Archivio marzo, 2010

la primavera, la barba, e il fotografo che non sorride 0 commenti

E’ primavera e qui alla penisola del sole che non c’è ci sono speranze che devono essere alimentate. C’è bisogno di una siringa di positivismo iniettata direttamente nelle vene. Non parlo di droga, no, ma proprio positivismo sotto forma di… cioè… va be’ era una metafora e me l’avete rovinata. Stamattina quando mi sono alzato ho illuminato la notte. Io mi alzavo dal letto, e fuori nel cielo veniva la luce, poi mi stendevo e fuori di nuovo la notte. Mentre mi stiracchiavo durante i miei esercizi fisici – che faccio una volta ogni due settimane per non diventare troppo muscoloso – mi ricordavo della promessa che mi sono fatto ieri sera. E’ brutto farsi le promesse da solo, perché poi non si mantengono mai e dopo ti senti una merda che non rispetta neanche sé stesso. La mia promessa consisteva nel farmi la barba. Sì, la barba. Poiché non mi rasavo da almeno un anno, e visto che ho da scattarmi delle foto-tessera da settimane, avevo deciso di fare tutto stamattina e smettere di rimandare. E’ che rasarsi la barba non fa per me, quindi lascio perdere. Quando diventa troppo lunga, l’accorcio con la macchinetta per tagliare i capelli. Così ho sempre una sorta di barbetta, che sembra che non mi rasi da due tre giorni, che mi fa sembrare un figo della madonna.

Spero che abbiate capito la metafora del sole, che mi alzavo e veniva giorno, perché è proprio bella.

Ero in vena di accontentare le mie promesse, e così ho deciso di radermi. Prima ho scelto la musica, qualche canzone movimentata, anche se poi c’era il rischio che, ballando, avrei potuto tranciarmi la carotide e morire dissanguato. Ognuno si fa la barba a suo modo, e anche io ho una sorta di cerimonia, che talvolta sembra un funerale, perché a morire sarà il Rob superfigo. Acqua calda in una piccola bacinella, metto a mollo il rasoio per ammorbidire le lame, poi tampono con le mani bagnate il viso, per avvisare i peli della barba che tra poco moriranno (risata malefica). E’ ora di mettersi la schiuma, che non è una schiuma ma un gel, che mi comprai mesi fa e che non ho mai usato. E’ un gel per pelli delicate (…). Sì, non bastava il fatto che sono poco virile e rude, quindi era giusto avere anche la ‘pelle dedicata’. In pratica quando mi rado è facile che la pelle si irriti. Il mio barbiere dice che forse dipende dal fatto che mi rado una volta l’anno, ma non ne sono sicuro. Leggendo le istruzioni d’uso della schiuma mi sono sentito un uomo-non-rude senza fantasia; infatti, consigliavano di non mangiarla, di non sparare il tubetto (??), oppure di non fumare la schiuma. E io che pensavo solo di stenderla sul viso!

La schiuma è proprio funzionale (sembro un ispettore durante un’ispezione se parlo così). Non mi sono tagliato, e ho la pelle liscia liscia. Con gli occhiali sembro quasi intelligente. Dopo aver fatto accarezzare la guancia liscia dalle innumerevoli donne che occupano la mia stanza in attesa del momento in cui esco dalla doccia e mi vesto in camera, sono uscito, vero l’infinito e oltre, diretto dal fotografo dietro l’angolo. Il fotografo dietro l’angolo è un cretino. Sta alla fotografia come Platinette sta a miss Italia, o come Ben Affleck sta alla recitazione. Non usa Photoshop nel migliore dei modi: la cornice ovale bianca, saturazione a go go, i pennelli di fiori e piante varie che escono dalle orecchie degli ignari sposi. E per di più ha la sfiga di fotografare solo ragazze un po’ bruttine. Entro nel negozio, e lo trovo dietro il bancone che sfoglia facebook. Gli dico che devo fare la foto-tessera, e lui mi fa accomodare su uno sgabello davanti un telo dal colore uniforme. Mi fa “Pronto?” io annuisco, e sorrido, e lui scatta. Alza la testa e mi guarda, “Hai sorriso?”, io gli dico di sì, e lui fa “Non puoi sorridere nelle foto-tessera”. Io lo guardo un po’ dubbioso, e gli chiedo il perché. Mi dice “Be’, sorridere nei documenti è illegale”. E’ illegale? Io di legge non so niente. Mi ricordo appena che è illegale uccidere, e mi sembra che rubare lo sia solo in alcuni casi speciali. Ma mi sembra altamente improbabile che ci sia una legge che vieti di sorridere nei documenti ufficiali. Durante tutto questo ragionamento ero rimasto in silenzio, e lui mi guardava dubbioso. Chissà che espressione ho fatto, che lui mi fa “Ok, vediamo come è venuta questa foto, ma se ti fermano e ti arrestano perché ridi nella foto del documento, non dire che te l’ho fatta io la foto”. E così farò, non lo denuncerò, e quando mi arresteranno dirò alla polizia che, al posto mio, avrebbero riso anche loro.

il pazzo del sistema 0 commenti

Salgo sul bus con l’ombrello che versa acqua per terra. Anche io sono zuppo. Provo ad agitare il trench per far gocciolare un po’ d’acqua e non bagnarmi i vestiti, ma è tardi: è invernale, fatto di lana o chissà che tipo di stoffa, e ha assorbito tutta l’acqua. Sono una spugna gigante. Una signora seduta ai primi posti sorride mentre mi fissa. Ha una cappotto marrone, enorme e pieno di pellicce qui e lì. Mi chiede “Fuori piove?”. Signora, che cazzo, non lo vede? Siamo in un bus, non in un bunker senza finestre. “Eggià”. No, ti prego, non voglio parlare del tempo. Piove, marzo è pazzo, non vedo l’ora che arrivi l’estate eccetera. Il primo che si lamenterà per il caldo lo picchierò a sangue con una lastra di ghiaccio, ricordandogli quando si lamentava del freddo. Fa freddo, l’argomento è chiuso, finito. Esaurito. La signora sorride, “Ti sei bagnato”. Nooo, è che sono influenzato e ho fatto uno starnuto prima di salire sul bus. La signora è snob. Ha dalla sua parte il diavolo, tant’è che non è bagnata. Il diavolo la protegge dal male – la pioggia è male -, e lei in cambio deve insultare qualche operaio, qualche ragazzo che sale sul bus fradicio. “Eh, lo so signora, mi sono bagnato anche i vestiti”. E quando dico ’signora’ sto scherzando. Lei di signorile ha solo l’età. Odio darle del lei, odio le classi sociali. Amo la pioggia. Il bus si ferma ancora, sale un anziano mingherlino. Non ha l’ombrello, e il suo cappotto è ormai grigio scuro per colpa dell’acqua. Sorride, sembra un senzatetto. Sembra fuori di testa. Mi saluta, allegro. Mi vuole abbracciare. La signora, stizzita in prima fila, non gli chiede se piove ancora. La signora è diventata intelligente, intuitiva. E dire che negano l’evoluzione. Il vecchio pazzo inizia a urlare la sua storia, dal nulla. Un ex pugile, che a vent’anni guadagnava tanto negli incontri, per dar da mangiare alla sua famiglia, che era parecchio numerosa. Non ricorda neanche quanti fratelli ha. Comunque, era molto probabile che stesse inventando tutto di sana pianta. Il bus si muoveva, e lui si muoveva nel bus per mostrarmi come ci si protegge nei combattimenti. Poi si gira, “A meno che non vuoi farti colpire, eh!” dice e ride, ma nessuno ride con lui. Solo io sorrido con lui. La signora, con il pazzo di spalle, mi fa “Non dargli corda”. La signora criticava il pazzo. Lui era pazzo. Non si insegna pugilato su un bus. O non si chiede a uno fradicio se fuori piove? Il tizio si rigira verso di me, e mi dice che potrei fare il pugile. Così la pazza sorride, e dice che la gente è fuori di testa. Che il mondo è andato in frantumi, grazie ai giovani che non hanno più moralità. Forse dirà anche che fuori non piove. La vecchia pazza criticava il mondo, perché aveva un patto con il diavolo. Non voleva bagnarsi, non voleva sporcarsi, e mordeva, mordeva qualunque cosa potesse mordere.

la fragilità dell’amore 0 commenti

La fragilità della mente umana mi spaventa. I pensieri che vengono costruiti in anni ma distrutti in pochi attimi, a volte senza neanche il beneficio del dubbio o una possibilità di replica, sono a volte un’ingiustizia con cui è difficile convivere – sapere che l’ingiusto è dietro l’angolo spaventa; entrare nella consapevolezza che non ci siano moderatori superiori che fanno sì che la nostra sia una vita tranquilla. Secondo me, la fine di qualcosa è quasi sempre un capriccio dettato dalla testardaggine umana. Si ha tutta la fiducia di una persona, e a un certo punto non basta più. Quando capita, a te tutto sembra superfluo, perché tu diventi superfluo. L’uomo che sogna l’amore per non essere solo, ma in realtà non sembra saper fare altro tanto bene. Qui c’è la conferma dell’incoerenza umana – caratteristica tanto snobbata ma che invece io penso sia più umana e naturale di quanto pensiamo; sì, perché la prima cosa a cui pensiamo per migliorare la nostra vita è fare nuove conoscenze, cercare nuovi stimoli in nuove persone – rinnegando l’amore che si è provato sino a ora – rinunciando a una presenza nella propria vita, per lanciarsi nel mondo e conoscere sconosciuti. Tante volte l’amore non sembra che un capriccio, dettato non da ciò che è amore, ma da ciò che piace – da ciò che è figo.

La mente umana è fragile, quindi. Ci basta un poco per essere tristi, o per essere felici. I famosi ‘piccoli gesti’. Quindi, bisogna solo sperare che ci arrivino i giusti stimoli, per pensarla nel modo migliore che abbiamo a disposizione. Appunto, siamo sicuri che ci siamo guardati bene intorno? Ogni pensiero o punto di vista è ovunque, alla portata di tutti e pronto per essere afferrato dalla nostra mente. Questo è bello; penso sia il ragionamento di base della bellezza e dell’arte, tant’è che l’ispirazione nasce dal punto di vista.

Pensare di avere dei pensieri tanto fragili e malneabili è una prospettiva pericolosa, ma soprattutto triste.

vedevo 0 commenti

Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto fu svolto in due minuti; la mia anima gli stavo regalando, e lui in cambio mi avrebbe dato gli occhi per vederti, quando io avrei chiuso i miei. Sorrise, il nuovo possessore della mia anima, del mio buon senso, del contenuto del mio cuore, e io triste gli strinsi solo la mano. Lui prima di andarsene mi chiese perché avevo voluto solo vederti, e non possederti di nuovo. Disse che lui poteva farlo, che il libero arbitrio per lui è cosa da poco, ma io risposi a Lucifero che tu avevi scelto di passare la mia vita lontano da me, e a me bastava solo vederti viverla, se questa era la tua decisione.

Il patto fu mantenuto, e io ti vedevo. All’inizio pensai se tutto questo fosse giusto, ma ormai era patto fatto, e anche se avessi sbagliato a firmarlo non avrei potuto cambiarlo né, in mancanza di buon senso, saperlo. E così ti vedevo. Quando volevo, chiudevo gli occhi e vedevo ciò che tu vedevi. Una sorta di spia, o una sorta di legame superiore, che unisce due persone nei sensi, prima che nel corpo. Legame che solo una volta avevamo senza che io accordassi un patto con Lucifero.
I primi tempi ti vedevo appena, avevo vergogna. Così tenevo gli occhi aperti più che potevo. Ma anche quando schioccavo le palpebre riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, così mi arresi. La cosa prese sempre più piede, e capitavano sere che non uscivo con i miei amici per starmene a casa a uscire con te. Solo che tu non lo sapevi. Fui bocciato in letteratura italiana perché non studiavo per vederti. In quel periodo volevi essere bella per l’estate, e passavi le ore davanti allo specchio a pettinarti. Ti piaceva pettinarti, e a me piaceva vedertelo fare. A volte uscivi dalla doccia e nuda ti pettinavi. Ti toccavi il seno come se non fosse seno, ti stendevi il lucidalabbra come se quelle labbra perfette a te non facessero nessun effetto. Quando spruzzavi il profumo nell’aria e ti immergevi nella nuvola che ne usciva per farti coprire, io quasi lo sentivo ancora, il tuo profumo. Dopo tornavi a guardarti ed era come se fossi pronta a conquistarmi ancora. Ma non c’era bisogno di essere profumata, per conquistarmi di nuovo.

Certe volte studiavi, o leggevi, e a me piaceva guardare le mani che tenevano i libri. Provavo un dolore quasi fisico a ricordarmi delle tue mani. Mi mancavano così tanto, all’inizio. Poi invece ci feci l’abitudine. Abitudine, routine, ecco cosa diventò vedere attraverso i tuoi occhi.
Provammo a uscire con nuove persone la stessa sera, ma non lo feci di proposito. Ogni tanto, mentre la biondina di fronte a me mi parlava dello sviluppo economico del nostro paese, io chiudevo gli occhi e spiavo il tuo appuntamento. Quello non era il tuo tipo, nonostante fosse una persona interessante. Era un artista, e si vedeva da come muoveva quelle mani. A te le persone che interessano anche alle altre ragazze creano fascino, ma dopo un po’ ti annoi. Sai che nella loro vita non sarai mai nulla più di una semplice compagna – e neanche una di quelle che ispira l’arte stessa. Eri felice quando ispiravi la mia arte, ricordai. Aprii gli occhi e la biondina rideva, così risi anche io, ma cosa avesse detto io avrei saputo dirlo. Dopo andammo a casa, e mentre io bevevo birra e parlavo di un vinile che era sul tavolo di fianco al divano, girai la testa e la vidi che avevo la patta aperta e il mio amico di fuori. Lei ci giocava, e io neanche me n’ero accorto. Così chiusi occhi per vedere tu cosa facevi, e vidi mister artista che ballava un non so che ballo orientale, con la pancia di fuori. Accavallasti le gambe, avevi voglia, quindi, di fare l’amore. In quel momento riaprii gli occhi, e la biondina era lì a ciucciarmelo con foga, mentre ancora parlava della differenza economica da nord e sud. Come facesse a parlare con la bocca piena, era un mistero. Se non fossi stato certo che solo tu avevi un corpo che parlava, Piccola, avrei scommesso che stesse parlando con altre labbra.
Alla fine si mie a curiosare per il soggiorno, la biondina, nuda con il culo da economista. Si divertiva tantissimo, tanto che non notò che io quasi mi annoiavo. Chiusi gli occhi, tu eri sull’artista a farti scopare. Guardavi la sua espressione di piacere, un misto tra un urlo vichingo di guerra, e un’espressione che può fare un chitarrista durante un assolo in playback. Se lo fissavi senza chiudere gli occhi, significava che non ti piaceva come ti stava scopando. Ma invece poi gli occhi li chiudesti, e vidi nero, poi li aprii, e vidi l’economista di nuovo attaccata al mio uccello.

Con il tempo mi resi conto che il diavolo mi aveva fregato. L’economista divenne la mia ragazza. Era una brava ragazza, ma non riuscii a innamorarmi appieno di lei perché ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ciò che tu vedevi. Spesso ti vedevo allo specchio, e non ebbi quindi il tempo di dimenticarti. Passai la mia vita a immaginarmi te al suo posto, con i tuoi atteggiamenti da donna al posto dei suoi di economista. Alla fine sposai l’economista perché lo volevano i suoi, ma non potevo chiudere gli occhi che vedevo l’artista che sorrideva felice mentre passeggiavate, guardavate un film, disegnava paesaggi – paesaggi, con te bella lì a disposizione -, che leggeva scrittori alla moda. Tu non lo osservavi molto, e quindi capii che non eri innamorata di lui. Perciò lo sposasti. Di lui non ne osservavi i dettagli del viso, non li studiavi come facevi con me. Mi chiesi perché l’avessi sposato, poi riaprivo gli occhi e vedevo mia moglie felice, ma cieca.

Ho passato la mia vita nel rimpianto di aver preso una decisione, quella di allontanarmi da te, su cui sin dall’inizio non avevo scelta.

Leggi il seguito »

10 Like

Pagina 1 di 212