Archivio della categoria 'Peli sulla lingua'


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Quando mi iscrissi anni fa a deviantART notai subito che la maggior parte delle fotografie potevano essere classificate in due categorie: le fotografie romantiche, e quelle tristi. Io un po’ mi rompevo gli zebedei perché si ricalcavano all’infinito gli stessi concetti, e quindi spesso trovavo foto assolutamente identiche. Tipo: c’era gente che fotografava cuori dalla mattina alla sera, per la categoria romantica, e sguardi assenti e visi inespressivi che guardavano in camera per la categoria triste. Il bello è che poi parlandone usciva fuori che quelle erano le foto che più riuscivano a esprimere qualche emozione forte. Ho sostenuto forti dibattiti contro chi sosteneva che una fotografia raffigurante un anonimo tizio inespressivo, con dietro una parete unicolore, sia una bellissima foto che esprime di apatia. Sì ma cazzo negli ultimi anni c’è chi in massa ha fotocopiato questo stile, poiché molti dei fotografi che ho conosciuto e seguivo lo hanno adottato. Stile che a parer mio fa acqua da tutte le parti; come ogni stile ha bisogno di un tocco soggettivo e d’autore, quindi non è sicuramente alla portata di tutti. Come rispondevo a quelli che mi chiedevano istruzioni su come riprodurre lo stile di una fotografia che mi mostravano, quindi guardavo la foto ed era scattata da un occhio allenato e modificata a modo in photoshop. Ovviamente in tutto ciò che è artistico non basta la tecnica, né sapere il come funziona una macchina fotografica, anzi – in fondo, mettere un soggetto serio al centro e scattargli una foto sembra facile a un occhio poco allenato, quando invece, come ogni tipo di fotografia, trasmettere tristezza a uno che non sa nulla di fotografia è difficile, per quanto egli possa essere emo o fan di Nick Drake. Questa gente da’ per scontato che se io, fotografo, volevo trasmettere apatia mentre scattavo la foto allora la foto trasmetterà apatia. Per quanto sia un ragionamento del cazzo, ad alcune persone non entra in testa e quindi continuano a imitare stili e trasmettere le loro ripetitive emozioni.

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i nuovi mostri 0 commenti

Mi hanno chiesto del mio primo bacio, così, per caso, e quando ho risposto loro che quando ho dato il primo bacio avevo quindici anni, hanno iniziato a deridermi come se indossassi un paio di quegli occhiali con attaccati naso e baffi finti. A pormi la domanda, e poi a deridere della risposta, erano giovani sedicenni ‘di questi tempi’, gente che in percentuale è in maggioranza deficiente. Un po’ è colpa loro, e un po’ della società, come d’altronde, penso, accade da sempre. Una mia coetanea mi diceva “Noi siamo l’ultima generazione buona. Dopo di noi tutto sembra essere andato perso”, e io ci ho pensato, ed è vera sta cosa? Forse sì; quando andavo alle scuole medie maschi e femmine indossavano la tuta nel giorno dell’educazione fisica perché c’era da giocare e divertirsi. Eravamo bambini cresciuti, che si vedevano sbocciare peli e tette come fosse granturco. Noi crescevamo alle superiori; era lì che facevamo le prime vere esperienze, era lì che iniziavamo a desiderare. Forse, tuttavia, è probabile che “La mia generazione è l’ultima buona” lo pensano tutti, da almeno duecento anni. E sono sicuro che tra quarant’anni vecchi emo si diranno tra loro che i loro tempi erano migliori, quando i valori c’erano ancora e la vita non sembrava andare verso la morte senza neanche passare per una felicità.

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siamo un mondo moderno? 0 commenti

La frase che mi fa più ridere è “E’ incredibile che accada ancora questo nel 2010″, come se ci fosse una tabella di marcia in cui noi siamo in netto ritardo. Probabilmente non tutti sanno, e la storia insegna, che il mondo è sempre stato ‘indietro’ rispetto a quello che per pochi intellettuali era il vero sviluppo, la vera ‘era moderna’. Ma come deve essere un mondo per definirsi ‘moderno’? La risposta cambia da individuo a individuo. Molti sono vaghi sulla risposta, come fossero candidate a miss Italia, infatti, dicono: “Io voglio solo la pace e la democrazia tra i popoli”; che è come rispondere, alla domanda ‘Che film vorresti vincesse l’Oscar?’, un banale ‘Il migliore’. Davvero il mondo può diventare pacifico, un enorme Pandora dove tutti gli uomini sono in pace con se stessi, con gli altri, e con la natura che li circonda? La storia risponde un secco no. Sì perché se dovessimo rispondere basandoci sulla storia, domani mattina dovremmo abolire molto di quello che oggi fa parte della nostra vita, quello che forma il mondo sociale, culturale, economico e politico del nostro mondo.

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questo gregge, è giustificato? 0 commenti

La domanda: il fatto che il genere umano è sempre in cerca della perfezione, è giustificato quando poi, inevitabilmente, fallendo, si lamenta? Io direi proprio di no. Lo scrittore che disse che “La perfezione non esiste, io l’ho capito scrivendo. Tuttavia, il mio scopo è essere imperfetto con più stile che posso” era un genio, una frase che per me racchiude il segreto che sta alla base della felicità. Il fatto è che l’uomo appena nato si ritrova a dover sottostare a quelle regole civili che molto probabilmente sono vecchie e poco funzionali al vero scopo delle leggi, e cioè quello di creare un ordine, certo, ma anche un equilibrio che oscilla tra i piacere che l’uomo ha il diritto di avere e i doveri che l’uomo è obbligato a fare. La ‘perfezione’ entra nelle aspirazioni umane quando questi si ritrova a un certo punto della vita e, entrando nella consapevolezza che in tot anni di vita non ha MAI pensato, ma c’è stato sempre qualcuno che lo facesse per lui, vuole qualcosa di stimolante, di appagante, che lo aiuti a sentirsi meglio. La domanda sarebbe, non cosa dovrebbe accadere affinché tu ti possa sentire meglio, ma perché vuoi sentirti meglio?

Perché la ricerca di qualcosa presume che tu quel qualcosa non ce l’abbia. Quindi, se dopo un tot anni di vita vuoi cercare, per esempio, la felicità, vuol dire che neghi di averla posseduta durante questi anni. Però la felicità è ricercata dagli stupidi, e non perché non esista, o perché è impossibile da trovare, ma perché una persona abbastanza intelligente è felice – perché la felicità è tranquillità – almeno una volta al giorno. Trova sempre il modo per rilassarsi. Io, per esempio, so che non c’è nessun pensiero negativo che la sera non possa essere soffocato dall’ascolto di qualche canzone con le cuffie a massimo volume. Grazie alle canzoni rientro in certi pensieri, concetti, sogni, e dopo mi dimentico anche il motivo per cui il mio muso era lungo e triste. La persona intelligente non cerca neanche la perfezione, perché la prima domanda che gli viene da porsi è: perfetto rispetto a cosa?

La felicità, come la verità del XXI° secolo, è soggettiva. Per me, a esempio, la felicità può essere una cosa banale, mentre per un imprenditore asiatico la felicità è rappresentata dalla ricchezza. Ma perché la perfezione non è una? Sempre per lo stesso motivo, e cioè l’educazione, la cultura. Sono cresciuto sapendo che la ricerca della perfezione è un’utopia. Come quando mi accusano di bestemmiare, e io rispondo che non è un peccato in quanto non c’è nessun essere superiore da rispettare, che io non rispetto il ‘nulla’. Ed è così anche per la ricerca della perfezione, che è in realtà una parola inventata probabilmente dalla Disney per giustificare il loro buonismo antisemita dei primi anni di vita dell’azienda; oppure è una parola inventata dalle case pubblicitarie, per aspirare il consumatore a diventare qualcosa di migliore di quello che è. Ma la pubblicità cosa ne sa della mia vita? Ne sa, perché noi spesso siamo uno, nel senso che facciamo tutti le stesse cose, e quindi inevitabilmente abbiamo gli stessi problemi, gli stessi pensieri. A volte è una cosa talmente scontata come pensiero, che è facile associare la massa a una qualsiasi razza di animale: una volta che hai visto un leone, un delfino, una lepre, dopo è molto difficile che al secondo incontro ravvicinato con la suddetta bestiolina proviamo lo stesso stupore della prima volta. Tuttavia, non tutti gli animali sono uguali, e ci sono specie che non sono ancora state trovate e battezzate. La massa, il gregge, comunque, è una bestia conosciuta perché a un certo punto della propria vita capisce di non aver fatto altro che brucare, quando gli dicevano di brucare, e di essere munti, di essere rasati, sempre quando il padrone lo richiedeva.

E la libertà di pensiero? E la libertà d’essere? Non hanno neanche una vaga idea di cosa sia. Poi un giorno si svegliano, aprono gli occhi quando nelle loro orecchie entra un pensiero che mai avevo neanche sfiorato, e così il loro mondo, fatto di certezze frivole e talvolta finte, cade, come cadrebbe un castello di carte durante un uragano. E loro? E loro si mettono a cercare la perfezione, come se avere difetti fosse sbagliato, come se la perfezione esistesse. Inevitabilmente a questo punto acquisiranno gli stimoli sbagliati, troppo grandi per loro, o completamente opposti alla loro idea di ‘tranquillità’. Quindi cadranno sempre più in basso, rinchiusi in pensieri che con un contraddittorio verrebbero smontati in poche parole. Si deprimono, con un non nulla, perché si ritrovano a essere dopo troppo tempo dall’uscita dalla cosina e non sanno come si fa. Non sanno cosa fare, sono disorientati, non si sentono mai appagati. Ma la domanda è sempre la stessa: questo gregge, è giustificato?

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