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	<title>Roberto Dragone &#187; Racconti</title>
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		<title>pensieri sciocchi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 10:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- Ehi, ehi, questo è il mio spazio! &#8211; disse Tristezza quando Voglia di Sorriso le schiacciò il piede che, a quelle parole, con il piccolo Sport, girò il capo. &#8211; Te lo sei comprato? &#8211; le chiese Voglia di Sorriso, e Sport sghignazzò. Quest&#8217;ultimo era proprio un tipo strano. In pratica, era un nano, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">- Ehi, ehi, questo è il mio spazio! &#8211; disse Tristezza quando Voglia di Sorriso le schiacciò il piede che, a quelle parole, con il piccolo Sport, girò il capo. &#8211; Te lo sei comprato? &#8211; le chiese Voglia di Sorriso, e Sport sghignazzò. Quest&#8217;ultimo era proprio un tipo strano. In pratica, era un nano, ma aveva due spalle larghe così. Se ciò non bastasse per farlo sembrare uno scherzo della mente umana, egli aveva anche una brutta faccia da schiaffi, che quando rideva lo faceva nel modo in cui ridono anche i conigli. A guardarlo, a Sfogarsi gli venne da vomitare e si sentì male, tanto che per l&#8217;ennesima volta Sincerità gli chiese di lasciarsi andare e liberarsi dei propri pesi. A parlare di pesi, il nano Sport mostrò i suoi muscoli, dicendo che non bisogna liberarsi dei pesi. Antipatia, come sempre, lo mandò a cacare, e il nano disse: &#8211; Ah, non avevo capito di che pesi si parlasse, pardon.<br />
- Pardon?? &#8211; sbraitò Educazione, &#8211; Capisco che sia un modo di dire, ma bisogna che ammettiate che è un modo di dire che fa quasi ribrezzo.<br />
- Per non dire che fa cacare, &#8211; aggiunse Antipatia, ma Educazione, una vecchia signora antipatica quanto Antipatia ma in modo diverso, che vestiva sempre con un vestito ottocentesco lurido ai bordi che sfioravano terra quando camminava (&#8220;E&#8217; normale che le signore più pure si sporchino facilmente nel camminare sulla feccia della mente umana&#8221;), prima sorrise nell&#8217;ascoltare una voce che la sostenesse, ma poi arrossì e si voltò dall&#8217;altro lato della testa, nascondendo la sua leggera forma di umanità.<br />
Calò il silenzio tra i presenti in testa. Dai buchi ai lati della stanza entrava una musica rumorosa e ripetitiva, e solo Energia e il nano Sport accennavano dei movimenti legnosi che già molte volte, in passato, erano stati chiamati come il &#8216;ballo involontario del robot&#8217;. A veder ballare Energia, che era la unica donna giovane di tutta la testa e il cuore, Sesso come sempre si eccitò, e non era proprio fermo nell&#8217;angolo dove Educazione aveva posato il proprio sguardo? Ella quindi non vide la legnosità dei movimenti ballerini dei due alle sue spalle, ma vide il legno movimentato di Sesso che, nei movimenti, era ancor più rigido di quelli degli altri due. Neanche a raccontarvelo, che Educazione svenne, ma ormai più nessuno ci fece caso se non Preoccupato, che iniziò a piangere nervoso. Tramava come solo Voglia di Coccole tramava di inverno. In quel preciso istante, Rutto e Scoreggia, la coppia più affiatata della testa, mano nella mano potevano finalmente correre e morire verso l&#8217;esterno, insieme, visto che Educazione non c&#8217;era. Nella storia della testa, quella coppia d&#8217;amore nasceva e moriva in continuazione. Ogni cosa accaduta alla coppia precedente con l&#8217;arrivo di quella nuova si ripeteva, dalla nascita durante i pasti o un sorso di Coca Cola, alla morte durante lo svenimento di Educazione o quando il reparto Evacuazione mandava un globulo telegramma. In questo loro suicido, però, qualcosa andò storto, anche se come sempre i due, come ho detto mano nella mano, si lanciarono nel vuoto esterno della luce con una felicità senza precedenti, Intelligenza, una bambina super-genio che non cresceva mai &#8211; per quante cose sapesse e per quanti anni passassero &#8211; infatti sbuffò, e dopo aver ascoltato delle parole dall&#8217;esterno che dicevano &#8220;Ma cos&#8217;hai scoreggiato dalla bocca?&#8221; chiese ai suoi colleghi e amici: &#8211; Avete fiutato?<br />
Nessuno le rispose. In realtà nessuno le rispondeva mai. Solo Stupidità, una biondina non bella come Sesso credeva, scosse la testa e disse: &#8211; Con tutte queste persone è impossibile fiutare le puzzette, non ti preoccupare piccola bambina. Vuoi una caramella? -, si tastò le tasche ma non vuoi che proprio lì accanto c&#8217;era Sbadato, che le fece cadere la caramella che era riuscita a trovare. In quel momento Educazione si riprese, issata dal nano ed Energia, tuttavia non vi fu molto tempo da quando la vecchia signora ricadde a terra, poiché rivide Sesso e la sua rigida risposta alla visione di Stupidità calata a prendere la caramella da terra. Intelligenza sbuffò ancora quando Stupidità le porse davvero la caramella raccolta, e Tristezza disse: &#8211; Sono triste.<br />
- Siete tutti noiosi come i Coglioni, &#8211; disse Antipatia, ma per fortuna i due gemelli non erano in testa, e la sua voglia di litigare non fu soddisfatta.<br />
Tornò a calare la calma. I momenti di noia capitavano spesso in testa, e venivano sottolineati dai continui &#8220;Ve l&#8217;avevo detto&#8221; di Annoiato. In questi casi, tutti guardavano Silenzio senza dire neanche una cosa per ore. Lui sapeva cosa fare per non fare niente. Depresso piangeva senza fare rumore, la Tristezza lo abbracciava sorridente. Proprio in quell&#8217;istante gli occhi si illuminarono lì su la parete che dava sulla faccia ed entrò l&#8217;enorme persona dell&#8217;Amore, con il suo sorriso rilassato e la sua aria serena. Al suo arrivo, tutti lo guardarono prima di sparire nel nulla come solo i pensieri sciocchi sanno sparire.</p>
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		<title>vedevo</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 11:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto fu svolto in due minuti; la mia anima gli stavo regalando, e lui in cambio mi avrebbe dato gli occhi per vederti, quando io avrei chiuso i miei. Sorrise, il nuovo possessore della mia anima, del mio buon senso, del contenuto del mio cuore, e io triste gli strinsi solo la mano. Lui prima di andarsene mi chiese perché avevo voluto solo vederti, e non possederti di nuovo. Disse che lui poteva farlo, che il libero arbitrio per lui è cosa da poco, ma io risposi a Lucifero che tu avevi scelto di passare la mia vita lontano da me, e a me bastava solo vederti viverla, se questa era la tua decisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il patto fu mantenuto, e io ti vedevo. All&#8217;inizio pensai se tutto questo fosse giusto, ma ormai era patto fatto, e anche se avessi sbagliato a firmarlo non avrei potuto cambiarlo né, in mancanza di buon senso, saperlo. E così ti vedevo. Quando volevo, chiudevo gli occhi e vedevo ciò che tu vedevi. Una sorta di spia, o una sorta di legame superiore, che unisce due persone nei sensi, prima che nel corpo. Legame che solo una volta avevamo senza che io accordassi un patto con Lucifero.<br />
I primi tempi ti vedevo appena, avevo vergogna. Così tenevo gli occhi aperti più che potevo. Ma anche quando schioccavo le palpebre riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, così mi arresi. La cosa prese sempre più piede, e capitavano sere che non uscivo con i miei amici per starmene a casa a uscire con te. Solo che tu non lo sapevi. Fui bocciato in letteratura italiana perché non studiavo per vederti. In quel periodo volevi essere bella per l&#8217;estate, e passavi le ore davanti allo specchio a pettinarti. Ti piaceva pettinarti, e a me piaceva vedertelo fare. A volte uscivi dalla doccia e nuda ti pettinavi. Ti toccavi il seno come se non fosse seno, ti stendevi il lucidalabbra come se quelle labbra perfette a te non facessero nessun effetto. Quando spruzzavi il profumo nell&#8217;aria e ti immergevi nella nuvola che ne usciva per farti coprire, io quasi lo sentivo ancora, il tuo profumo. Dopo tornavi a guardarti ed era come se fossi pronta a conquistarmi ancora. Ma non c&#8217;era bisogno di essere profumata, per conquistarmi di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe volte studiavi, o leggevi, e a me piaceva guardare le mani che tenevano i libri. Provavo un dolore quasi fisico a ricordarmi delle tue mani. Mi mancavano così tanto, all&#8217;inizio. Poi invece ci feci l&#8217;abitudine. Abitudine, routine, ecco cosa diventò vedere attraverso i tuoi occhi.<br />
Provammo a uscire con nuove persone la stessa sera, ma non lo feci di proposito. Ogni tanto, mentre la biondina di fronte a me mi parlava dello sviluppo economico del nostro paese, io chiudevo gli occhi e spiavo il tuo appuntamento. Quello non era il tuo tipo, nonostante fosse una persona interessante. Era un artista, e si vedeva da come muoveva quelle mani. A te le persone che interessano anche alle altre ragazze creano fascino, ma dopo un po&#8217; ti annoi. Sai che nella loro vita non sarai mai nulla più di una semplice compagna &#8211; e neanche una di quelle che ispira l&#8217;arte stessa. Eri felice quando ispiravi la mia arte, ricordai. Aprii gli occhi e la biondina rideva, così risi anche io, ma cosa avesse detto io avrei saputo dirlo. Dopo andammo a casa, e mentre io bevevo birra e parlavo di un vinile che era sul tavolo di fianco al divano, girai la testa e la vidi che avevo la patta aperta e il mio amico di fuori. Lei ci giocava, e io neanche me n&#8217;ero accorto. Così chiusi occhi per vedere tu cosa facevi, e vidi mister artista che ballava un non so che ballo orientale, con la pancia di fuori. Accavallasti le gambe, avevi voglia, quindi, di fare l&#8217;amore. In quel momento riaprii gli occhi, e la biondina era lì a ciucciarmelo con foga, mentre ancora parlava della differenza economica da nord e sud. Come facesse a parlare con la bocca piena, era un mistero. Se non fossi stato certo che solo tu avevi un corpo che parlava, Piccola, avrei scommesso che stesse parlando con altre labbra.<br />
Alla fine si mie a curiosare per il soggiorno, la biondina, nuda con il culo da economista. Si divertiva tantissimo, tanto che non notò che io quasi mi annoiavo. Chiusi gli occhi, tu eri sull&#8217;artista a farti scopare. Guardavi la sua espressione di piacere, un misto tra un urlo vichingo di guerra, e un&#8217;espressione che può fare un chitarrista durante un assolo in playback. Se lo fissavi senza chiudere gli occhi, significava che non ti piaceva come ti stava scopando. Ma invece poi gli occhi li chiudesti, e vidi nero, poi li aprii, e vidi l&#8217;economista di nuovo attaccata al mio uccello.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il tempo mi resi conto che il diavolo mi aveva fregato. L&#8217;economista divenne la mia ragazza. Era una brava ragazza, ma non riuscii a innamorarmi appieno di lei perché ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ciò che tu vedevi. Spesso ti vedevo allo specchio, e non ebbi quindi il tempo di dimenticarti. Passai la mia vita a immaginarmi te al suo posto, con i tuoi atteggiamenti da donna al posto dei suoi di economista. Alla fine sposai l&#8217;economista perché lo volevano i suoi, ma non potevo chiudere gli occhi che vedevo l&#8217;artista che sorrideva felice mentre passeggiavate, guardavate un film, disegnava paesaggi &#8211; paesaggi, con te bella lì a disposizione -, che leggeva scrittori alla moda. Tu non lo osservavi molto, e quindi capii che non eri innamorata di lui. Perciò lo sposasti. Di lui non ne osservavi i dettagli del viso, non li studiavi come facevi con me. Mi chiesi perché l&#8217;avessi sposato, poi riaprivo gli occhi e vedevo mia moglie felice, ma cieca.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho passato la mia vita nel rimpianto di aver preso una decisione, quella di allontanarmi da te, su cui sin dall&#8217;inizio non avevo scelta.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2287"></span></p>
<p style="text-align: justify;">-</p>
<p><em>
<p style="text-align: justify;">Appena lo lasciai, mi chiesi subito cosa avessi fatto. Ero una stupida, una stupida. Perché, mi chiedevo, perché l&#8217;avevo fatto? Volevo stringerlo solo un&#8217;ultima volta mentre gli dicevo che tra noi era finita, ma non potevo, e forse anche se avessi potuto, non l&#8217;avrei fatto andando contro il mio volere. Se l&#8217;avessi stretto, non l&#8217;avrei lasciato andare. Come avrei potuto farlo?</p>
<p style="text-align: justify;">Decisa a passare la vita lontano da lui &#8211; come se la decisione non mi appartenesse, stupida, stupida! &#8211; feci un patto con il diavolo. Vendetti l&#8217;anima, e lui in cambio mi faceva vedere cosa vedevano i suoi occhi quando io chiudevo i miei.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu così che passai la vita lontano da lui, con lui che viveva la sua vita senza pensarmi.</p>
<p></em></p>
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		<title>di ritorno</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 12:32:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Girò la chiave nella serratura del cancello con un&#8217;aria distratta, e quando fu chiuso, si girò per guardarsi intorno, come per decidere che strada prendere. Poi si fermò; aveva visto qualcosa, di sfuggita, che le aveva dato un senso piacevole in corpo. Sentiva un formicolio all&#8217;altezza della pancia, e le mani smisero di tremare per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Girò la chiave nella serratura del cancello con un&#8217;aria distratta, e quando fu chiuso, si girò per guardarsi intorno, come per decidere che strada prendere. Poi si fermò; aveva visto qualcosa, di sfuggita, che le aveva dato un senso piacevole in corpo. Sentiva un formicolio all&#8217;altezza della pancia, e le mani smisero di tremare per il freddo. D&#8217;un tratto quella sensazione le aveva scaldato il corpo. Ma cosa le era successo? si chiese. Cercò qualcosa nel paesaggio, ma non c&#8217;era nulla di particolare. La strada era vuota in entrambi i lati, e non era passata nessuna macchina, né nessuna vecchietta sulla bici, né nessuno svegliatosi di prima mattina per passeggiare. Il suo respiro era deciso, quasi affannava, quando decise di incamminarsi verso la città. E fu allora che lo vide. C&#8217;era un uomo seduto appoggiato a un albero nel boschetto di fronte casa sua. Sembrava un senza tetto, aveva la barba lunga e folta, i capelli unti e spennati, e indossava un cappotto nero abbottonato fin sopra il collo. Aveva le gambe incrociate, e la testa abbassata per guardare qualcosa che aveva tra le mani. Lei si spostò qualche metro a destra, e poi vide che quell&#8217;uomo mangiava una mela, che stava sbucciando con un piccolo coltellino. Lei si meravigliò, perché l&#8217;uomo prima toglieva accuratamente la buccia, quindi tagliava uno spicchio che mangiava, ma poi si mangiava anche la buccia che aveva tolto. Fu rapita dal movimento delle sue mani per qualche attimo. Quei movimenti &#8211; delle sue mani, o il movimento gentile della mano che portava alla bocca lo spicchio &#8211; erano semplici e scontati, ma avevano un qualcosa che la ipnotizzavano. Lei non si mosse a fissare quel movimento, e gli venne in mente di quegli aggeggi che scavano il terreno per cercare il petrolio, oppure i gesti lenti di un ramo che per colpa del suo stesso peso sta per spezzarsi. L&#8217;uomo, prima di mangiare l&#8217;ultimo spicchio, alzò lo sguardo e la guardò. Così, come se sapesse che in quel preciso punto ci fossero degli occhi che lo guardavano. La guardò, e le sorrise, così lei si svegliò dai suoi pensieri, e ci mise qualche attimo prima di capire cosa fosse successo. L&#8217;uomo si stava alzando, quindi iniziò a camminare deciso verso di lei. Non sembrava andare di fretta, ma si muoveva lentamente, quasi ad assaporarsi ogni passo. Aveva un sacco marrone sulle spalle, e le dita di un paio di guanti rossi che gli uscivano dalla tasca. Lei continuava a fissarlo, immobile, bloccata da qualcosa, mentre egli attraversava la strada. Quando fu a qualche metro da lei, ella lo vide sorriderle. Dei denti bianchissimi sbucarono da quella barba folta e nera. Non sapeva che dire, né che fare &#8211; non aveva paura di quella presenza, ma affascinata. C&#8217;era un qualcosa di familiare in lui, che la tranquillizzava, e le coccolava l&#8217;anima.<br />
&#8220;Sapevo che non mi avresti riconosciuto,&#8221; fece lui, poi scoppiò a ridere.<br />
Riconosciuto? Chi? Chi era? Lo guardava bene, e ci mise poco per capire chi fosse.<br />
&#8220;In effetti sei irriconoscibile,&#8221; gli disse, poi sorrise, infine corse per quei pochi metri che li separavano e lo abbracciò forte. Lo strinse quasi a farlo scoppiare.<br />
Lei lo annusò, e sapeva di buono. Il suo profumo era un misto di mare, di bosco, e di mela.<br />
Quando lo lasciò andare, lo vide bene da vicino. Aveva lo sguardo un po&#8217; stanco, ma sorrideva forte. I capelli non sembravano sporchi, ma erano unti e disordinati. Si chiese se nascosta tra loro ci fosse una foglia autunnale.<br />
&#8220;Dove stai andando? Ti accompagno?&#8221;<br />
&#8220;Oh no, ora entriamo in casa e riposi un po&#8217;.&#8221;<br />
&#8220;Ma non sono stanco,&#8221; disse, e lei lo scrutò un po&#8217;. Sembrava sincero. &#8220;Ti accompagno dove devi andare, poi ci riposiamo.&#8221;<br />
La convinse senza neanche un altro tentativo. Così iniziarono a camminare verso una direzione, uno accanto all&#8217;altra.<br />
&#8220;Mi odi?&#8221; le chiese lui dopo qualche passo.<br />
Lei lo guardò, &#8220;Naa, e perché dovrei?&#8221;.<br />
&#8220;Be&#8217;, sono sparito. Molti mi odierebbero, e anzi sono sicuro che molti mi odiano.&#8221;<br />
&#8220;Perché dovrebbero?&#8221;<br />
Alzò le spalle e guardò il cielo, &#8220;Non lo so. Alla gente piacciono gli addii, ma invece io li odio. Vedono l&#8217;abbandono nel mio gesto. Sparire senza far sapere nulla a nessuno. Ma gli addii mi avrebbero distrutto, mentre loro li avrebbero voluti con tutto sé stessi. Le persone guardano il mondo dalla prospettiva sbagliata, secondo me, e questa cosa mi pesava molto.&#8221;<br />
&#8220;Perciò sei scappato?&#8221;<br />
&#8220;Scappato? Non direi che sono scappato. Non avevo mica una vita, degli obblighi, per scappare, non ti pare?&#8221;<br />
&#8220;Hmm, in effetti. Allora cosa hai fatto?&#8221;<br />
&#8220;Be&#8217;, nulla di speciale. Non dovevo dare conto a nessuno.&#8221;<br />
&#8220;Certo, allora perché ti importa se la gente ti odia o no?&#8221;<br />
&#8220;A me importa della gente, ma di te e pochi altri.&#8221;<br />
&#8220;Non è vero. Te ne saresti fregato anche di tutti noi altri se ti avessimo odiato.&#8221;<br />
Lui non aveva mai smesso di sorridere, ma a quelle sue parole sorrise di gusto. &#8220;E&#8217; vero, ma solo perché so che voi altri non mi avreste mai odiato.&#8221;<br />
Lei guardava le coppie di piedi di entrambi camminare, muoversi uno dopo l&#8217;altro, finché non sentì la mano di lui che le toccava l&#8217;orecchio. Poi sentì uno stelo, infine dei petali, e quando lui ritrasse la mano, capì che le aveva messo un fiore nei capelli. Così lo guardò, e lo vide guardare il muretto che delimitava il bosco che stava alla sua destra. Il muro era ricoperto di piante e fiori, esseri che avevano cercato di distruggere quel confine che li divideva dal mondo degli umani. Lui poi si fermò all&#8217;improvviso, e avvicinò il suo viso a un piccolo fiore giallo presente tra due mattoni. Poi, lo sentì parlare al fiore.<br />
&#8220;Ti senti in prigione? Ti capisco. Quando ti ritrovi in una posizione, che non puoi cambiare tanto facilmente. Vuoi che ti porti con me?&#8221;<br />
Lei non lo trovò pazzo, ma solo dolce, quasi naturale. E si meravigliò, quando con una folata di vento improvviso, il fiore quasi accennò a un sì. Le vennero in mente decine di pensieri diversi, che le fecero dubitare del reale, di tutto ciò in cui aveva sempre creduto.<br />
Lui sorrise, e annuendo staccò il fiore, liberandolo dal muro, e se lo mise nella barba, in modo che uscisse fuori sulla guancia, poco distante dalla bocca. Poi, ripresero a camminare. Lo guardava con ammirazione, con quel fiore tra la barba. Oh, chissà cosa hai fatto, quanto ne hai passate, pensò. Poi tornò a guardare i piedi camminare.<br />
&#8220;Un anno fa, prima di partire, mi resi conto che in ventidue anni non avevo mai visto dritto a me mentre camminavo, ci credi? Avevo passato ventidue anni di vita a camminare mentre mi guardavo le scarpe camminare, per paura che pestassi qualcosa.&#8221;<br />
Sentì di nuovo la sua mano, questa volta sotto il mento. Glielo alzò delicatamente, così lei camminò guardando di fronte a lei. Era come camminare su un ponte di legno alto centinaia di metri sopra un burrone. Ma le piaceva.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivarono al panificio poco dopo, e senza parlare molto. A lei serviva il pane, ma quando vide che lui guardava dei tranci di pizza in esposizione, comprò anche la pizza. Uscirono dall&#8217;edificio, e lui si mise le mani in tasca, fino a estrarre dei soldi, che porse a lei. Lei lo guardò, poi disse: &#8220;Starai scherzando&#8221;.<br />
&#8220;Dai, prenditi i soldi della pizza!&#8221;<br />
&#8220;No!&#8221; disse mentre riponeva il borsellino in tasca. Poi alzò lo sguardo, e trovò lui che la guardava ancora, con la mano tesa con i soldi. Il fiore nella barba.<br />
&#8220;Prendili, su. E dopo mi offri qualcosa tu. Ma la pizza devo pagartela io.&#8221;<br />
Ma lei scosse la testa.<br />
&#8220;Perché non vuoi i suoi soldi?&#8221;, chiese una voce.<br />
I due si girarono, e videro una bambina alta fino al ginocchio di lui, che li fissava. Era bionda, e indossava un cappotto rosa con una gonna bianca che usciva da sotto.<br />
&#8220;Sì, perché non vuoi i miei soldi?&#8221; le chiese lui.<br />
&#8220;Non hai capito che vuole solo pagarti la pizza?&#8221; disse la bambina, e sembrava un&#8217;adulta. Pronunciava bene tutte le parole, nonostante entrambi non le avrebbero dato più di due anni.<br />
Lei sorrise, guardando lui che le era di fronte, con un fiore nella barba, che le sorrideva, con accanto questa bambina che chissà da dov&#8217;era uscita.<br />
&#8220;Va be&#8217;, io devo andare. Buona fortuna,&#8221; disse la bambina, dando una pacca sulla gamba di lui.<br />
I due si incamminarono verso casa, quando lui capì che era inutile insistere per pagare la pizza. Al tragitto del ritorno non parlarono, ma a lei non pesava. Sapeva che avevano tante cose da dirsi, ma non c&#8217;era fretta. Lui non sembrava stanco, ma sereno, e aveva un bello aspetto nonostante avesse dormito in un sacco a pelo, chissà dove, per un anno intero. Arrivarono a casa in pochi minuti. Lei estrasse le chiavi, mentre lui era girato verso il bosco. Gli uccellini cantavano, quasi sbucava il sole. Lei aprì il portone, e vi entrò. Lo vide di spalle, aprire le braccia verso il bosco. Urlò &#8220;Ciao!&#8221; verso il bosco, prima di entrare nel portone insieme a lei.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>parola del signore</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 13:09:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ovviamente quella mattina c&#8217;era il sole. Aprì gli occhi e ne vide i raggi entrare dalla finestra. Si alzò sorridente e fu toccata dal loro calore, che le sfioravano le guance. Sentì gli uccellini cinguettare da fuori, poggiati su chissà quale ramo. Era felice, e come poteva non esserlo? Si vide allo specchio, ed era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ovviamente quella mattina c&#8217;era il sole. Aprì gli occhi e ne vide i raggi entrare dalla finestra. Si alzò sorridente e fu toccata dal loro calore, che le sfioravano le guance. Sentì gli uccellini cinguettare da fuori, poggiati su chissà quale ramo. Era felice, e come poteva non esserlo? Si vide allo specchio, ed era perfetta: i capelli pettinati, il viso luminoso, dai lineamenti decisi. Scese giù per fare colazione e fu inondata da un profumo di cornetti caldi. Baciò la mamma, che sciacquava un pentolino, sulla guancia, e si mise seduta a tavola davanti la tazza colma di latte.<br />
- Buongiorno papà, &#8211; disse al genitore, che gli sedeva di fronte, coperto completamente dal giornale che stava leggendo.<br />
Il padre abbassò il giornale come per vedere chi l&#8217;avesse chiamato, la vide, e sorrise: &#8211; Buongiorno a te, cara.<br />
Iniziò a mangiare. Immerse un biscotto nel latte caldo, che non si spezzò tra le dita ma rimase unito, così che lo morse senza problemi.<br />
- Uhm, &#8211; disse ancora con la bocca piena, i genitori si girarono a guardarla, &#8211; Mi sono cresciute le tette.<br />
Gonfiò il petto per sottolineare le nuove forme. Indossava una canottiera bianca che sottolineava dolci e sode tette.<br />
- Ma è meraviglioso! &#8211; disse il padre, prima di tornare a leggere il giornale.<br />
La madre chiuse l&#8217;acqua del lavabo e si sedette a tavola, &#8211; Hai detto grazie?<br />
- Certo, mamma, &#8211; rispose lei.<br />
Calò il silenzio, e lei immerse un altro biscotto nel latte. Neanche questo si inumidì fino a spezzarsi.<br />
- Qualcosa di nuovo, tesoro? &#8211; chiese la madre, rivolta al marito.<br />
- Oh, no cara. Ieri la signora Pergoni ha riso tanto, e il marito era più felice dell&#8217;altro ieri. La disoccupazione, dicono, però, sia preoccupante. Forse in Giappone un signore sta perdendo il lavoro, il primo caso dopo centinaia di anni.<br />
- Oh Giuda! Dove andremo a finire! &#8211; esclamò spaventata la mamma, &#8211; Ma come mai?<br />
- Dice l&#8217;altro giorno quasi si annoiava durante l&#8217;ora di lavoro. E&#8217; capitato per un minuto, a quanto pare. Ma usano termini tecnici, e non capisco molto bene. Dicono che il computer si sia &#8216;bloccato&#8217;, bo&#8217;, e lui non sapeva che fare nel frattempo. Dice che è stato un minuto duro, nonostante sia prontamente intervenuto il Signore.<br />
- Spero tutto si sistemi. La disoccupazione è un problema grave.<br />
- Sono sicuro risolveranno tutto.<br />
La madre era visibilmente sconvolta, e si teneva il petto con la mano. Infine guardò la figlia mangiare, e le disse: &#8211; Dai Martina, muoviti che è tardissimo per la chiesa.<br />
- Va bene, &#8211; le rispose Martina, e corse di sopra a vestirsi.<br />
Si infilò dei jeans e filò di sotto, poi uscì dalla porta sul retro che dava nel giardino. Si diresse verso l&#8217;albero all&#8217;angolo del giardino e da un ramo staccò diverse banconote di soldi, un bel mucchietto che si mise in tasca. Poi corse dentro ma passò solo velocemente per la casa, urlando saluti, perché uscì subito dalla porta principale.<br />
Arrivò in chiesa pochi minuti dopo, in anticipo. Le suora la salutarono, lei disse loro delle tette, che le erano cresciute.<br />
- Oh, che bello! Signore grazie! &#8211; disse Suor Eva, &#8211; Vediamo.<br />
Martina alzò la canottiera mostrando loro le tette. Intanto passavano i suoi compagni per andare a scuola, ma nessuno notò quei dolci seni al vento. Le suore le sorrisero compiaciute, poi la fecero coprire, infine lei entrò in chiesa e prese posto.<br />
La lezione di storia fu facile. Gli ebrei che furono sterminati, gli ebrei il popolo del loro Signore, gli ebrei che conquistarono la terra e sterminarono tutti gli altri popoli. Tutti ebbero dieci. La lezione di scienza fu sui miracoli, ma vi fu un rivoluzionario tra gli alunni. Un ragazzino seduto tra le prime file chiese infatti: &#8211; Se è normale camminare sull&#8217;acqua come il Nostro Signore, perché Egli ha inventato la fisica?<br />
Un coro sconvolto si alzò.<br />
- Come osi! &#8211; urlò Suor Eva, mentre un&#8217;altra suora alle sue spalle pregava.<br />
E fu allora che le porte della chiesa si aprirono, e fecero entrare una luce bianca abbagliante. Dal cuore di quel bagliore comparve una figura nera, che camminava tranquila la deciso verso l&#8217;altare della chiesa.<br />
- Chi ha pregato? &#8211; chiese l&#8217;angelo.<br />
- Oh, grazie a Dio, &#8211; disse la suora, e nella chiesa si levò un coro che ripeté: &#8211; Grazie!<br />
- Cosa succede, suor Eva? &#8211; chiese l&#8217;angelo con calma.<br />
- C&#8217;è lui, &#8211; disse indicando il ragazzo, &#8211; Che ha bestemmiato.<br />
- E&#8217; vero? &#8211; chiese l&#8217;angelo, guardando il soffitto, &#8211; Uhm, ok.<br />
L&#8217;angelo fece un movimento con la mano e il ragazzo planò a mezz&#8217;aria. Poi sorrise, e disse: &#8211; Non ti perdono più, &#8211; e il ragazzo cadde a terra, che si aprì al suo tocco fino a mostrare una profonda voragine, il quale inghiottì il blasfemo.<br />
L&#8217;angelo poi si girò vero la folla, aprì le braccia e fece un inchino, poi sparì. Partì un applauso. Fu allora che Martina si svegliò dal suo sonno a occhi aperti. Era rimasta distratta per tutto il tempo. Infatti, seduta su qualche panca dopo la sua, c&#8217;era una ragazza che aveva le tette di una forma più bella delle sue. Che sfortunata che sono, pensò.</p>
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		<title>quando mi parli te</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 11:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sole usciva ora da dietro i palazzi, nonostante la mattina fosse iniziata da diverse ore. Le strade erano deserte, tutti erano negli uffici o nelle scuole. Il bar era ancora vuoto. Il barista, un uomo alto, dai capelli lunghi legati in una coda e i lineamenti del viso appuntiti, puliva il bancone nel silenzio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il sole usciva ora da dietro i palazzi, nonostante la mattina fosse iniziata da diverse ore. Le strade erano deserte, tutti erano negli uffici o nelle scuole. Il bar era ancora vuoto. Il barista, un uomo alto, dai capelli lunghi legati in una coda e i lineamenti del viso appuntiti, puliva il bancone nel silenzio, intervallato solo da qualche macchina che passava ogni tanto.<br />
- Non ho mai pensato che tu fossi pazza, anzi. Come puoi pensarlo? Devi chiederti, invece, se ciò che dici è vero, e cioè secondo te sul serio mi dai tutte le attenzioni che servono a un marito?<br />
La radio parlava a bassa voce, che non si capiva cosa stesse dicendo. Dalla porta sulla strada entrò una ragazza, giovane dall&#8217;aria disordinata. Il barista, allora, prese un cornetto e glielo porse, quindi iniziò a fare il caffè.<br />
- Insomma, chi ti credi di essere? &#8211; chiese la donna. &#8211; Io non sono la cretina di nessuno, tanto meno la tua.<br />
Il barista alzò lo sguardo, vide la ragazza e disse: &#8211; Tu sei sempre alla tv a guardare telenovela. Io che non le seguo, so che è alquanto bizzarro che il personaggio di quell&#8217;attore alto e biondo è sopravvissuto a troppi incidenti automobilistici.<br />
- Io non ti avevo mai detto che potevi uscire con un&#8217;altra ragazza. Secondo te mi facevo scopare sul tavolo da te se fossi stata libera di farmi scopare da chiunque?<br />
Il caffè era pronto, e il barista lo mise sul bancone. Fumava di calore, e la donna agitò la bustina dello zucchero e l&#8217;aprì, poi disse: &#8211; E poi non lo trovi abbastanza un cliché andarsi a scopare la mia amica? Sono duemila anni che non ve lo perdoniamo, perché avrei dovuto cambiare idea? Non ne ho neanche l&#8217;autorità, credo.<br />
Il barista si rivolse alla ragazza: &#8211; Io voglio solo un po&#8217; d&#8217;attenzioni da te, tutto qui. Fai venire le amiche per il tè, parlate per ore, poi se ne vanno e cala il silenzio in casa. Siamo stati altro.<br />
- Forse ti amo tanto da perdonarti, &#8211; disse la ragazza, e bevve un sorso del caffè. &#8211; E in fondo sono felice che tu abbia inculato proprio la Gigia, se lo meritava.<br />
La porta del bar si aprì di nuovo, ed entrò una donna di mezza età. Indossava una pelliccia vistosa, i capelli sembravano una scultura dell&#8217;ottocento. &#8211; Come ti permetti di chiedermi una cosa del genere.<br />
Il barista subito scattò. Iniziò a preparare un nuovo caffè, e prese un altro cornetto e lo mise sul bancone, poi disse: &#8211; Dopo un po&#8217; di anni le coppie si chiudono in po&#8217;, è normale. Ma noi non siamo mai stati normali, e pensavo non saremmo diventati banali.<br />
La ragazza, dopo un altro sorso di caffè, guardò entrambi poi disse: &#8211; Avrei preferito non innamorarmi di te. L&#8217;amore sono richieste che rovinano ogni cosa. Ma io t&#8217;amo, ed è una parola troppo grande per ingoiarla.<br />
La signora, agitò la bustina di zucchero, mentre il barista gli porgeva il caffè. &#8211; Ormai abbiamo un&#8217;età. Abbiamo i figli grandi. Tu ha il tuo golf, io il mio bridge. Abbiamo le nostre vite, mi sembra stupido provare a fare di nuovo la coppietta. Ormai il nostro dovere a Dio l&#8217;abbiamo fatto.<br />
- Prova almeno a parlarmi, &#8211; disse il barista.<br />
La donna lo guardò, e disse: &#8211; Mi chiedi troppo. Io non ho più attrazione verso di te.<br />
Allora il barista deluso replicò: &#8211; Il mondo è tornato a essere cupo.<br />
- Vorrei che tu fossi qui con me. Perché non sei qui con me? &#8211; chiese la ragazza.<br />
A quel punto nel bar entrò un uomo di colore, con un enorme borsone sulla spalla, e pacchi di fazzoletti in mano. Tutti lo guardarono, lui aprì bocca e chiese: &#8211; Vi serve qualcosa?</p>
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		<title>caos</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 08:51:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho visto l’equilibrio che rende il mondo un posto incantevole. Il mio cammino ha calpestato ogni polvere su questa Terra, e nonostante oggi affermi che sia un mondo eccezionale, la sua armonia non potrebbe mai essere tanto graziosa da farmi restare un respiro in più in vita. Seccato, sono ormai fatto di ossa cedute alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto l’equilibrio che rende il mondo un posto incantevole. Il mio cammino ha calpestato ogni polvere su questa Terra, e nonostante oggi affermi che sia un mondo eccezionale, la sua armonia non potrebbe mai essere tanto graziosa da farmi restare un respiro in più in vita. Seccato, sono ormai fatto di ossa cedute alla stanchezza, e la mia è pelle arida, sgradevole, un desolato deserto di passione. Ma non ho rimorsi, e la malinconia è ormai parte di me. Non giudicate le mie gesta, perché almeno io ho estinto quel viaggio mentale che voi posticipate per l’intera vostra esistenza. Che la fine del viaggio, la fine della mia riflessione, mi abbia portato a bramare il decesso delle mie fattezze, questo è un fatto che converrebbe esaminare, ma ho un cappio che è in attesa della mia gola, e mi perdonerete se non resto a confessarmi.</p>
<p><span id="more-2082"></span></p>
<p>Il nodo scorsoio, il celebre nodo dell’impiccato, sono sicuro che sia stato concepito per validi motivi, ma si sa’ com’è abile l’uomo a rovinare tutto, che vuole infilare l’uccello anche nel culo. E’ stato quindi trasformato nel nodo perfetto per impiccarsi, perché più c’è pressione più si stringe, e in pochi attimi sei bello che morto. E’ perfetto anche per altri scopi, ma io non li so’, perché sono un umano, e come tale concepisco soltanto il peggio di qualunque cosa, materiale o astratta. E’ la mia natura. Incredibile però come anche qui, in piedi su questa sedia con l’anello della corda a pochi centimetri dal mio naso che seduce la mia zucca, ottengo ancora e solo osservazioni negative sull’essere umano. Alla fin del cammin della mia vita, all’ammissione della mia sconfitta, è assurdo come non riesca ancora ad avvistare un valente pretesto per cambiare decisione sul mio trapasso.</p>
<p>Chi vede nell’emotività una qualità che ogni uomo debba avere, non mi ha mai conosciuto, né ha forse ha mai desiderato farlo. Io sono l’anomalia, il prototipo dell’uomo ideale. Premuroso, delicato, diligente e passionale, trasformatomi col tempo in un imparziale e sfavorevole stronzo grazie alla sensibilità di cui ero pieno. Diventai presto una macchina auto-distruttiva che accumulava la disonestà che il mondo era agile a imboccarmi. Vissi un insieme di cause che trasformarono i cliché di cui ero imbottito in un’accezione al pensiero comune “Se è sensibile, è adatto a me”. Divenni non adatto. Nel mio inferno, vedevo solo l’ovvietà che mi circondava. Il mondo commetteva senza fine sempre e solo i soliti due errori che conosceva, e io ne ero stanco. Io sono, stanco. Ma ho ragionato: perché spiegarvi il mio comportamento? Per voialtri non sono che un estraneo, e a cercare di fermarmi è solo la vostra demenza. Davvero vorreste che non mi uccida? Perché? Davvero ostentereste a dirmi che la vita è bella, che non dovrei compiere questo sciocco passo? Davvero pensereste di potermi imporre la vostra soggettiva visione pragmatica della vita per spronarmi? Pensateci: perché vorreste curarmi? Perché vorreste che sfugga dal mio tormento? Motivi non ne avete, sudici figli di puttana. Di conseguenza mettetevi quieti, seguite il rumore della mia voce.</p>
<p>Evviva le differenti prospettive, evviva i punti di vista insoliti. L’amore non esiste, ed è soltanto una parola che con le parole si volgarizza. Non possiamo spiegarlo, e se perché non esistesse? Se fosse sinonimo di incomprensione? Come dio, un misero nome dato a cosa gradiremmo esistesse. Se al disagio che sentiamo in vita corrispondesse un desiderio di poter credere che ci sia qualcosa oltre il semplice oggi, io mi sentirei di non credere in nulla, se non alla materia stessa. Concediamoci di essere sinceri almeno con noi stessi. Ammettiamo che abbiamo fatto fiasco, abbiamo fallito. L’equilibrio del mondo, quei pochi angoli che lo rendono bello nelle fotografie, è dettato da qualcosa in cui l’uomo non c’entra un cazzo. E abbiamo architettato una miriade di puttanate per mettere in salvo la nostra memoria dalla paura che con la nostra morte vada dimenticato anche il nostro nome. Amore, l’arte, è tutto imposto dalla paura di diventare solo un mediocre essere umano. Inganni, in sostanza. Invenzioni dell’uomo per rendere la sua vita un po’ vivace. Uno spettacolo teatrale in cui lui è l’unico attore in scena, e anche l’unico spettatore presente in platea.</p>
<p>Mi uccido, e come la vostra incapacità era assente nel mio declino, non voglio che pensiate una sola parola di me ora che sono all’ascesa verso la mia volontà nell’essere finalmente privo di angosce. Fottuti coglioni, fate silenzio. Tutte le vite hanno un estremo in cui finiscono, voglio solo il mio onorario in anticipo.<br />
Per quanto riesca a essere veloce, nella mia mente ci sono sempre più pensieri che parole su questo quaderno. Perciò basta ciance, è ore che mi incammini ed effettui il passo. E’ stato un piacere non conoscervi.</p>
<p>Scagliò il quaderno e la penna contro la libreria. La mansarda aveva un’area serena, distaccata dal mondo che Fabiano odiava tanto, ma non dall’atmosfera calda e pacifica che entrava dalla finestra. Un raggio di sole era steso sul pavimento formato da tavole di legno chiaro, lo stesso colore delle assi sul soffitto a spiovente, e le pareti erano di un giallo sporco, un bianco consumato con il passare del tempo. Strinse il cappio con le mani e ci infilò la testa dentro determinato a compiere quel gesto. La primavera bussava alla finestra con il suono del sole, fatto da cinguettii di uccellini canterini, e chiacchiere indistinte di persone che sembravano, felici, non vedere o pensare ciò che consumava Fabiano. Il suono della sedia che cadde al suo calcio era quasi come un colpo di pistola, e la tranquillità cessò di essere muta.</p>
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		<title>il chip difettato</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 11:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(2 ott 2009) &#8211; La società di telecomunicazioni Speak © è spiacente nell&#8217;informarvi che a causa di un errore dovuto a un calcolo matematico di alcuni nostri ingegneri, l&#8217;ultimo modello di cellulare della nostra nuova linea autunnale è affetto da un grave problema tecnico. L&#8217;errore, causato dall&#8217;assenza di una calcolatrice, ha causato la progettazione erronea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(2 ott 2009) &#8211; La società di telecomunicazioni Speak © è spiacente nell&#8217;informarvi che a causa di un errore dovuto a un calcolo matematico di alcuni nostri ingegneri, l&#8217;ultimo modello di cellulare della nostra nuova linea autunnale è affetto da un grave problema tecnico. L&#8217;errore, causato dall&#8217;assenza di una calcolatrice, ha causato la progettazione erronea del chip A-B-C-Ecciù, che difetta non facendolo funzionare nel migliore dei modi.</em></p>
<p><em>Mentre un&#8217;indagine decreterà chi quel giorno, tra gli ingegneri, doveva portare la calcolatrice, la Speak © assumerà le proprie responsabilità ritirando tutti i modelli dal mercato. La buona notizia è che i danni sono limitati, poiché ci siamo accorti dell&#8217;errore quando i nostri camion erano riusciti a consegnare i colli solo nella nazione d&#8217;Italia. Così in tempo abbiamo potuto fermare gli altri camion che si occupavano di escortare il nuovo modello del cellulare altrove. </em></p>
<p><em>Prima di concludere, dobbiamo sottolineare che il difetto di fabbrica non è grave quanto potrebbe sembrare; tuttavia consigliamo di consegnare il vostro modello al più vicino centro Speak ©, in modo da poter avere in cambio un modello che non difetta nel cip A-B-C-Ecciù. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 2 ott 2009</em></p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-1987"></span></p>
<p>Usciva di casa come sempre in ritardo. Era l&#8217;ultima occasione che lei gli dava e lui la sprecava così, camminando a passo svelto sotto la pioggia. Aveva ritardato a fare la doccia per giocare al nuovo videogioco di calcio; non poteva abbandonare la finale della coppa del mondo per lei, nonostante la definisse &#8220;l&#8217;amore della sua vita&#8221;. Quando la conobbe non si chiese come una donna come lei, bella e simpatica, che sembrava una Barbie in carne e ossa (con curve sui rettilinei giusti), potesse stare con uno sfigato come lui. Era un fotografo, è vero, ma ciò non toglie che fosse uno sfigato cretino. Tutto ciò, però, sembrava appunto non toccarlo. Infatti nei tre anni in cui erano stati insieme non si era mai posto questa domanda (<em>perché sta con me?</em>), e quindi non si preoccupava neanche troppo di essere l&#8217;uomo che pensava potesse piacerle. Tutto cambiò quella volta in cui rischiò di essere cacciato di casa, dopo un litigio nato quando lui mise, per sbaglio, i vestiti sporchi nella lavastoviglie. Da quel suo semplice errore lei gli rinfacciò errori di due anni e mezzo di convivenza, e lui tutto ciò che rispose dopo il monologo di mezz&#8217;ora della ragazza fu: &#8211; Dovrebbero specificare che i jeans non sono stoviglie.</p>
<p>Le cose ovviamente cambiarono da allora; c&#8217;era sempre tensione in casa, ma lui provava a migliorare per lei. A lui inoltre fu vietato di avvicinarsi alla lavastoviglie. Nel bilico di quel filo su cui lei l&#8217;aveva piazzato, lui capì che era la donna giusta, così provò almeno a mettere la testa a posto. E in parte ci riuscì. Sì perché a volte si lasciava comunque andare in capricciose voglie da ragazzino troppo cresciuto. Lei però lo sopportava. Lo amava e, guardandolo con uno sguardo fulminante, lo rimetteva subito in riga. Ma quella sera un&#8217;insieme di cause sfigate colpirono il povero lui. Correva sotto la pioggia in ritardo verso la cena romantica che lei aveva organizzato per ritrovare il loro rapporto iniziale, fatto di passione e romanticismo, quando decise che l&#8217;avrebbe chiamata per avvisarla, ma non rispose la sua ragazza.<br />
- Perché vuoi chiamarla? &#8211; chiese una voce, quando aveva appena preso il cellulare dalla tasca.<br />
Lui si guardò intorno, ma sotto la pioggia incessante non c&#8217;era nessuno. Face un&#8217;espressione dubbiosa, poi si mise a guardare lo schermo del suo nuovo cellulare per chiamare la sua ragazza.<br />
- Ha deciso di lasciarti, ed è ormai inutile che vai al ristorante. E&#8217; inutile anche che chiami per avvisarla del tuo ritardo, &#8211; disse la voce.<br />
Lui guardava il cellulare e capì che, chissà in che modo, era proprio quel piccolo aggeggio tecnologico che parlava.<br />
- Ma tu parli? &#8211; gli chiese, e si sentì stupido mentre pronunciava quella domanda assurda.<br />
- Parlo, sì. Ci chiamano &#8216;errore&#8217;, ma invece penso che dovrebbero complimentarsi a vicenda per aver inventato un cellulare parlante. Solo sbagliando l&#8217;uomo riesce a fare qualcosa di buono, &#8211; la voce non era elettronica ma molto naturale e profonda.<br />
Lui non sapeva cosa dire, era parecchio confuso.<br />
- Ok sentimi giovanotto, io so&#8217; che lei vuole lasciarti stasera. E pensaci un secondo: a te conviene continuare a farti trattare in quel modo da una ragazza? Insomma, lei porta i pantaloni, e tu porti una schifosa gonna. Fai schifo! Anche proprio guardandoti in gonna.<br />
- Ma no, io non mi faccio comandare da lei. Un rapporto è anche compromessi. Lei ne fa per me, io volentieri per lei.<br />
- Sì ma quando usciranno fuori i coglioni e prenderai in mano la situazione? Solo perché casa è sua, solo perché paga le bollette, ti può trattare a pesci in faccia?<br />
- Non mi tratta a pesci in faccia, anzi. Mi tratta bene e non mi ha fatto pesare nulla se non dopo anni. Io avrei ceduto molto prima, e mi sarei incazzato con lei ogni volta che avrebbe sbagliato. Questo è amore vero.<br />
- Ti sta manipolando! Non lo capisci? Vuole farti credere questo, in modo che ti senti in colpa per come ti sei comportato. E&#8217; tutto studiato e programmato!<br />
Lui era pensieroso. In fondo la teoria del cellulare non era del tutto sbagliata, e sembrava fare acqua da più parti solo perché pioveva.<br />
- Scappa lontano da lei, &#8211; continuò il cellulare &#8211; E vivi la vita che vuoi, senza compromessi.<br />
Guardò in alto. La pioggia gli picchiettava il viso. &#8211; Sììì! &#8211; urlò.<br />
- Sììì! &#8211; ripeté il cellulare.</p>
<p>Si mise a correre più che poté verso un punto non ben deciso della città. Era sotto la pioggia, il cellulare era in tasca che sorrideva appena. Intanto al ristorante di lusso, lei aprì di nuovo la borsa per guardare di nuovo i biglietti per il concerto dei Muse, gruppo preferito del fidanzato, dove gli avrebbe chiesto di sposarla. Negli ultimi mesi lui era cambiato molto, restando però sempre il suo magnifico amore, e lei sapeva che questo era il momento giusto per chiedergli di passare la vita con lei. Ripose i biglietti in borsa e si mise a guardare la tv; il comunicato stampa della Speak sotto forma di pubblicità avvisava del pericolo del chip difettoso che poteva creare danni nei rapporti di coppia, in quanto i cellulari si sentivano soli e malignamente volevano che tutti fossero soli come loro. Lei riconobbe il modello di cellulare del suo ragazzo, e quasi in testa le balenò l&#8217;idea che lui potesse non aver visto la pubblicità ed essersi fatto abbindolare da uno stupido cellulare.</p>
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		<title>storia da un altro secolo</title>
		<link>http://www.robertodragone.com/blog/storia-da-un-altro-secolo</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 08:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima di lasciarvi leggere questo mio nuovo racconto, mi sento quasi l&#8217;obbligo di avvisarvi che è un brano che, se sapessi, prima della lettura, di cosa tratta, non so se lo leggerei. Non ho mai scritto nulla di violento, in vita mia, ma mi è venuta questa idea così ho provato a scriverci qualcosa, ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prima di lasciarvi leggere questo mio nuovo racconto, mi sento quasi l&#8217;obbligo di avvisarvi che è un brano che, se sapessi, prima della lettura, di cosa tratta, non so se lo leggerei. Non ho mai scritto nulla di violento, in vita mia, ma mi è venuta questa idea così ho provato a scriverci qualcosa, ed è uscito fuori un racconto freddo e cinico che, a discapito della sua riuscita, ha comunque elementi che possono turbare chi lo legge. Non che sia niente di esagerato, per carità, ma ho capito che faccio provare tristezza anche non volendo, quindi meglio avvisarvi prima, ecco. </em></p>
<p>Ti scrivo per chiederti un favore, ma prima ti voglio raccontare una cosa stranissima che mi è successa quando la settimana scorsa sono uscito. Sì, proprio uscito fuori, per strada. Fuori c&#8217;era il sole, lo vedevo da camera mia che prepotentemente cercava di passare attraverso le tende chiuse. Ho letto da qualche parte che il sole fa male, che al suo contatto l&#8217;uomo si brucia all&#8217;istante. Neanche fossi carbone, o un nero di merda. Insomma mia moglie mi aveva dato appuntamento, e io dovevo comunque uscire. Credere a stupide leggende che dicono che il sole bruci le persone non aveva senso. O l&#8217;ho visto in qualche video-documentario? Bo&#8217;.</p>
<p>Mentre scendevo le scale, quella troia della mia vicina usciva da casa sua. Quella vecchia handicappata che zoppetta quando cammina quasi mi sfiorava mentre passavo accanto a lei. Poi si è messa a salire verso il tetto lentamente. Metteva un piede su uno scalino, poi l&#8217;altro accanto, poi ricominciava di nuovo. Perché esce tutti i giorni? La sento che apre la porta, e la sento anche quando ci mette anni solo a salire e scendere le scale. Va sopra al tetto e prende i treni che si spostano per il paese. Che poi, continua a mugolare, tra sé e sé, che ai suoi tempi era diverso, o si lamenta del fatto che non ci fossero barriere architettoniche. Spero non si rivolgesse a me. Riesco a capire che ai suoi tempi le persone comunicavano da vicino, e la vita era divera, ma sa benissimo che ora è vietato. Se ci riprova, io la denuncio al partito. Che cazzo, certa gente dovrebbero accopparla quando sono ancora in fasce.</p>
<p><span id="more-1940"></span></p>
<p>Le strade coperte erano deserte, quelle scoperte al sole anche. I grandi palazzoni A857C, e A843N, facevano ombra solo per qualche centinaio mi metri, ma dopo c&#8217;era il sole che creava tranquillità che solo l&#8217;assenza di essere umani sa dare. Ecco, la cosa bella del sole è che provoca vuoto, e a grandi linee è come restare in casa. E credimi quando ti dico che quando ho visto la desolazione delle strade scoperte a me è venuto uno strano senso di felicità in corpo. Indescrivibile con le icone smile. Quasi sorridevo anche io come fossi una faccina della chat. Ma ci credi?</p>
<p>Che poi, tra parentesi, non so se gli essere umani possano ancora ridere. Dopo la mutazione facciale del XXVI° secolo, non erano limitati nelle espressioni? Ho letto da qualche parte che una volta la bocca la usavano per mangiare perché si apriva. Ho visto delle foto, sai, e dentro c&#8217;erano come dei cubetti bianchi che servivano a tritare il cibo per ingoiarlo meglio. Ma tu riesci a immaginare di nutrirti in un modo che non sia la flebo?</p>
<p>Arrivato alla soglia dell&#8217;ombra -subito dopo la punta delle mie scarpe c&#8217;era il sole- mi sono fermato. Mi sentivo spiato, come se dai finestroni dei palazzoni ci fossero umani che osservavano le mie azioni. Sentivo le loro speranze nel vedermi incenerire all&#8217;istante appena fossi scoperto al sole, per capire una buona volta se il sole faceva male, o no. Com&#8217;è che dicevano le pubblicità del partito? &#8220;Ti proteggiamo noi dalle malignità del mondo, dalla sua crudeltà. Tutto ciò che ti serve è in camera tua, tra le mura della tua sicurezza. Tutto ciò che ti serve siamo noi&#8221;. Non dice che il sole brucia le persone. Sì certo, avrei voluto un uomo di seconda mano per spingerlo verso il sole e vedere se moriva incenerito, ma questo mese li ho finiti tutti con il tiro al piattello di domenica scorsa. E così ho fatto io quel passo. Ed eccomi qui, non mi sono bruciato vivo. Era caldo, come quando metti una mano vicino la lampada accesa, ma era una sensazione piacevole.</p>
<p>Ho camminato per qualche centinaio di metri, in fondo lei abitava vicino da me, nei palazzoni D. Ora: già da casa a me sembrava paradossale che lei stesse male e volesse la mia presenza fisica nella stanza, ma mentre camminavo per andare da lei pensavo sempre di più che quello che stavo facendo era una vera stronzata. Ho letto che prima non era così, sai? Addirittura la gente abitava in una casa che dividevano. C&#8217;erano miliardi di partiti chiamati famiglie, e avevano contatti fisici, o anche interpersonali. Tutti i giorni! Ma ci credi? Io no. In fondo non ci sono prove certe, lo sai, di quello che era il XXI° secolo. Tutti possono sparare tutte le stronzate che vogliono.</p>
<p>Arrivato al palazzone D, quasi uccidevo uno. Mi ha guardato per soli tre secondi in meno al limite legale, e quasi mugolava per parlarmi. Capisco la vecchia handicappata che mugola da sola, ma addirittura uno sconosciuto che da vicino tenta di mugolarti qualcosa! Sembra che si stia perdendo il rispetto per la privacy, amico di facebook mio, e che le persone non rispettano la vita virtuale privata degli altri. Ma come si può desiderare di toccare un&#8217;altra persona? O guardarla. A cosa serve, secondo te?</p>
<p>Quando mi ha aperto la porta era senza la divisa del partito. Era, sì Carl5324, nuda. O almeno così si chiamavano le persone che non indossavano divise, o no? Comunque le ho visto i piedi, poi ha mugolato dicendomi di entrare. Io sono entrato nella casa scura, le finestre erano di poco aperte. Sparsi in giro per la casa c&#8217;erano fogli ritagliati da giornali del partito, e libri di storia del XXI° secolo. Mi ha mugolato se volevo qualche flebo da bere, e io le ho mugolato di sì. Me l&#8217;ha portata e l&#8217;ho assorbita, e lei si è seduta accanto a me, sul divano. Ovvio, c&#8217;era un posto che ci separava.</p>
<p>Poi è successo. Ho sentito il suono delle parole. Ha parlato! Erano parole storpiate, quindi ti scrivo direttamente la traduzione nella nostra lingua scritta.</p>
<p>«Ti ringrazio che sei venuto, amore mio. Io sto male, prima dentro, poi fuori. Mi sento sola, nonostante ho tanti contatti nella mia vita virtuale, ho sempre sentito la curiosità di provare a capire cos&#8217;è la vita reale di cui tutti, nei libri di storia, parlano. Sembrava essere allora la risposta alle malattie del dentro, sembrava la soluzione alle guerre chimiche, alla devastazione della razza umana. E infatti, non ti sei mai chiesto perché siamo diminuiti di quattro miliardi negli ultimi cinquecento anni? Mi risponderai per le guerre chimiche, ma io ti rispondo di no. Perché non ci parliamo più, perché non comunichiamo, perché ci sentiamo più naturali se abbiamo il doppio schermo del nostro pc a farci da mediatore. Io ero stanca di tutto questo, e così ti ho scritto di vederci, nonostante ora io non ne abbia il coraggio. Ma ho imparato a parlarti, ho tagliato la bocca e ho scoperto che dietro c&#8217;è ancora la lingua, che ancora ci deve sparire con l&#8217;evoluzione dei secoli. Questo mi sembra uno stimolo per provare a cambiare, a tornare umani. In fondo siamo sposati da anni e non abbiamo mai condiviso niente. Possiamo provare a frequentarci da&#8230; vicino. Che ne dici?»</p>
<p>Il suono delle parole è strano. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che una volta addirittura parlavano anche nelle canzoni. Ma t&#8217;immagini la musica associata a quel suono tanto distorto delle parole? Oddio, che schifo. Dopo le sue parole mi sentivo qualcosa nella pancia, e la mia attenzione era catturata da dei titoli dei giornali che erano sparsi per terra. Caratteri cubitali per annunciare le vittorie del partito. Niente, mi sono alzato dal divano, mi sono girato verso di lei e l&#8217;ho uccisa guardando di fronte a me. Prima l&#8217;ho colpita al collo, mentre volevo colpirla in testa. Ma non guardavo, e ho sbagliato a prendere la mira. Allora lei ha urlato. Ho letto che si chiama così: ha spalancato la bocca e ha urlato dal dolore. Fiotti di sangue scuro le uscivano dalla gola, e lei inutilmente tentava di fermarlo. Ci siamo guardati, aveva uno sguardo di disperazione. Ha detto qualcosa che non ho capito bene, perché appena ha iniziato a parlare le ho sparato in bocca. La finestra era sporca di sangue dopo che le ho fatto esplodere la testa con la mia pistola. Ovunque c&#8217;era il suo cervello, o quello che ne rimase.</p>
<p>Finalmente ora sono un senatore del partito, sono arrivato al terzo reato. Sono così felice di essere uno importante, e di avere schiavi che mi supplicano di non ucciderli. Ma la cosa più che mi piace sono il grande numero di richieste di amicizie in facebook, sexbook e lifeart. Sono molto popolare. Ora, però, morta mia moglie, me ne devo trovare un&#8217;altra. Ed ecco il favore che volevo chiederti: conosci qualche nick che fa al caso mio?</p>
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		<title>questo numeri di telefono</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 08:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte vengono in mente delle idee per dei racconti che ti sembrano assurde. Le segni, ma le metti da parte e con il tempo le dimentichi. Essendo io un&#8217;amante della commedia, pensai questo dialogo senza mai riuscire a inserirlo in qualche parte, o senza mai averne il coraggio di farlo, visto che è fondamentalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte vengono in mente delle idee per dei racconti che ti sembrano assurde. Le segni, ma le metti da parte e con il tempo le dimentichi. Essendo io un&#8217;amante della commedia, pensai questo dialogo senza mai riuscire a inserirlo in qualche parte, o senza mai averne il coraggio di farlo, visto che è fondamentalmente una cavolata. Ma ricordandomi che non pubblico un racconto da quasi un mese, ho deciso di scriverlo. E quel che che viene, ma ovviamente spero vi strappi qualche risata.</p>
<p><span id="more-1920"></span></p>
<p>«Pronto?»<br />
«Pronto?»<br />
«Io sono pronto.»<br />
«Bene, lo sono anche io.»<br />
«Eh vorrei vedere, ha chiamato lei.»<br />
«Vero.»<br />
«&#8230;»<br />
«&#8230;E&#8217; ancora pronto?»<br />
«Sì, ma chi parla?»<br />
«Ciao sono io.»<br />
«Ah ciao tu, non ti avevo riconosciuto. Come stai?»<br />
«Sto bene, e tu?»<br />
«Sono pronto.»<br />
«Ottimo. Cosa posso fare per te?»<br />
«Ma hai chiamato tu.»<br />
«Non ti serve nulla?»<br />
«No.»<br />
«Ok, a me sì però. Mi serve il numero di tuo fratello.»<br />
«Che numero?»<br />
«Di telefono.»<br />
«Che fratello?»<br />
«Ma non siete solo due fratelli?»<br />
«Sì.»<br />
«Ok.»<br />
«Il numero è: uno.»<br />
«Ok, e a me uno me ne serve.»<br />
«No dico, il primo numero è uno.»<br />
«Esattamente, e il secondo è il due. Ma mi serve il numero di tuo fratello.»<br />
«Eh, allora: uno, zero.»<br />
«Avevo comunque intenzione di scriverne uno.»<br />
«Di cosa?»<br />
«Di zeri.»<br />
«Ma no, prima viene uno, poi zero.»<br />
«No, prima zero e poi uno.»<br />
«Sì ma non nel numero di telefono di mio fratello.»<br />
«Ah, che strano. Quando si dice che la matematica è un&#8217;opinione!»<br />
«Ok, allora: uno, zero, zero.»<br />
«Allora gli zeri erano due.»<br />
«Sì.»<br />
«Dall&#8217;inizio?»<br />
«Penso di sì.»<br />
«Mi sembrava. Ok, uno, zero, zero. Poi?»<br />
«Due, zero.»<br />
«Ancora? Quanti zeri. Allora: uno, zero, zero, zero, zero.»<br />
«No, solo uno zero.»<br />
«Ma non erano due?»<br />
«Prima, ma ora ne è uno.»<br />
«E&#8217; un numero che muta?»<br />
«Lo zero?»<br />
«No, quello del telefono.»<br />
«Non che io sappia.»<br />
«Quindi gli zeri prima erano due, ora uno?»<br />
«Sì.»<br />
«Quindi il numero è: uno, zero.»<br />
«No, gli zeri sono tre. Tre zeri.»<br />
«Oh perbacco, è ancora mutato?»<br />
«Chi?»<br />
«Il numero.»<br />
«Le zero mica muta.»<br />
«A quanto pare la matematica è un opinione.»<br />
«Ok. Allora fino a ora quanti zeri ho detto?»<br />
«Tanti.»<br />
«Dico nel numero, quanti ce ne sono?»<br />
«Eh, aspetta&#8230; Uno, due, tre, ma poi li ho cancellati, poi li ho scritto di nuovo.»<br />
«Perché tutta questa indecisione?»<br />
«Sei tu che mi dai un numero di telefono che cambia.»<br />
«Ok ricominciamo: uno, zero, zero, due, zero.»<br />
«Eh, non sono stupido. E&#8217; inutile che prima li dici, i due zero, e poi dici che sono due.»<br />
«Ma no, due come numero.»<br />
«E mica pensavo fossero due patate.»<br />
«Ma no, uno, zero, zero, due il numero, poi di nuovo zero.»<br />
«Ah, ok, chiaro. Poi?»<br />
«Sette, sette.»<br />
«Oddio, e perché così tanti?»<br />
«Sono due, non sono tanti.»<br />
«Sette sono tanti.»<br />
«Ma sono due solamente.»<br />
«Sette, o due?»<br />
«Sette, sette. Due volte sette.»<br />
«Ahhh, chiaro. Allora: uno, zero, zero, due, zero, sette, sette. Poi?»<br />
«Uno, uno.»<br />
«Ma scusa, dinne solo uno.»<br />
«Sì ma non è uno, ma due.»<br />
«Come può un uno diventare un due?»<br />
«Se sono due uno diventano due. Ma qui ne sono due, ma restano tutti e due uno.»<br />
«E come fanno?»<br />
«Sono separati. »<br />
«Ah&#8230; Mi dispiace.»<br />
«Cosa?»<br />
«Che si sono separati. Almeno sono due uno felici?»<br />
«Ma cosa stai dicendo? E&#8217; uno, e poi un altro uno.»<br />
«Ahhh, ok. Quindi: uno, zero, zero, due, zero, sette, sette, uno, uno, poi?»<br />
«Basta così.»<br />
«Ok, grazie mille.»<br />
«Ma è una cosa importante che devi dire a mio fratello?»<br />
«Sì, in effetti.»<br />
«No perché se è importante te lo passo, è qui a casa mia a cena con la moglie.»<br />
«Ah ok, passamelo pure.»</p>
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		<title>quel cane a forma di nuvola</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 10:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Quel cane a forma di nuvola non parlava agli sconosciuti. Lo chiamavano bello, o anche solo con un fischio, ma lui non dava mai coda a quelle richieste d&#8217;attenzioni lì. Non era che un randagio, abbandonato dal migliore amico che come purtroppo e spesso succede gli pugnalò il dorso, abbandonandolo quando le tanto agognate vacanze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quel cane a forma di nuvola non parlava agli sconosciuti. Lo chiamavano bello, o anche solo con un fischio, ma lui non dava mai coda a quelle richieste d&#8217;attenzioni lì. Non era che un randagio, abbandonato dal migliore amico che come purtroppo e spesso succede gli pugnalò il dorso, abbandonandolo quando le tanto agognate vacanze vennero.<br />
Di amici non ne voleva più. Fanculo, così, gli umani, le coccole e tutto il resto.</p>
<p>Quel cane a forma di nuvola non parlava ai bambini. Quelli prima avevano una pallina in mano, poi la lanciavano lontana e volevano che lui la riprendesse. Perché? Nel senso, prima la butti poi la rivuoi? Una volta la andò anche a prendere, e indietro gliela riportò. Il bambino però poi la lanciò di nuovo, e un «Allora sei scemo» fu l&#8217;ultima cosa che disse a un bambino, e fu quel giorno.</p>
<p><span id="more-1747"></span></p>
<p>Quel cane a forma di nuvola si sentiva sempre sottovalutato, e voleva parlare anche solo per far vedere che poteva. Chi ascoltava, però, non c&#8217;era più. Aveva perso fiducia negli amici, nei bambini, nella natura e nelle cose che prima credeva essere belle. Negli umani.</p>
<p>Dopo anni e anni vissuti nella più completa solitudine, quel cane solo come un cane decise di farla finita. Salì sul tetto di un palazzo abbandonato che apparteneva alla banda del quartiere, la banda bassotti, per lanciarsi giù e spiaccicarsi contro l&#8217;asfalto. Una volta che fu in cima, però, vide il panorama, e notò l&#8217;altezza del palazzo, che era davvero tanto alto, ed ebbe paura di fare l&#8217;ultimo passo verso il vuoto. Però restava il fatto che aveva una vita che non gli piaceva, ormai persa nella noia e abbandono assoluto, così si fece coraggio e si lanciò, aprendo le zampe come per planare nell&#8217;aria.</p>
<p>Una bambina, mano nella mano col padre, passeggiava sul lungo mare. Il sole era alto, e le nuvole erano nubi scure che promettevano pioggia.<br />
«Papà, papà! Guarda quel cane a forma di nuvola!» disse lei indicando il cielo con il dito.<br />
Il padre sorrise, e senza alzare la testa disse: «Ma no amore, si dice quella nuvola a forma di cane, non il contrario!»</p>
<p>Quel cane a forma di nuvola in volo capì che era felice perché ignorato, quindi non era mai stato frainteso. Ma era ormai tardi.</p>
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