Archivio della categoria 'Rob re dei boschi'


chi essere o chi non essere 2 commenti

Non siamo un corpo ma bensì abbiamo un corpo. Il nostro io non esiste fisicamente; anzi molto spesso la nostra personalità si scontra con il corpo che abbiamo. Da qualche parte nella nostra testa c’è quell’energia che contiene il nostro sapere, cioè tutto ciò che abbiamo visto, sentito, provato, amato e assaporato, quella stessa energia che siamo noi. La somma di ogni paura siamo noi, un elenco interminabile di conseguenze scatenate da azioni che abbiamo vissuto. Se ciò che sappiamo, cioè ciò che siamo nella nostra testa, si scontra con il mondo vuol dire che noi ci scontriamo con quello che siamo per il mondo, perché il nostro corpo è parte del mondo e noi ne abbiamo solo il controllo delle azioni, cioè nulla. Il nostro io è un crepaccio profondo rispetto alla limitata consistenza del nostro corpo. C’è uno scontro perché tra ciò che pensiamo, e cioè tra ciò che siamo, e ciò che gli altri vedono di noi, cioè le poche azioni che riusciamo a fare per trasmettere la nostra personalità, c’è un’enorme differenza; inevitabilmente, il corpo, così come il mondo, è più lento rispetto al nostro io interiore. Hai voglia di dire ciò che pensi, hai voglia di volere proteggere il tuo io per far prevalere il tuo pensiero a quell’idea omologata che ti impone la massa. La realtà è che se tu sei nella tua testa e il tuo corpo è nella realtà che vedono tutti, tu hai già perso.

A volte mi sento tanto piccolo senza neanche guardare il mondo. Mi basta vedermi dentro per trovare i profondi ricordi che trasporto e sentirmi un formica di fronte alla montagna del passato. Mi vorrei abbandonare, perdermi nella natura tra il verde immenso degli alberi, e la trasparenza infinita del mare. Camminare e capire le cose in mancanza della loro presenza. Mi sento scomodo in questo panni che sono la mia pelle, ma non perché sono io, ma perché sono umano. Vorrei essere qualcosa di più grande in modo che ciò che ho vissuto non mi vada stretto. Vorrei essere qualcosa senza pensiero, inanimato, come una montagna, un lago, o la cascata spumeggiante alla fine di un fiume. Non voglio chiedermi delle cose ma fare parte di un ciclo. Non voglio essere la voce diversa del coro ma fare parte di un gruppo in cui tutti sono completamente uguali. Noi, è la nostra mania di protagonismo.

la vita come il cactus 2 commenti

La pratica dice che per scrivere bene bisogna vivere, ma la teoria dice che appena vissuta una situazione è consigliabile lasciarla raffreddare prima di scriverci su. Un po’ come i pensieri scomodi, quando avremo un tormento tenderemo sempre a pensare ad altro, ed è così che funziona la scrittura: se io voglio parlare di una cosa, parlo d’altro. Di cazzate, se ci riesco. In fondo è una vittoria più grande rendere delle cazzate belle solo grazie al tuo stile, piuttosto che trasmettere qualcosa con un argomento che di per sé è emozionante. Tuttavia, questo metodo, per quanto sia consigliabile per la scrittura, nuoce la salute se applicato ai propri pensieri. Ti ritrovi, infatti, migliaia di pensieri che non vorrai pensare perché immagini che possano farti del male. Quei migliaia però non sono nient’altro che un centinaio, e quel centinaio sono due pensieri che probabilmente sopravvaluti. E quindi alla tecnica che tutti consigliano, io aggiungo che è più sensato fare delle prove per capire che tipo di carattere abbiamo. Per esempio, io non dico mai cos’ho dentro, che è per tutti una cosa normale, ma a me è una cosa che spaventa terribilmente. La solitudine è infatti il pensiero, e a me, anche risultando un patetico cretino, mi è sempre piaciuto spingermi nel dire sempre cosa penso. Anche se questa sia una cosa scomoda, banale, ignorante, futile, anche se questa mi denudi delle mie sicurezze. Dico che voglio bene, dico alle persone che mi sono mancate, perché se non lo facessi avrei poi dei rimpianti su cui rimuginare – perché mi conosco, io rimugino su qualsiasi cazzo di cosa. E cavolo, sapete quante figure di merda, quante volte sono stato respinto, quanto volte ho dato un’impressione sbagliata, per questo mio carattere? Oh, voi non avete idea.

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il post delle scorregge 0 commenti

Quando mi iscrissi anni fa a deviantART notai subito che la maggior parte delle fotografie potevano essere classificate in due categorie: le fotografie romantiche, e quelle tristi. Io un po’ mi rompevo gli zebedei perché si ricalcavano all’infinito gli stessi concetti, e quindi spesso trovavo foto assolutamente identiche. Tipo: c’era gente che fotografava cuori dalla mattina alla sera, per la categoria romantica, e sguardi assenti e visi inespressivi che guardavano in camera per la categoria triste. Il bello è che poi parlandone usciva fuori che quelle erano le foto che più riuscivano a esprimere qualche emozione forte. Ho sostenuto forti dibattiti contro chi sosteneva che una fotografia raffigurante un anonimo tizio inespressivo, con dietro una parete unicolore, sia una bellissima foto che esprime di apatia. Sì ma cazzo negli ultimi anni c’è chi in massa ha fotocopiato questo stile, poiché molti dei fotografi che ho conosciuto e seguivo lo hanno adottato. Stile che a parer mio fa acqua da tutte le parti; come ogni stile ha bisogno di un tocco soggettivo e d’autore, quindi non è sicuramente alla portata di tutti. Come rispondevo a quelli che mi chiedevano istruzioni su come riprodurre lo stile di una fotografia che mi mostravano, quindi guardavo la foto ed era scattata da un occhio allenato e modificata a modo in photoshop. Ovviamente in tutto ciò che è artistico non basta la tecnica, né sapere il come funziona una macchina fotografica, anzi – in fondo, mettere un soggetto serio al centro e scattargli una foto sembra facile a un occhio poco allenato, quando invece, come ogni tipo di fotografia, trasmettere tristezza a uno che non sa nulla di fotografia è difficile, per quanto egli possa essere emo o fan di Nick Drake. Questa gente da’ per scontato che se io, fotografo, volevo trasmettere apatia mentre scattavo la foto allora la foto trasmetterà apatia. Per quanto sia un ragionamento del cazzo, ad alcune persone non entra in testa e quindi continuano a imitare stili e trasmettere le loro ripetitive emozioni.

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quando non capivo niente Un commento

Quando ero piccolo e non capivo niente, me lo ricordo. Quando mio nonno morì picchiai le gambe di mio zio, dandogli la colpa, perché quando il nonno era vivo gli urlava sempre che doveva fare qualcosa per la sua vita. Pensai che il nonno fosse morto di stanchezza, perché mio zio non faceva nulla per la vita. Mi picchiarono, dicendo di smettere di piangere. E non capivo niente. Quando mia zia si comprò uno stereo enorme e ascoltava a tutto volume canzoni orrende degli anni suoi, i settanta, e si metteva a ballare come se non fossero mai passati. A me piacevano le voci dei cantanti, e decisi che da grande avrei voluto cantare. Un giorno poi ruppi lo stereo di mia zia per liberare e conoscere il suo cantante preferito, pensando che fosse nascosto lì dentro. Un bambino-per-sempre che aveva deciso di fare il cantante come avevo deciso io, e ora era rinchiuso in quello stereo gigante. Be’, mia zia mi picchiò perché lo stereo nuovo non funzionava più. E non capivo niente. Non mi spiegarono che le siringhe facevano bene, e quando il dottore me le faceva sul sedere io sentivo tanto dolore perché mi agitavo. Una volta in ospedale mi dovettero tenere tre infermieri per farmi una siringa, una cosa di cui mi vanto. In fondo non avevo che pochi anni. Se mi avessero detto che le siringhe pizzicavano appena se non mi fossi mosso, e che erano per il mio bene, io forse sarei stato fermo. Ma non mi dissero nulla, e quando io mi battevo per non farmi far del male – allora non riuscivo a capire perché mi volessero far del male senza motivo -, e loro mi dicevano solo di stare fermo, io non capivo niente. Alla fine piangevo, e vincevano i cattivi.

E quella volta, ora, di quando avevo ventidue anni, e non capivo niente, me lo ricordo. Quando quel pomeriggio mi ricordai di quand’ero piccolo, e non capivo le cose che non mi spiegavano. E pensai, quella volta di quando avevo ventidue anni, che chissà quante cose che non capivo avrei poi capito. Però ero cambiato, ero diventato un ometto, a ventidue anni. E pensai, che in fondo, era sicuramente meglio avere dei dubbi perché le teorie che si costruiscono sopra sono più belle della realtà. Ora non ho cattivi che vogliono farmi siringhe, e nello stereo ci sono solo inutili chip. I dettagli sono noiosi.

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