Alla ricerca

Quel ragazzo ogni giorno era in quel parco. E non solo, ogni giorno era su quel fazzoletto di terra, che era tipo dieci metri per sette e mezzo, a marciare con passo deciso guardandosi i piedi, e la terra che di lì a poco avrebbe calpestato.
- E dov’è, dov’è! – a volte urlava, sotto lo sguardo preoccupato e vagamente mentalmente instabile dei vecchietti che davano a mangiare ai piccioni (pane, ma anche piadine), a quelli che leggevano il giornale, e alle insolite mamme che, senza il cellulare all’orecchio, giocavano con le loro piccole bambine (per poi abbandonarle davanti a disney channel una volta a casa, per poter telefonare in santa pace).
Quel ragazzo con le mani dietro la schiena, stava cercando qualcosa. E sbuffa lì, e sbuffa qui, non la riusciva proprio a trovare. Così urlava, e imprecava affinché la fortuna finalmente riconoscesse la sfiga che aveva esagerato a inviargli, e si facesse perdonare.
Quando finì di percorrere per l’ennesima volta quel piccolo pezzetto di terra, agitava le mani nervoso, e ricominciava a cercare. Ma niente, niente, niente. Ci metteva ore per ripercorrere con una sottile morbosità tutte le foglie, e fiori, e fili d’erba di quel piccolo tratto, ma ogni volta non vedeva nulla di nuovo.
- Eppure eravamo qui! – urlò, poi indicò l’albero lì vicino, – Con quell’albero a forma di braccio lì, e quella nuvola lì, e il palazzo… – e iniziò a scoraggiarsi, – Oh oh oh! – disse cadendo sulle ginocchia.
Allorché, tutti gli abituali ospiti di quel grazioso parco, quelli che lo conoscevano bene poiché son la sua presenza era tutti i giorni presente, si avvicinarono finalmente per colmare l’enorme curiosità (e paura) che avvolgeva le avventure di quel ragazzo.
- Cosa ti succede mai? – chiese uno dei otto, o nove uomini, o donne, che gli si avvicinarono.
Lui alzò la testa e li vide. – Oh, mi potreste dare una mano? – chiese lui in lacrime.
- Ma certo figliolo, cosa cerchi?
- In questo quadrato di terra! – disse, e si alzò.
A lunghi passi disegnò un quadrato che avvolgeva i tutti presenti, che lo guardavano con fare eccitato, prossimi a scoprire l’arcano mistero di quel ragazzo.
- In questo quadrato di terra, io ho perso il bacio della mia donna.
Tutti lo guardavano, poi presero a guardarsi tra di loro. – Come? – chiese il coraggioso di turno.
- La mia donna. Qui, passammo un pomeriggio. Allora lei, mentre la inquadrai con la mia macchina fotografica, mi mandò un bacio. Lo diede a un fiore, che poi lanciò in aria. Ho la foto di quel bacio, e ora lo vorrei riscuotere trovandolo. Sapete, – si guardò intorno come se fosse spiato, – Lei ora mi manca, e ogni cosa che me la ricordi e me la faccia sentire presente sarebbe utilissima per la mia sanità mentale. Poiché, – disse, e si avvicinò di nuovo al gruppo, – Mentre prima i suoi baci erano scontati, ora sono il sole d’inverno.
Tutti lo guardavano con fare curioso. Un giovane, poco meno giovane di lui, allora gli chiese: – Ma allora cosa dobbiamo cercare? – e tutti lo guardavano come fosse anch’esso pazzo. – Il fiore?
- No! – urlò il ragazzo, – Il bacio. Dobbiamo trovare quel bacio, che ora è di questa terra, ma che appartiene a me! Che poi, – disse, poi rise, – Ahahahaah, cosa sei pazzo, amico mio? Un fiore? Siamo in un prato! Quante probabilità abbiamo di trovare un fiore in particolare? Ahahahaahah!

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