solo essere lasciato in pace. Ogni volta è come cadere in un pozzo, e pensiero dopo pensiero il pozzo è diventato più profondo. E una volta di queste non sarò in grado di uscirne arrampicandomi verso l’uscita. Una volta di queste sarò stanco per la caduta e morirò in quel pensiero lì, nel fondo di quel pozzo.

E ti dicono, non pensarci. Ti dicono di goderti le cose belle, come se in quel pozzo di merda mi ci buttassi io. C’erano tempi in cui mi chiedeva cosa avessi, lei, e io le dicevo che erano pensieri miei, cattivi, e che non glieli volevo dire per non farla stare male. E lei non mi diceva di godermi la vita, di non pensarci. Sapeva che non c’entravo un cazzo, che nel pozzo ci cadevo e basta. Allora lei mi accarezzava, sopportando la mia sensibilità che percepiva anche un minimo granello di polvere. L’allergia al mondo, si può chiamare. Fottuta allergia. Ti ritrovi a pensare cose e a porti domande, a cui rispondi subito, ma non ne capisci il senso, il significato.

Non so piangere, per questo so scrivere bene. Quando imparerò a piangere dimenticherò come si scrive, e sinceramente non vedo l’ora. Perché ora, uscito dal pozzo, sono sporco e puzzo come il culo di un maiale. Quando mi sento sporco mi faccio una doccia, due. Strofino bene, ma non divento pulito. Perché lo sporco è dentro, non fuori. Dovrei vomitare. E’ capitato che mi facessi crescere i capelli così, senza un motivo particolare. Perché non capitava occasione di tagliarli. Poi, ho sempre provato a portarli lunghi, ma inevitabilmente dopo un po’ li tagliavo, sempre per lo stesso motivo. Cadevo nel pozzo, e dopo i capelli mi sembravano più pesanti, e di impulso li tagliavo, dovevo cacciarli via, diventare leggero per pensare cose tranquille e rilassarmi.

A te piacevo con i capelli lunghi, ma se li tagliavo non dicevi nulla. Nonostante tu non li tagliassi sapendo che mi piacevi così. Te sapevi che dire e che fare per farmi piacere, ma tutt’oggi non me ne spiego il motivo, di tutto quell’amore, di tutte quelle attenzioni. Ma soprattutto non mi spiego quando mi sopportavi nei miei momenti di pozzo, quando ero triste e incazzato senza che tu ne sapessi il motivo. Non te lo potevo dire, perché se no avrei macchiato il meraviglioso lenzuolo bianco quale eri. A volte mi chiedo se non sia questo il mio scopo. Quello di conoscere il lato peggiore del mondo per ometterlo nei miei scritti. Come fa l’adulto con i bambini. Inventerò parole come pupù, oppure imboccherò cose con il cucchiaio che fa l’aeroplano, per proteggere il mondo da sé stesso.

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Se ho fede? Certo, che ho fede. Ma non la fede, ma bensì io possiedo la Fede. Tra parentesi, capita che bestemmi, ma non perché sono maleducato. Posso essere anche maleducato, certamente, ma non certo perché bestemmio. Una volta risposi che non volevo seguire delle regole d’educazione impostatemi dalle religioni. E non c’entra il rispetto, non più. Non credo nelle religioni, e bestemmio. Non spesso, ma se capita non mi copro la bocca con la manina subito dopo.

Ho fede, sì. In fondo sono un artista, si dice. Con gli anni mi sono convinto anche io di questa cosa, ormai. Tutti quelli che conosco me lo dicono, quindi o è un enorme complotto, oppure forse hanno un po’ ragione. Visti i tempi, comunque, direi che gli artisti sono diventati artristi, ma questo è un altro discorso. Siedo su di una poltrona tra la scienza, che tende a definire ogni cosa, e le religioni, che danno a tutto una sola spiegazione – o spiegazioni, viste il numero di religioni presenti al mondo. Allora qual è la mia fede?

So che tutto nasce, vive, e poi muore nella nostra testa. Il cuore non ha memoria, né ricordi. E nemmeno qualcos’altro ha memoria, quindi tutto è nella nostra testa; amore, legami, la vita. E la mente pensa, essa immagina, a volte ci parla. Ma tutto lì dentro si razionalizza, assume forme, i contorni diventano precisi. E questa è la ricerca, che vuole i fatti. Quella, insomma, del senso della vita, dello scopo dell’esistenza, e un altro elenco di inutili cazzate. Poi c’è la fede, religiosa. Quella che non si pone domande, ma che ha tutte le risposte. Il volere di dio, eccetera. Il destino, i comandamenti, i dogmi vecchi quanto il primo ‘ti amo’ sussurrato. C’è da pensare che non sono stato fortunato da poter credere in dio, oggi. Ma non per questo mi sento senza fede.

Io, infatti, sono nel mezzo di questi due modi di vivere e pensare. In mezzo alle nostre orecchie siede il nostro Io, quello che pensa, razionalizza, e nel nostro cuore siede il nostro dio, che ha fede. E la mia fede dove siede, cos’è? La mia fede è forse nelle orecchie, quando ascolto musica; oppure e nelle mani quando sfoglio un libro, o negli occhi quando lo leggo; oppure, ancora, negli occhi, quando guardo una bella foto, o quando ne scatto una io. E’ negli occhi quando guardo una bella ragazza, o nella mia bocca quando glielo dico. E ancora nelle mie mani, quando la cerco. La mia fede è irrazionale, di spiegazioni non ne vuole. Tuttavia si diverte a immaginarle con stile. La mia fede è quella che alcuni sentono nello stomaco quando delle mani gelate, in pieno inverno, te lo sfiorano. La mia fede è quella che ti fa sorridere senza motivo. La mia fede è il senso del ritmo quando ascolti una canzone.

Se ho fede? Certo, ho il mio credo. Nella mia fede tutti siamo dei pastori, tutti facciamo le pecore, tutti siamo i cani di guardia e lupi affamati di carne. Nella mia fede non si negano i difetti, ma ansi si accettano, si amano. Quello in cui credo non impone dogmi, ma ansi sprona ad avere una mente senza confini razionalizzati, o trarre risposte affrettate e senza fondamenta più giovani di duemiladieci anni, per esempio. E se lo riterrete opportuno, potete bestemmiare, o dire quel che cazzo vi pare. Ecco la mia fede, e ora possiamo parlare di rispetto, se vuoi.

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Ovviamente quella mattina c’era il sole. Aprì gli occhi e ne vide i raggi entrare dalla finestra. Si alzò sorridente e fu toccata dal loro calore, che le sfioravano le guance. Sentì gli uccellini cinguettare da fuori, poggiati su chissà quale ramo. Era felice, e come poteva non esserlo? Si vide allo specchio, ed era perfetta: i capelli pettinati, il viso luminoso, dai lineamenti decisi. Scese giù per fare colazione e fu inondata da un profumo di cornetti caldi. Baciò la mamma, che sciacquava un pentolino, sulla guancia, e si mise seduta a tavola davanti la tazza colma di latte.
- Buongiorno papà, – disse al genitore, che gli sedeva di fronte, coperto completamente dal giornale che stava leggendo.
Il padre abbassò il giornale come per vedere chi l’avesse chiamato, la vide, e sorrise: – Buongiorno a te, cara.
Iniziò a mangiare. Immerse un biscotto nel latte caldo, che non si spezzò tra le dita ma rimase unito, così che lo morse senza problemi.
- Uhm, – disse ancora con la bocca piena, i genitori si girarono a guardarla, – Mi sono cresciute le tette.
Gonfiò il petto per sottolineare le nuove forme. Indossava una canottiera bianca che sottolineava dolci e sode tette.
- Ma è meraviglioso! – disse il padre, prima di tornare a leggere il giornale.
La madre chiuse l’acqua del lavabo e si sedette a tavola, – Hai detto grazie?
- Certo, mamma, – rispose lei.
Calò il silenzio, e lei immerse un altro biscotto nel latte. Neanche questo si inumidì fino a spezzarsi.
- Qualcosa di nuovo, tesoro? – chiese la madre, rivolta al marito.
- Oh, no cara. Ieri la signora Pergoni ha riso tanto, e il marito era più felice dell’altro ieri. La disoccupazione, dicono, però, sia preoccupante. Forse in Giappone un signore sta perdendo il lavoro, il primo caso dopo centinaia di anni.
- Oh Giuda! Dove andremo a finire! – esclamò spaventata la mamma, – Ma come mai?
- Dice l’altro giorno quasi si annoiava durante l’ora di lavoro. E’ capitato per un minuto, a quanto pare. Ma usano termini tecnici, e non capisco molto bene. Dicono che il computer si sia ‘bloccato’, bo’, e lui non sapeva che fare nel frattempo. Dice che è stato un minuto duro, nonostante sia prontamente intervenuto il Signore.
- Spero tutto si sistemi. La disoccupazione è un problema grave.
- Sono sicuro risolveranno tutto.
La madre era visibilmente sconvolta, e si teneva il petto con la mano. Infine guardò la figlia mangiare, e le disse: – Dai Martina, muoviti che è tardissimo per la chiesa.
- Va bene, – le rispose Martina, e corse di sopra a vestirsi.
Si infilò dei jeans e filò di sotto, poi uscì dalla porta sul retro che dava nel giardino. Si diresse verso l’albero all’angolo del giardino e da un ramo staccò diverse banconote di soldi, un bel mucchietto che si mise in tasca. Poi corse dentro ma passò solo velocemente per la casa, urlando saluti, perché uscì subito dalla porta principale.
Arrivò in chiesa pochi minuti dopo, in anticipo. Le suora la salutarono, lei disse loro delle tette, che le erano cresciute.
- Oh, che bello! Signore grazie! – disse Suor Eva, – Vediamo.
Martina alzò la canottiera mostrando loro le tette. Intanto passavano i suoi compagni per andare a scuola, ma nessuno notò quei dolci seni al vento. Le suore le sorrisero compiaciute, poi la fecero coprire, infine lei entrò in chiesa e prese posto.
La lezione di storia fu facile. Gli ebrei che furono sterminati, gli ebrei il popolo del loro Signore, gli ebrei che conquistarono la terra e sterminarono tutti gli altri popoli. Tutti ebbero dieci. La lezione di scienza fu sui miracoli, ma vi fu un rivoluzionario tra gli alunni. Un ragazzino seduto tra le prime file chiese infatti: – Se è normale camminare sull’acqua come il Nostro Signore, perché Egli ha inventato la fisica?
Un coro sconvolto si alzò.
- Come osi! – urlò Suor Eva, mentre un’altra suora alle sue spalle pregava.
E fu allora che le porte della chiesa si aprirono, e fecero entrare una luce bianca abbagliante. Dal cuore di quel bagliore comparve una figura nera, che camminava tranquila la deciso verso l’altare della chiesa.
- Chi ha pregato? – chiese l’angelo.
- Oh, grazie a Dio, – disse la suora, e nella chiesa si levò un coro che ripeté: – Grazie!
- Cosa succede, suor Eva? – chiese l’angelo con calma.
- C’è lui, – disse indicando il ragazzo, – Che ha bestemmiato.
- E’ vero? – chiese l’angelo, guardando il soffitto, – Uhm, ok.
L’angelo fece un movimento con la mano e il ragazzo planò a mezz’aria. Poi sorrise, e disse: – Non ti perdono più, – e il ragazzo cadde a terra, che si aprì al suo tocco fino a mostrare una profonda voragine, il quale inghiottì il blasfemo.
L’angelo poi si girò vero la folla, aprì le braccia e fece un inchino, poi sparì. Partì un applauso. Fu allora che Martina si svegliò dal suo sonno a occhi aperti. Era rimasta distratta per tutto il tempo. Infatti, seduta su qualche panca dopo la sua, c’era una ragazza che aveva le tette di una forma più bella delle sue. Che sfortunata che sono, pensò.

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