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pensieri sciocchi Un commento

- Ehi, ehi, questo è il mio spazio! – disse Tristezza quando Voglia di Sorriso le schiacciò il piede che, a quelle parole, con il piccolo Sport, girò il capo. – Te lo sei comprato? – le chiese Voglia di Sorriso, e Sport sghignazzò. Quest’ultimo era proprio un tipo strano. In pratica, era un nano, ma aveva due spalle larghe così. Se ciò non bastasse per farlo sembrare uno scherzo della mente umana, egli aveva anche una brutta faccia da schiaffi, che quando rideva lo faceva nel modo in cui ridono anche i conigli. A guardarlo, a Sfogarsi gli venne da vomitare e si sentì male, tanto che per l’ennesima volta Sincerità gli chiese di lasciarsi andare e liberarsi dei propri pesi. A parlare di pesi, il nano Sport mostrò i suoi muscoli, dicendo che non bisogna liberarsi dei pesi. Antipatia, come sempre, lo mandò a cacare, e il nano disse: – Ah, non avevo capito di che pesi si parlasse, pardon.
- Pardon?? – sbraitò Educazione, – Capisco che sia un modo di dire, ma bisogna che ammettiate che è un modo di dire che fa quasi ribrezzo.
- Per non dire che fa cacare, – aggiunse Antipatia, ma Educazione, una vecchia signora antipatica quanto Antipatia ma in modo diverso, che vestiva sempre con un vestito ottocentesco lurido ai bordi che sfioravano terra quando camminava (“E’ normale che le signore più pure si sporchino facilmente nel camminare sulla feccia della mente umana”), prima sorrise nell’ascoltare una voce che la sostenesse, ma poi arrossì e si voltò dall’altro lato della testa, nascondendo la sua leggera forma di umanità.
Calò il silenzio tra i presenti in testa. Dai buchi ai lati della stanza entrava una musica rumorosa e ripetitiva, e solo Energia e il nano Sport accennavano dei movimenti legnosi che già molte volte, in passato, erano stati chiamati come il ‘ballo involontario del robot’. A veder ballare Energia, che era la unica donna giovane di tutta la testa e il cuore, Sesso come sempre si eccitò, e non era proprio fermo nell’angolo dove Educazione aveva posato il proprio sguardo? Ella quindi non vide la legnosità dei movimenti ballerini dei due alle sue spalle, ma vide il legno movimentato di Sesso che, nei movimenti, era ancor più rigido di quelli degli altri due. Neanche a raccontarvelo, che Educazione svenne, ma ormai più nessuno ci fece caso se non Preoccupato, che iniziò a piangere nervoso. Tramava come solo Voglia di Coccole tramava di inverno. In quel preciso istante, Rutto e Scoreggia, la coppia più affiatata della testa, mano nella mano potevano finalmente correre e morire verso l’esterno, insieme, visto che Educazione non c’era. Nella storia della testa, quella coppia d’amore nasceva e moriva in continuazione. Ogni cosa accaduta alla coppia precedente con l’arrivo di quella nuova si ripeteva, dalla nascita durante i pasti o un sorso di Coca Cola, alla morte durante lo svenimento di Educazione o quando il reparto Evacuazione mandava un globulo telegramma. In questo loro suicido, però, qualcosa andò storto, anche se come sempre i due, come ho detto mano nella mano, si lanciarono nel vuoto esterno della luce con una felicità senza precedenti, Intelligenza, una bambina super-genio che non cresceva mai – per quante cose sapesse e per quanti anni passassero – infatti sbuffò, e dopo aver ascoltato delle parole dall’esterno che dicevano “Ma cos’hai scoreggiato dalla bocca?” chiese ai suoi colleghi e amici: – Avete fiutato?
Nessuno le rispose. In realtà nessuno le rispondeva mai. Solo Stupidità, una biondina non bella come Sesso credeva, scosse la testa e disse: – Con tutte queste persone è impossibile fiutare le puzzette, non ti preoccupare piccola bambina. Vuoi una caramella? -, si tastò le tasche ma non vuoi che proprio lì accanto c’era Sbadato, che le fece cadere la caramella che era riuscita a trovare. In quel momento Educazione si riprese, issata dal nano ed Energia, tuttavia non vi fu molto tempo da quando la vecchia signora ricadde a terra, poiché rivide Sesso e la sua rigida risposta alla visione di Stupidità calata a prendere la caramella da terra. Intelligenza sbuffò ancora quando Stupidità le porse davvero la caramella raccolta, e Tristezza disse: – Sono triste.
- Siete tutti noiosi come i Coglioni, – disse Antipatia, ma per fortuna i due gemelli non erano in testa, e la sua voglia di litigare non fu soddisfatta.
Tornò a calare la calma. I momenti di noia capitavano spesso in testa, e venivano sottolineati dai continui “Ve l’avevo detto” di Annoiato. In questi casi, tutti guardavano Silenzio senza dire neanche una cosa per ore. Lui sapeva cosa fare per non fare niente. Depresso piangeva senza fare rumore, la Tristezza lo abbracciava sorridente. Proprio in quell’istante gli occhi si illuminarono lì su la parete che dava sulla faccia ed entrò l’enorme persona dell’Amore, con il suo sorriso rilassato e la sua aria serena. Al suo arrivo, tutti lo guardarono prima di sparire nel nulla come solo i pensieri sciocchi sanno sparire.

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Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto fu svolto in due minuti; la mia anima gli stavo regalando, e lui in cambio mi avrebbe dato gli occhi per vederti, quando io avrei chiuso i miei. Sorrise, il nuovo possessore della mia anima, del mio buon senso, del contenuto del mio cuore, e io triste gli strinsi solo la mano. Lui prima di andarsene mi chiese perché avevo voluto solo vederti, e non possederti di nuovo. Disse che lui poteva farlo, che il libero arbitrio per lui è cosa da poco, ma io risposi a Lucifero che tu avevi scelto di passare la mia vita lontano da me, e a me bastava solo vederti viverla, se questa era la tua decisione.

Il patto fu mantenuto, e io ti vedevo. All’inizio pensai se tutto questo fosse giusto, ma ormai era patto fatto, e anche se avessi sbagliato a firmarlo non avrei potuto cambiarlo né, in mancanza di buon senso, saperlo. E così ti vedevo. Quando volevo, chiudevo gli occhi e vedevo ciò che tu vedevi. Una sorta di spia, o una sorta di legame superiore, che unisce due persone nei sensi, prima che nel corpo. Legame che solo una volta avevamo senza che io accordassi un patto con Lucifero.
I primi tempi ti vedevo appena, avevo vergogna. Così tenevo gli occhi aperti più che potevo. Ma anche quando schioccavo le palpebre riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, così mi arresi. La cosa prese sempre più piede, e capitavano sere che non uscivo con i miei amici per starmene a casa a uscire con te. Solo che tu non lo sapevi. Fui bocciato in letteratura italiana perché non studiavo per vederti. In quel periodo volevi essere bella per l’estate, e passavi le ore davanti allo specchio a pettinarti. Ti piaceva pettinarti, e a me piaceva vedertelo fare. A volte uscivi dalla doccia e nuda ti pettinavi. Ti toccavi il seno come se non fosse seno, ti stendevi il lucidalabbra come se quelle labbra perfette a te non facessero nessun effetto. Quando spruzzavi il profumo nell’aria e ti immergevi nella nuvola che ne usciva per farti coprire, io quasi lo sentivo ancora, il tuo profumo. Dopo tornavi a guardarti ed era come se fossi pronta a conquistarmi ancora. Ma non c’era bisogno di essere profumata, per conquistarmi di nuovo.

Certe volte studiavi, o leggevi, e a me piaceva guardare le mani che tenevano i libri. Provavo un dolore quasi fisico a ricordarmi delle tue mani. Mi mancavano così tanto, all’inizio. Poi invece ci feci l’abitudine. Abitudine, routine, ecco cosa diventò vedere attraverso i tuoi occhi.
Provammo a uscire con nuove persone la stessa sera, ma non lo feci di proposito. Ogni tanto, mentre la biondina di fronte a me mi parlava dello sviluppo economico del nostro paese, io chiudevo gli occhi e spiavo il tuo appuntamento. Quello non era il tuo tipo, nonostante fosse una persona interessante. Era un artista, e si vedeva da come muoveva quelle mani. A te le persone che interessano anche alle altre ragazze creano fascino, ma dopo un po’ ti annoi. Sai che nella loro vita non sarai mai nulla più di una semplice compagna – e neanche una di quelle che ispira l’arte stessa. Eri felice quando ispiravi la mia arte, ricordai. Aprii gli occhi e la biondina rideva, così risi anche io, ma cosa avesse detto io avrei saputo dirlo. Dopo andammo a casa, e mentre io bevevo birra e parlavo di un vinile che era sul tavolo di fianco al divano, girai la testa e la vidi che avevo la patta aperta e il mio amico di fuori. Lei ci giocava, e io neanche me n’ero accorto. Così chiusi occhi per vedere tu cosa facevi, e vidi mister artista che ballava un non so che ballo orientale, con la pancia di fuori. Accavallasti le gambe, avevi voglia, quindi, di fare l’amore. In quel momento riaprii gli occhi, e la biondina era lì a ciucciarmelo con foga, mentre ancora parlava della differenza economica da nord e sud. Come facesse a parlare con la bocca piena, era un mistero. Se non fossi stato certo che solo tu avevi un corpo che parlava, Piccola, avrei scommesso che stesse parlando con altre labbra.
Alla fine si mie a curiosare per il soggiorno, la biondina, nuda con il culo da economista. Si divertiva tantissimo, tanto che non notò che io quasi mi annoiavo. Chiusi gli occhi, tu eri sull’artista a farti scopare. Guardavi la sua espressione di piacere, un misto tra un urlo vichingo di guerra, e un’espressione che può fare un chitarrista durante un assolo in playback. Se lo fissavi senza chiudere gli occhi, significava che non ti piaceva come ti stava scopando. Ma invece poi gli occhi li chiudesti, e vidi nero, poi li aprii, e vidi l’economista di nuovo attaccata al mio uccello.

Con il tempo mi resi conto che il diavolo mi aveva fregato. L’economista divenne la mia ragazza. Era una brava ragazza, ma non riuscii a innamorarmi appieno di lei perché ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ciò che tu vedevi. Spesso ti vedevo allo specchio, e non ebbi quindi il tempo di dimenticarti. Passai la mia vita a immaginarmi te al suo posto, con i tuoi atteggiamenti da donna al posto dei suoi di economista. Alla fine sposai l’economista perché lo volevano i suoi, ma non potevo chiudere gli occhi che vedevo l’artista che sorrideva felice mentre passeggiavate, guardavate un film, disegnava paesaggi – paesaggi, con te bella lì a disposizione -, che leggeva scrittori alla moda. Tu non lo osservavi molto, e quindi capii che non eri innamorata di lui. Perciò lo sposasti. Di lui non ne osservavi i dettagli del viso, non li studiavi come facevi con me. Mi chiesi perché l’avessi sposato, poi riaprivo gli occhi e vedevo mia moglie felice, ma cieca.

Ho passato la mia vita nel rimpianto di aver preso una decisione, quella di allontanarmi da te, su cui sin dall’inizio non avevo scelta.

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Girò la chiave nella serratura del cancello con un’aria distratta, e quando fu chiuso, si girò per guardarsi intorno, come per decidere che strada prendere. Poi si fermò; aveva visto qualcosa, di sfuggita, che le aveva dato un senso piacevole in corpo. Sentiva un formicolio all’altezza della pancia, e le mani smisero di tremare per il freddo. D’un tratto quella sensazione le aveva scaldato il corpo. Ma cosa le era successo? si chiese. Cercò qualcosa nel paesaggio, ma non c’era nulla di particolare. La strada era vuota in entrambi i lati, e non era passata nessuna macchina, né nessuna vecchietta sulla bici, né nessuno svegliatosi di prima mattina per passeggiare. Il suo respiro era deciso, quasi affannava, quando decise di incamminarsi verso la città. E fu allora che lo vide. C’era un uomo seduto appoggiato a un albero nel boschetto di fronte casa sua. Sembrava un senza tetto, aveva la barba lunga e folta, i capelli unti e spennati, e indossava un cappotto nero abbottonato fin sopra il collo. Aveva le gambe incrociate, e la testa abbassata per guardare qualcosa che aveva tra le mani. Lei si spostò qualche metro a destra, e poi vide che quell’uomo mangiava una mela, che stava sbucciando con un piccolo coltellino. Lei si meravigliò, perché l’uomo prima toglieva accuratamente la buccia, quindi tagliava uno spicchio che mangiava, ma poi si mangiava anche la buccia che aveva tolto. Fu rapita dal movimento delle sue mani per qualche attimo. Quei movimenti – delle sue mani, o il movimento gentile della mano che portava alla bocca lo spicchio – erano semplici e scontati, ma avevano un qualcosa che la ipnotizzavano. Lei non si mosse a fissare quel movimento, e gli venne in mente di quegli aggeggi che scavano il terreno per cercare il petrolio, oppure i gesti lenti di un ramo che per colpa del suo stesso peso sta per spezzarsi. L’uomo, prima di mangiare l’ultimo spicchio, alzò lo sguardo e la guardò. Così, come se sapesse che in quel preciso punto ci fossero degli occhi che lo guardavano. La guardò, e le sorrise, così lei si svegliò dai suoi pensieri, e ci mise qualche attimo prima di capire cosa fosse successo. L’uomo si stava alzando, quindi iniziò a camminare deciso verso di lei. Non sembrava andare di fretta, ma si muoveva lentamente, quasi ad assaporarsi ogni passo. Aveva un sacco marrone sulle spalle, e le dita di un paio di guanti rossi che gli uscivano dalla tasca. Lei continuava a fissarlo, immobile, bloccata da qualcosa, mentre egli attraversava la strada. Quando fu a qualche metro da lei, ella lo vide sorriderle. Dei denti bianchissimi sbucarono da quella barba folta e nera. Non sapeva che dire, né che fare – non aveva paura di quella presenza, ma affascinata. C’era un qualcosa di familiare in lui, che la tranquillizzava, e le coccolava l’anima.
“Sapevo che non mi avresti riconosciuto,” fece lui, poi scoppiò a ridere.
Riconosciuto? Chi? Chi era? Lo guardava bene, e ci mise poco per capire chi fosse.
“In effetti sei irriconoscibile,” gli disse, poi sorrise, infine corse per quei pochi metri che li separavano e lo abbracciò forte. Lo strinse quasi a farlo scoppiare.
Lei lo annusò, e sapeva di buono. Il suo profumo era un misto di mare, di bosco, e di mela.
Quando lo lasciò andare, lo vide bene da vicino. Aveva lo sguardo un po’ stanco, ma sorrideva forte. I capelli non sembravano sporchi, ma erano unti e disordinati. Si chiese se nascosta tra loro ci fosse una foglia autunnale.
“Dove stai andando? Ti accompagno?”
“Oh no, ora entriamo in casa e riposi un po’.”
“Ma non sono stanco,” disse, e lei lo scrutò un po’. Sembrava sincero. “Ti accompagno dove devi andare, poi ci riposiamo.”
La convinse senza neanche un altro tentativo. Così iniziarono a camminare verso una direzione, uno accanto all’altra.
“Mi odi?” le chiese lui dopo qualche passo.
Lei lo guardò, “Naa, e perché dovrei?”.
“Be’, sono sparito. Molti mi odierebbero, e anzi sono sicuro che molti mi odiano.”
“Perché dovrebbero?”
Alzò le spalle e guardò il cielo, “Non lo so. Alla gente piacciono gli addii, ma invece io li odio. Vedono l’abbandono nel mio gesto. Sparire senza far sapere nulla a nessuno. Ma gli addii mi avrebbero distrutto, mentre loro li avrebbero voluti con tutto sé stessi. Le persone guardano il mondo dalla prospettiva sbagliata, secondo me, e questa cosa mi pesava molto.”
“Perciò sei scappato?”
“Scappato? Non direi che sono scappato. Non avevo mica una vita, degli obblighi, per scappare, non ti pare?”
“Hmm, in effetti. Allora cosa hai fatto?”
“Be’, nulla di speciale. Non dovevo dare conto a nessuno.”
“Certo, allora perché ti importa se la gente ti odia o no?”
“A me importa della gente, ma di te e pochi altri.”
“Non è vero. Te ne saresti fregato anche di tutti noi altri se ti avessimo odiato.”
Lui non aveva mai smesso di sorridere, ma a quelle sue parole sorrise di gusto. “E’ vero, ma solo perché so che voi altri non mi avreste mai odiato.”
Lei guardava le coppie di piedi di entrambi camminare, muoversi uno dopo l’altro, finché non sentì la mano di lui che le toccava l’orecchio. Poi sentì uno stelo, infine dei petali, e quando lui ritrasse la mano, capì che le aveva messo un fiore nei capelli. Così lo guardò, e lo vide guardare il muretto che delimitava il bosco che stava alla sua destra. Il muro era ricoperto di piante e fiori, esseri che avevano cercato di distruggere quel confine che li divideva dal mondo degli umani. Lui poi si fermò all’improvviso, e avvicinò il suo viso a un piccolo fiore giallo presente tra due mattoni. Poi, lo sentì parlare al fiore.
“Ti senti in prigione? Ti capisco. Quando ti ritrovi in una posizione, che non puoi cambiare tanto facilmente. Vuoi che ti porti con me?”
Lei non lo trovò pazzo, ma solo dolce, quasi naturale. E si meravigliò, quando con una folata di vento improvviso, il fiore quasi accennò a un sì. Le vennero in mente decine di pensieri diversi, che le fecero dubitare del reale, di tutto ciò in cui aveva sempre creduto.
Lui sorrise, e annuendo staccò il fiore, liberandolo dal muro, e se lo mise nella barba, in modo che uscisse fuori sulla guancia, poco distante dalla bocca. Poi, ripresero a camminare. Lo guardava con ammirazione, con quel fiore tra la barba. Oh, chissà cosa hai fatto, quanto ne hai passate, pensò. Poi tornò a guardare i piedi camminare.
“Un anno fa, prima di partire, mi resi conto che in ventidue anni non avevo mai visto dritto a me mentre camminavo, ci credi? Avevo passato ventidue anni di vita a camminare mentre mi guardavo le scarpe camminare, per paura che pestassi qualcosa.”
Sentì di nuovo la sua mano, questa volta sotto il mento. Glielo alzò delicatamente, così lei camminò guardando di fronte a lei. Era come camminare su un ponte di legno alto centinaia di metri sopra un burrone. Ma le piaceva.

Arrivarono al panificio poco dopo, e senza parlare molto. A lei serviva il pane, ma quando vide che lui guardava dei tranci di pizza in esposizione, comprò anche la pizza. Uscirono dall’edificio, e lui si mise le mani in tasca, fino a estrarre dei soldi, che porse a lei. Lei lo guardò, poi disse: “Starai scherzando”.
“Dai, prenditi i soldi della pizza!”
“No!” disse mentre riponeva il borsellino in tasca. Poi alzò lo sguardo, e trovò lui che la guardava ancora, con la mano tesa con i soldi. Il fiore nella barba.
“Prendili, su. E dopo mi offri qualcosa tu. Ma la pizza devo pagartela io.”
Ma lei scosse la testa.
“Perché non vuoi i suoi soldi?”, chiese una voce.
I due si girarono, e videro una bambina alta fino al ginocchio di lui, che li fissava. Era bionda, e indossava un cappotto rosa con una gonna bianca che usciva da sotto.
“Sì, perché non vuoi i miei soldi?” le chiese lui.
“Non hai capito che vuole solo pagarti la pizza?” disse la bambina, e sembrava un’adulta. Pronunciava bene tutte le parole, nonostante entrambi non le avrebbero dato più di due anni.
Lei sorrise, guardando lui che le era di fronte, con un fiore nella barba, che le sorrideva, con accanto questa bambina che chissà da dov’era uscita.
“Va be’, io devo andare. Buona fortuna,” disse la bambina, dando una pacca sulla gamba di lui.
I due si incamminarono verso casa, quando lui capì che era inutile insistere per pagare la pizza. Al tragitto del ritorno non parlarono, ma a lei non pesava. Sapeva che avevano tante cose da dirsi, ma non c’era fretta. Lui non sembrava stanco, ma sereno, e aveva un bello aspetto nonostante avesse dormito in un sacco a pelo, chissà dove, per un anno intero. Arrivarono a casa in pochi minuti. Lei estrasse le chiavi, mentre lui era girato verso il bosco. Gli uccellini cantavano, quasi sbucava il sole. Lei aprì il portone, e vi entrò. Lo vide di spalle, aprire le braccia verso il bosco. Urlò “Ciao!” verso il bosco, prima di entrare nel portone insieme a lei.

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Ovviamente quella mattina c’era il sole. Aprì gli occhi e ne vide i raggi entrare dalla finestra. Si alzò sorridente e fu toccata dal loro calore, che le sfioravano le guance. Sentì gli uccellini cinguettare da fuori, poggiati su chissà quale ramo. Era felice, e come poteva non esserlo? Si vide allo specchio, ed era perfetta: i capelli pettinati, il viso luminoso, dai lineamenti decisi. Scese giù per fare colazione e fu inondata da un profumo di cornetti caldi. Baciò la mamma, che sciacquava un pentolino, sulla guancia, e si mise seduta a tavola davanti la tazza colma di latte.
- Buongiorno papà, – disse al genitore, che gli sedeva di fronte, coperto completamente dal giornale che stava leggendo.
Il padre abbassò il giornale come per vedere chi l’avesse chiamato, la vide, e sorrise: – Buongiorno a te, cara.
Iniziò a mangiare. Immerse un biscotto nel latte caldo, che non si spezzò tra le dita ma rimase unito, così che lo morse senza problemi.
- Uhm, – disse ancora con la bocca piena, i genitori si girarono a guardarla, – Mi sono cresciute le tette.
Gonfiò il petto per sottolineare le nuove forme. Indossava una canottiera bianca che sottolineava dolci e sode tette.
- Ma è meraviglioso! – disse il padre, prima di tornare a leggere il giornale.
La madre chiuse l’acqua del lavabo e si sedette a tavola, – Hai detto grazie?
- Certo, mamma, – rispose lei.
Calò il silenzio, e lei immerse un altro biscotto nel latte. Neanche questo si inumidì fino a spezzarsi.
- Qualcosa di nuovo, tesoro? – chiese la madre, rivolta al marito.
- Oh, no cara. Ieri la signora Pergoni ha riso tanto, e il marito era più felice dell’altro ieri. La disoccupazione, dicono, però, sia preoccupante. Forse in Giappone un signore sta perdendo il lavoro, il primo caso dopo centinaia di anni.
- Oh Giuda! Dove andremo a finire! – esclamò spaventata la mamma, – Ma come mai?
- Dice l’altro giorno quasi si annoiava durante l’ora di lavoro. E’ capitato per un minuto, a quanto pare. Ma usano termini tecnici, e non capisco molto bene. Dicono che il computer si sia ‘bloccato’, bo’, e lui non sapeva che fare nel frattempo. Dice che è stato un minuto duro, nonostante sia prontamente intervenuto il Signore.
- Spero tutto si sistemi. La disoccupazione è un problema grave.
- Sono sicuro risolveranno tutto.
La madre era visibilmente sconvolta, e si teneva il petto con la mano. Infine guardò la figlia mangiare, e le disse: – Dai Martina, muoviti che è tardissimo per la chiesa.
- Va bene, – le rispose Martina, e corse di sopra a vestirsi.
Si infilò dei jeans e filò di sotto, poi uscì dalla porta sul retro che dava nel giardino. Si diresse verso l’albero all’angolo del giardino e da un ramo staccò diverse banconote di soldi, un bel mucchietto che si mise in tasca. Poi corse dentro ma passò solo velocemente per la casa, urlando saluti, perché uscì subito dalla porta principale.
Arrivò in chiesa pochi minuti dopo, in anticipo. Le suora la salutarono, lei disse loro delle tette, che le erano cresciute.
- Oh, che bello! Signore grazie! – disse Suor Eva, – Vediamo.
Martina alzò la canottiera mostrando loro le tette. Intanto passavano i suoi compagni per andare a scuola, ma nessuno notò quei dolci seni al vento. Le suore le sorrisero compiaciute, poi la fecero coprire, infine lei entrò in chiesa e prese posto.
La lezione di storia fu facile. Gli ebrei che furono sterminati, gli ebrei il popolo del loro Signore, gli ebrei che conquistarono la terra e sterminarono tutti gli altri popoli. Tutti ebbero dieci. La lezione di scienza fu sui miracoli, ma vi fu un rivoluzionario tra gli alunni. Un ragazzino seduto tra le prime file chiese infatti: – Se è normale camminare sull’acqua come il Nostro Signore, perché Egli ha inventato la fisica?
Un coro sconvolto si alzò.
- Come osi! – urlò Suor Eva, mentre un’altra suora alle sue spalle pregava.
E fu allora che le porte della chiesa si aprirono, e fecero entrare una luce bianca abbagliante. Dal cuore di quel bagliore comparve una figura nera, che camminava tranquila la deciso verso l’altare della chiesa.
- Chi ha pregato? – chiese l’angelo.
- Oh, grazie a Dio, – disse la suora, e nella chiesa si levò un coro che ripeté: – Grazie!
- Cosa succede, suor Eva? – chiese l’angelo con calma.
- C’è lui, – disse indicando il ragazzo, – Che ha bestemmiato.
- E’ vero? – chiese l’angelo, guardando il soffitto, – Uhm, ok.
L’angelo fece un movimento con la mano e il ragazzo planò a mezz’aria. Poi sorrise, e disse: – Non ti perdono più, – e il ragazzo cadde a terra, che si aprì al suo tocco fino a mostrare una profonda voragine, il quale inghiottì il blasfemo.
L’angelo poi si girò vero la folla, aprì le braccia e fece un inchino, poi sparì. Partì un applauso. Fu allora che Martina si svegliò dal suo sonno a occhi aperti. Era rimasta distratta per tutto il tempo. Infatti, seduta su qualche panca dopo la sua, c’era una ragazza che aveva le tette di una forma più bella delle sue. Che sfortunata che sono, pensò.

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