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Itagliani [i-ta-glià-ni]

agg. dell’Italia; civiltà (?), lingua itagliana | nessuno tromba come gli itagliani, gli itagliani da grande sognano di sedere su un trono, nonostante ci sia la repubblica, e fare i tronisti.

1. Gli itagliani sono un popolo che è sotto gli accertamenti psicologici dei migliori laureti al Cepu dell’anno fiscale 1998/99, quelli dell’ultimo concorso pubblico. E’ un popolo diviso, come ogni popolo fascista mondiale, nonostante non si siano trovati, per ora, sostanziali differenze tra i due schieramenti; ma mai definire retrograde un italiano in sua presenza, perché non sa di esserlo e per lui sarebbe uno shock saperlo. Come per Babbo Natale e i bambini, bisogna far piano. A proposito della ricerca delle differenze fisiche e mentali dei due schieramenti, che per non fare nomi chiameremo nord e sud, c’è un altro gruppo di ricerca in ricerca. Loro, però, a differenza del primo gruppo, al Cepu non sono mai stati accettati, poiché quando gli han chiesto quale fosse il loro QI, loro hanno risposto “Dopo la Q va sempre la U, e non so cosa sia il QUI”. Comunque, neanche loro, in sessantacinque anni di ricerca (solo negli ultimi anni si sono trasferiti su google), hanno trovato qualche differenza sostanziale, a parte qualche vocabolo specifico dei due schieramenti nord e sud, che gli scienziati hanno chiamato con il nome tecnico “accento”. Anche qi la differenza è però minima, visto che siede solo nel fatto che quelli del sud iniziano alcune frasi con un semplice “uè” (che gli scienziati hanno trasformato subito in “què”)

2. Non ci definizioni per definire in modo preciso gli itagliani in quanto popolo, perché in quanto popolo hanno ben poco. Ma non è un difetto, solo un mancato pregio, di cui non si sente neanche troppo la mancanza, dato che almeno si sono trovati (quasi) d’accordo ad eleggere il capo che deve rappresentarli nel mondo, quando c’è da raccontare le barzellette. Sì, perché gli itagliani sanno raccontare benissimo le barzellette, e la loro preferita è “C’erano una volta tre padani, e poi un negro, un mulatto, e un cafone di merda, che alla fine della barzelletta non ci saranno più”. Se molti mangia-bambini trovano questa barzelletta fascista è perché sono mangia-bambini senza senso dell’umorismo, che per gli itagliani significa dire parolacce tipo “cazzo”, o “merda”, o una fusione tre le due in un enorme “pene di sterco”.

3. Gli itagliani sono un popolo carnivoro, poiché mangiano tanto, ed sono proprio in carne. La prova bikini, o perizoma maschile leopardato, è per loro il ritrovo annuale per mostrare di cosa sono fatti; gli scienziati, al tal proposito, stanno facendo altri studi, e oltre alla carne, alle ossa, e altre cose che non sanno definire, dicono che siamo tutti uguali. Qi ci fu anche la guerra incivile degli anni quelli, in cui i padani, e le pedane, dissero che qualcosa di differente doveva esserci per forza. E così si è deciso che chi non ha il sangue verde non ce l’ha duro, ma in compenso riesco a girare lo sterzo della macchina senza problemi.

4. Se i leopardi corrono dietro le gazzelle (anche se in Italia sono le gazzelle a rincorrere), gli americani dietro il progresso, e gli inglesi dietro la reginetta, gli itagliani corrono verso varie ed eventuali cose, più comunemente e umanamente chiamate donne. Quello degli itagliani è un vanto, quello di definirsi il maschio predominante che tiene il telecomando, e porta i pantaloni firmati da qualche ricchione famoso. Ricchione è un termine itagliano per definire chi, secondo dio, che è tipo più in alto del presidente del consiglio, detta le leggi umanitarie, insieme a Bertolaso. Comunque, è meglio sottolineare che chiunque è più alto del presidente del consiglio, tranne Brunetta, che a discapito del nome, non ha un bel culo. Gli itagliani si vantano di essere stati gli ultimi ad aver inventato la ruota che gira, gira la ruota gira. Molto prima dei russi, ma dopo gli americani. Piccola nota: gli itagliani dicono di non russare, ma intanto Putin è il nostro migliore amico.

5. In fine, lo sport nazionale degli itagliani è il calcio, ma anche qi girano le palle a tutti. C’è corruzione sotto porta, e finte che si trasformano in reti in cui ce n’è per Totti. Se vuoi fare felice un itagliano fagli vedere il pelo (gli scienziati stanno studiano la definizione, analizzando il capello), e dirgli che forse dopo averlo avuto si potranno vedere la partita su mediaset premium, che è un premium solo per i più alti in carica. I più bassi no, quelli non sono di sangue padano.

esserini con la coda in corsa verso la vittoria Un commento

Tanti piccoli esserini, con una testa rotonda e una coda, si muovono veloci verso una meta comune. Sono miliardi. Ondeggiano quelle code che hanno, si spintonano l’uno contro l’altro, e distraggono i loro concorrenti con dei banali “Guarda là!“. Uno di loro esce fuori strada, poi si capovolta e scoppia come nei film d’azione. C’è anche l’esserino che è un capo mafia, circondato da altri esserini che lo proteggono con le loro code, e lo spingono sperando che arrivi primo. Sì perché, solo il primo vince, ed entra in quello che loro chiamano “nucleo”, ma in realtà è altro; è più una suite in cui l’esserino è nato per desiderare di starci, senza sapere cosa sia. La felicità e la tristezza come sempre si prendono a codate, per mettere fuori uso l’altro e nello stesso momento arrivare prima al nucleo. Ma come spesso accade, negli ultimi metri ci sono tanti colpi di scena, e capita che al nucleo, o cervello, arrivino gli esserini, o stati d’animo, pensieri, sensazioni, che non conosciamo ancora, o che ci stanno particolarmente scomodi. Stamattina il cervello è stato fecondato dall’apatia, e stamattina mi sento un po’ patetico, ma ricordo di quel giorno che arrivasti prima tu nei miei pensieri; anzi, era una corsa che sapevano tutti di perdere, in quei giorni quando c’eri. E sorrido, perché con la coda eri proprio divertente.

perché non ci facciamo mancare nulla 2 commenti

Oggi ho ascoltato un po’ di musica. Ma non dico scrivere, leggere, tagliarmi le unghie dei piedi, mentre in sottofondo c’è una playlist casuale che, casualmente, ti fa capitare sempre quei due pezzi che tu, quando sei al pc, li cambi d’istinto alla primissima nota. No, io parlo di ascoltare musica, e fare solo quello. Tornato a casa, oggi pomeriggio, ero stanco; mi sono steso sul letto, gli stivali sul piumone. Mi sono spogliato, e i calzini erano tutti appiccicati ai piedi per il sudore – tranquilli, non puzzano (..). Così mi son tolto anche i calzini. E poi? C’era silenzio, troppo, e volevo rilassarmi un po’. Non so perché ma ho preso dal cassetto delle vecchie cuffione che non usavo da anni, e le ho collegate all’iphone, quindi ho messo su una canzone. Dalla playlist “preferite” ho scelto Agaetis Byrjun, dei Sigur Ròs, che la traccia del pianoforte mi rilassa molto. E poi quella soave voce. Oh! Ovviamente l’ho cantata. Nonostante sia una canzone islandese, infatti, io la so t-u-t-t-a. Una volta finita, è iniziata I miss you dei Blink 182, che non ho cambiato. Ero nella playslist “preferite”, e sapevo che sarebbero capitate solo bei pezzi, cazzo! Mi son messo a suonare la mia batteria immaginaria, e a cantare. Bellissime le parole, sì, ma non farebbero quell’effetto magnifico che fanno se non ci fosse quel giro di chitarra e tutto quel tu-tu-tu nella base. Wow, gente! Don’t waste your time on me you’re already, the voice inside my head, tu-tu-tu. Dopo è capitata Penelope dei Linea 77, e la folla era in delirio: sono salito infatti sul mio palco di materasso, e aprendo le braccia, ho cantato forte: “E’, già seeeera!” E il pubblico urlava!! “Ehhh, vai Rob!“, “AHHHH!!”, “Nudo, nudo, nudo!”. Io che suonavo la chitarra elettrica, peooo, e poi a urlare: “VAIII GIU’!!! POI SU!!!” Poi di nuovo calma, apro le braccia, e a urlare: “E’ già seraaaa!“. Dopo il pubblico voleva un lento, e itunes gliel’ha concesso: Warning Sign, dei Coldplay. Mi sono seduto, ho salutato uno nel pubblico per farmi figo; una ragazza aveva le tette fuori, per me. Ho accavallato le gambe, e mi sono messo a cantare. Come con le altre canzoni, non sentivo la mia voce, e se davo fastidio a qualche vicino era un problema suo (tiè). Ho capito che a volte il volume della musica non è mai abbastanza alto, è che le canzoni in cuffia sono tutt’altra cosa. Tuttavia, quando ho tolto le cuffie c’era un silenzio inanimato. E mi sono chiesto dove fossero finiti tutti.

io e… il dermatologo 4 commenti

Sapete come sono le mamme, che ti vedono in mutande e iniziano a scannerizzarti il corpo. Iniziano col vedere che sei dimagrito, e poi dicono la frase che ormai mi terrorizza manco fosse il titolo di un film horror: “Ma quel neo, c’era anche prima?”. Conosco il mio corpo, tuttavia non ho – ancora – il diario dei nei. Comunque, mi trascinò dal dermatologo diversi anni fa, poiché i nei si digi-evolvono in strani mostri che se magnano questo e quello, quindi è meglio tenerli sotto controllo (..). Così, lo conobbi, il dermatologo che ha meno contatti con i pazienti in assoluto – meno anche del Dr. House. E’ un bravo dottore, ma pone domande senza poi ascoltare la risposta. Non ti guarda mai negli occhi, e quando lo fa ride come se fossi un imbecille. Anzi, come se lo foste entrambi. Inutile dire, che io sfrutto questo suo assenteismo per divertirmi un po’. L’ultima volta, a esempio mi fece spogliare, mi visitò, poi mi disse “Roberto tu hai la pelle grassa e secca, dipende dai punti del corpo”, io dissi “Andiamo bene”, ma lui non mi sentì, e continuò: “Roberto, ogni quanto ti lavi?”. Io sorrisi, mi fa troppo ridere il mio dermatologo! “Mi faccio una doccia al giorno”. E lui “Ti consiglio di farti una doccia al giorno, prima per la pelle grassa, e poi per la tua vita sociale. Se puzzi nessuno ti prende sul serio”. Io a questo punto ridevo, ma tanto lui leggeva la mia cartella clinica ed era nel mondo dei dottori. “La tua pelle assorbe tutto lo sporco presente nei tessuti, sei come una spugna”, e io gli risposi “Sono SpongeRob!”, ma niente, non fece segno di avermi ascoltato. Continuò: “Hai qualcosa lì sotto?”, io gli dissi, “Eh sì dottore; è grave?”, e lui chiese “Nei?” e io risposi “No”, lui chiese ancora “Hai un brufolo lì sotto?”, io che ridevo, gli dissi “No dottore, sono abbastanza dotato”. Ma niente, il mio dottore dermatologo è sordo, e non ti ascolta. Lui poi disse: “Notalo Roberto, che se non ti lavi, puzzi”. E io “Morirò?”.  Lui finalmente alzò la testa dalla cartella, mi guardò e sorrise forte. “Da quanto tempo ti ho in cura?”, “Qualche anno,”, “E non mi sono mai accorto che hai la pelle secca in alcuni punti e grassa in altri?”, “Tutte le volte, dottore,” lui tornò a guardare il foglio, e poi disse “Allora non è solo una mia impressione”.

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