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	<title>Roberto Dragone &#187; Rob re dei boschi</title>
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		<title>chi essere o chi non essere</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 09:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non siamo un corpo ma bensì abbiamo un corpo. Il nostro io non esiste fisicamente; anzi molto spesso la nostra personalità si scontra con il corpo che abbiamo. Da qualche parte nella nostra testa c&#8217;è quell&#8217;energia che contiene il nostro sapere, cioè tutto ciò che abbiamo visto, sentito, provato, amato e assaporato, quella stessa energia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non siamo un corpo ma bensì abbiamo un corpo. Il nostro io non esiste fisicamente; anzi molto spesso la nostra personalità si scontra con il corpo che abbiamo. Da qualche parte nella nostra testa c&#8217;è quell&#8217;energia che contiene il nostro sapere, cioè tutto ciò che abbiamo visto, sentito, provato, amato e assaporato, quella stessa energia che siamo noi. La somma di ogni paura siamo noi, un elenco interminabile di conseguenze scatenate da azioni che abbiamo vissuto. Se ciò che sappiamo, cioè ciò che siamo nella nostra testa, si scontra con il mondo vuol dire che noi ci scontriamo con quello che siamo per il mondo, perché il nostro corpo è parte del mondo e noi ne abbiamo solo il controllo delle azioni, cioè nulla. Il nostro io è un crepaccio profondo rispetto alla limitata consistenza del nostro corpo. C&#8217;è uno scontro perché tra ciò che pensiamo, e cioè tra ciò che siamo, e ciò che gli altri vedono di noi, cioè le poche azioni che riusciamo a fare per trasmettere la nostra personalità, c&#8217;è un&#8217;enorme differenza; inevitabilmente, il corpo, così come il mondo, è più lento rispetto al nostro io interiore. Hai voglia di dire ciò che pensi, hai voglia di volere proteggere il tuo io per far prevalere il tuo pensiero a quell&#8217;idea omologata che ti impone la massa. La realtà è che se tu sei nella tua testa e il tuo corpo è nella realtà che vedono tutti, tu hai già perso.</p>
<p>A volte mi sento tanto piccolo senza neanche guardare il mondo. Mi basta vedermi dentro per trovare i profondi ricordi che trasporto e sentirmi un formica di fronte alla montagna del passato. Mi vorrei abbandonare, perdermi nella natura tra il verde immenso degli alberi, e la trasparenza infinita del mare. Camminare e capire le cose in mancanza della loro presenza. Mi sento scomodo in questo panni che sono la mia pelle, ma non perché sono io, ma perché sono umano. Vorrei essere qualcosa di più grande in modo che ciò che ho vissuto non mi vada stretto. Vorrei essere qualcosa senza pensiero, inanimato, come una montagna, un lago, o la cascata spumeggiante alla fine di un fiume. Non voglio chiedermi delle cose ma fare parte di un ciclo. Non voglio essere la voce diversa del coro ma fare parte di un gruppo in cui tutti sono completamente uguali. Noi, è la nostra mania di protagonismo.</p>
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		<title>la vita come il cactus</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 10:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La pratica dice che per scrivere bene bisogna vivere, ma la teoria dice che appena vissuta una situazione è consigliabile lasciarla raffreddare prima di scriverci su. Un po&#8217; come i pensieri scomodi, quando avremo un tormento tenderemo sempre a pensare ad altro, ed è così che funziona la scrittura: se io voglio parlare di una cosa, parlo d&#8217;altro. Di cazzate, se ci riesco. In fondo è una vittoria più grande rendere delle cazzate belle solo grazie al tuo stile, piuttosto che trasmettere qualcosa con un argomento che di per sé è emozionante. Tuttavia, questo metodo, per quanto sia consigliabile per la scrittura, nuoce la salute se applicato ai propri pensieri. Ti ritrovi, infatti, migliaia di pensieri che non vorrai pensare perché <em>immagini</em> che possano farti del male. Quei migliaia però non sono nient&#8217;altro che un centinaio, e quel centinaio sono due pensieri che probabilmente sopravvaluti. E quindi alla tecnica che tutti consigliano, io aggiungo che è più sensato fare delle prove per capire che tipo di carattere abbiamo. Per esempio, io non dico mai cos&#8217;ho dentro, che è per tutti una cosa normale, ma a me è una cosa che spaventa terribilmente. La solitudine è infatti il pensiero, e a me, anche risultando un patetico cretino, mi è sempre piaciuto spingermi nel dire sempre cosa penso. Anche se questa sia una cosa scomoda, banale, ignorante, futile, anche se questa mi denudi delle mie sicurezze. Dico che voglio bene, dico alle persone che mi sono mancate, perché se non lo facessi avrei poi dei rimpianti su cui rimuginare &#8211; perché mi conosco, io rimugino su qualsiasi cazzo di cosa. E cavolo, sapete quante figure di merda, quante volte sono stato respinto, quanto volte ho dato un&#8217;impressione sbagliata, per questo mio carattere? Oh, voi non avete idea.</p>
<p><span id="more-2393"></span></p>
<p>Ci sono anche cose che vorrei dire ma non posso, ovviamente. E sono forse quelle cose che consumano un essere umano &#8211; che andrà comunque a consumarsi, quindi tanto meglio concentrare la consumazione su un pensiero piuttosto che decine di pensieri diversi. Lettere che vorrei scrivere, parole che vorrei urlare, schiaffi che vorrei dare, e poi abbracci, carezze, e ancora parole, ma questa volta sussurrate. Ma resto fermo e non faccio nulla di tutto ciò, perché? E&#8217; semplice: per le reazioni. Una delle mie migliori amiche la conobbi un giorno di sei anni fa mentre stavo vivendo un brutto periodo per colpa di una ragazza. Sapete cosa feci? Entrai in un forum di Avril Lavigne (allora ne ero fan) e scrissi alla prima email del primo profilo che mi capitò sotto il mouse. Così conobbi quella che oggi è una delle mie migliori amiche. In realtà è proprio bello raccontare di sé così, a una sconosciuta, senza che quella ti giudichi o parta prevenuta nei tuoi confronti. Ovviamente però ci sono delle parole che vorremmo che una persona in particolare leggesse, ovviamente. Io scrivo lettere, lunghe lettere, che poi strappo. Non funziona per nulla e dopo mi sento uguale a prima, ma sapere che sarei in grado di parlare di ciò che ho dentro mi fa sentire poco meglio. Quando strappo quelle lettere provo una sensazione bruttissima; capita di parlare con quella persona a cui hai scritto quella lettera strappata e non vedere in lei nessun cambiamento, o meglio: quella persona non ha letto la tua lettera e se per te sarà tutto più chiaro proprio grazie alla lettera (in cui hai dovuto razionalizzare qualche pensiero) vedrai invece in lei, ovviamente, nessun cambiamento, e quindi diventi un po&#8217; triste. E&#8217; una cosa stupidissima, ma mi è capitata spesso. Oppure capita l&#8217;inverso, quando parli a quella persona e sembra che lei abbia letto la tua lettera strappata. Chissà come. In più sembra che abbia capito il vero punto, quello che tu pensavi di non essere riuscito a trasmettere con le parole, e la vedi felice, mentre magari lei era felice per tutt&#8217;altro. Anche questa è una cosa stupidissima, va beh.</p>
<p>A volte ti senti completamente svuotato dal fatto che non riusciresti a dire cos&#8217;hai dentro neanche volendo, e se prima sapevi cosa avevi ma non volevi dirlo, ora non sai cos&#8217;hai e non sai dirlo. E&#8217; una bella fregatura. Per questo motivo io faccio cose stupide ma senza perdere l&#8217;abitudine di parlare. Nella mia testa, mi chiedo sempre come reagirebbe un vecchio amico che non sento più a una determinata cosa, e paradossalmente quando scopro che è ciò che fa anche lui per tenersi in contatto con me, quando ci incontriamo e parliamo ci ridiamo su. E&#8217; così, ci sono alcuni rapporti che devi annaffiare ogni giorno e coccolarli, e altri che come cactus riescono a sopravvivere per mesi senza che tu li annaffi. L&#8217;essere umano si consuma perché, a prescindere del tipo di rapporto, ha bisogno di essere annaffiato ogni giorno.</p>
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		<title>il post delle scorregge</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando mi iscrissi anni fa a deviantART notai subito che la maggior parte delle fotografie potevano essere classificate in due categorie: le fotografie romantiche, e quelle tristi. Io un po&#8217; mi rompevo gli zebedei perché si ricalcavano all&#8217;infinito gli stessi concetti, e quindi spesso trovavo foto assolutamente identiche. Tipo: c&#8217;era gente che fotografava cuori dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi iscrissi anni fa a deviantART notai subito che la maggior parte delle fotografie potevano essere classificate in due categorie: le fotografie romantiche, e quelle tristi. Io un po&#8217; mi rompevo gli zebedei perché si ricalcavano all&#8217;infinito gli stessi concetti, e quindi spesso trovavo foto assolutamente identiche. Tipo: c&#8217;era gente che fotografava cuori dalla mattina alla sera, per la categoria romantica, e sguardi assenti e visi inespressivi che guardavano in camera per la categoria triste. Il bello è che poi parlandone usciva fuori che quelle erano le foto che più riuscivano a esprimere qualche emozione forte. Ho sostenuto forti dibattiti contro chi sosteneva che una fotografia raffigurante un anonimo tizio inespressivo, con dietro una parete unicolore, sia una bellissima foto che esprime di apatia. Sì ma cazzo negli ultimi anni c&#8217;è chi in massa ha fotocopiato questo stile, poiché molti dei fotografi che ho conosciuto e seguivo lo hanno adottato. Stile che a parer mio fa acqua da tutte le parti; come ogni stile ha bisogno di un tocco soggettivo e d&#8217;autore, quindi non è sicuramente alla portata di tutti. Come rispondevo a quelli che mi chiedevano istruzioni su come riprodurre lo stile di una fotografia che mi mostravano, quindi guardavo la foto ed era scattata da un occhio allenato e modificata a modo in photoshop. Ovviamente in tutto ciò che è artistico non basta la tecnica, né sapere il come funziona una macchina fotografica, anzi &#8211; in fondo, mettere un soggetto serio al centro e scattargli una foto sembra facile a un occhio poco allenato, quando invece, come ogni tipo di fotografia, trasmettere tristezza a uno che non sa nulla di fotografia è difficile, per quanto egli possa essere emo o fan di Nick Drake. Questa gente da&#8217; per scontato che se io, fotografo, <em>volevo</em> trasmettere apatia mentre scattavo la foto allora la foto trasmetterà apatia. Per quanto sia un ragionamento del cazzo, ad alcune persone non entra in testa e quindi continuano a imitare stili e trasmettere le loro ripetitive emozioni.</p>
<p><span id="more-2380"></span></p>
<p>Ripetitive emozioni, era il punto di questo post; avendo davanti questa scontata e ripetitiva divisione, ed essendo un ottimista nato, mi chiedevo perché la gente &#8211; in questo caso artisti, quindi menti (si presume) con un bagaglio emotivo e una sensibilità diversa rispetto alla massa &#8211; potesse avere una visione così banale e limitata di tutto ciò che è il mondo e le emozioni. Se per molti nella vita o c&#8217;è amore (inteso quello con le coccole, e tutto il resto) o c&#8217;è tristezza, l&#8217;artista e l&#8217;uomo creativo è obbligato a dare altri spunti e stimoli per vivere meglio, e non dividere anche egli l&#8217;arte in due categorie e renderle, inoltre, ripetitive all&#8217;infinito. Sin da allora, quindi, in me c&#8217;era una sorta di emozione di contrasto, che mi faceva urlare non contro le opere ma chi si definiva artista, quando in realtà era solo un ciarlatano con una macchina fotografica. Uno è libero di essere e fare ciò che ritiene più opportuno essere e fare, ma proprio per questa libertà io mi sentivo libero di contestare tutti questi autori fasulli. Loro in risposta contestavano le mie fotografie, ma a me non importava; uno, perché era un atteggiamento infantile; due, perché a me le mie fotografie piacevano. Tuttavia, non erano educati come io lo ero con loro. Poverini, mi chiedevano cosa pensavo delle loro fotografie credendo che avrei risposto con dei complimenti di rito come facevano tutti.</p>
<p>Quello che non capivano, e probabilmente non capiscono, è che io non sputo sopra le due categorie, ma invece mi da&#8217; fastidio che molti fotografi fanno sì che queste sia le <strong>uniche</strong> categorie che la gente sarà costretta ad ammirare. Il loro, inoltre, era un atteggiamento costante, quindi dopo anni &#8211; ho visto &#8211; non sono né cambiati, né migliorati, né hanno sperimentato. Semplicemente perché hanno visto che le loro foto banali funzionano &#8211; ma le loro foto funzionano perché la massa è scema, e sta all&#8217;artista a dover fare la voce di contrasto. Quindi un vero artista non funziona? Sì che funziona, ma capisci che è vero quando ti fa ricordare qualcosa che sapevi ma che avevi dimenticato, oppure ti fa scoprire un nuovo pensiero. Di certo non ti dice quello che sai nel peggiore e più banale dei modi.</p>
<p>E qui entrano in gioco le scorreggie. Sono sempre stato un tipo &#8217;strano&#8217; per i più, ma quando ti ritrovi a conoscere fotografi, e aspiranti scrittori, che secondo te sbagliano a voler ricalcare ciò che è stato già detto solo per avere anche loro la fotografia ganza con la firma sotto, ti senti in obbligo, e io mi sento quasi in obbligo, di contestare duramente la mancanza di idee originali con quante più idee originali, e opposte a quelle di tutti, che puoi. Se c&#8217;è chi vuole fare l&#8217;artista per tirarsela, per mettersi gli occhialini e farsi crescere la barbetta, o per assumere atteggiamenti seri usando paroloni a dozzine di sillabe, te sei obbligato a ricordare a tutti che prendersi troppo sul serio è sempre sbagliato. Alla fine sono obbligato a girare con una candela infilata su per il culo a cantare No woman no cry, e sono fiero di essere abbastanza intelligente da capire che lasciarmi andare e divertirmi è sicuramente una strada verso la felicità più sicura di quella che usano tutti, perché la strada che usano tutti è la stessa che usavano vent&#8217;anni fa e a quanto ne so non ha portato alla felicità di nessuno. C&#8217;è una sorta di stanchezza nell&#8217;aria. Il mondo sembra arrendersi perché c&#8217;è chi parla del fallimento; quindi il viaggiatore neonato non preparerà mai neanche la valigia. Tutto questo, per colpa di quelli che si definiscono artisti, quando invece usano idee altrui per dire che sono affermati intellettuali. Questa gente qui mi fa solo schifo, perché non ne sa nulla di emozioni. Il vero artista ha il diritto di trasmettere qualsiasi triste emozione che vuole, ma da un altro lato ha anche l&#8217;obbligo di fare da oppositore sorridente quando c&#8217;è una realtà che già di suo demoralizza il mondo. Quando vedo l&#8217;uomo serio, che non vuole che i suoi difetti vengano notati dagli altri, mi viene da essere l&#8217;uomo più brutto del mondo, ma divertirmi, essere rilassato e diventarlo per una sorta di ripicca, e trasmettere questo pensiero a più gente che posso, perché l&#8217;arte è libero pensiero e libera espressione, no nascondere il vero io al mondo perché non è come quello di tutti.</p>
<p>Dovremmo tutti, ma soprattutto chi sa di poter creare arte, fare gli scemi più che possiamo. Basta serietà, al diavolo il buon senso. Abbiamo visto e sappiamo che la noia è una cosa bruttissima, e dobbiamo quindi sforzarci per essere allegri e trasmettere allegria. Basta facce tristi, e basta fare le cose che avete fatto ieri; tentate nuove strade. Dite sì a qualcosa che vi siete sempre negati. Se siete infelici e vi conoscete, allora fate qualcosa che non vi piace, perché è probabile che di voi non abbiate capito un cazzo. Guardate un film di un genere che odiate, ascoltate una canzone movimentata e ballate sul letto! Da quanto tempo vi negate la felicità di un ballo? Sgranchite i muscoli. Stando sempre fermi, seduti alla scrivania, o stesi a letto, o sul divano, somatizzate non solo le calorie sui fianchi, ma anche i pensieri tristi ai lati del cervello. Non pensate a pensieri tristi. Guardate foto di sorrisi piuttosto che stupidi idioti che si fanno gli autoscatti dei loro tagli sulle braccia.</p>
<p>Il mondo non è o nero o bianco, ma è infinite sfumature di miliardi di colori differenti. Prima gli artisti, ma anche voi, vi siete seduti nell&#8217;idea che il mondo sia una faccia triste. E tutti sappiamo che la faccia triste non funziona. Non è neanche bella da vedere. Allora dai, non fatemi ridere da solo.</p>
<p>Perché, pensate che io abbia qualche motivo per farlo?</p>
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		<title>quando non capivo niente</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 18:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando ero piccolo e non capivo niente, me lo ricordo. Quando mio nonno morì picchiai le gambe di mio zio, dandogli la colpa, perché quando il nonno era vivo gli urlava sempre che doveva fare qualcosa per la sua vita. Pensai che il nonno fosse morto di stanchezza, perché mio zio non faceva nulla per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ero piccolo e non capivo niente, me lo ricordo. Quando mio nonno morì picchiai le gambe di mio zio, dandogli la colpa, perché quando il nonno era vivo gli urlava sempre che doveva fare qualcosa per la sua vita. Pensai che il nonno fosse morto di stanchezza, perché mio zio non faceva nulla per la vita. Mi picchiarono, dicendo di smettere di piangere. E non capivo niente. Quando mia zia si comprò uno stereo enorme e ascoltava a tutto volume canzoni orrende degli anni suoi, i settanta, e si metteva a ballare come se non fossero mai passati. A me piacevano le voci dei cantanti, e decisi che da grande avrei voluto cantare. Un giorno poi ruppi lo stereo di mia zia per liberare e conoscere il suo cantante preferito, pensando che fosse nascosto lì dentro. Un bambino-per-sempre che aveva deciso di fare il cantante come avevo deciso io, e ora era rinchiuso in quello stereo gigante. Be&#8217;, mia zia mi picchiò perché lo stereo nuovo non funzionava più. E non capivo niente. Non mi spiegarono che le siringhe facevano bene, e quando il dottore me le faceva sul sedere io sentivo tanto dolore perché mi agitavo. Una volta in ospedale mi dovettero tenere tre infermieri per farmi una siringa, una cosa di cui mi vanto. In fondo non avevo che pochi anni. Se mi avessero detto che le siringhe pizzicavano appena se non mi fossi mosso, e che erano per il mio bene, io forse sarei stato fermo. Ma non mi dissero nulla, e quando io mi battevo per non farmi far del male &#8211; allora non riuscivo a capire perché mi volessero far del male senza motivo -, e loro mi dicevano solo di stare fermo, io non capivo niente. Alla fine piangevo, e vincevano i cattivi.</p>
<p>E quella volta, ora, di quando avevo ventidue anni, e non capivo niente, me lo ricordo. Quando quel pomeriggio mi ricordai di quand&#8217;ero piccolo, e non capivo le cose che non mi spiegavano. E pensai, quella volta di quando avevo ventidue anni, che chissà quante cose che non capivo avrei poi capito. Però ero cambiato, ero diventato un ometto, a ventidue anni. E pensai, che in fondo, era sicuramente meglio avere dei dubbi perché le teorie che si costruiscono sopra sono più belle della realtà. Ora non ho cattivi che vogliono farmi siringhe, e nello stereo ci sono solo inutili chip. I dettagli sono noiosi.</p>
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		<title>l&#8217;aeroplano</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:05:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando entri in un nuovo pensiero hai paura, Rob. Ti dici, ecco un altro pensiero che mi consumerà, che non potrò dire a nessuno. E questa cosa lo farà pesare di più, presto avrò un altro macigno da portare con me. Maledetta sensibilità, pensi, beata l&#8217;ignoranza. Non voglio capire, voglio solo essere lasciato in pace. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando entri in un nuovo pensiero hai paura, Rob. Ti dici, ecco un altro pensiero che mi consumerà, che non potrò dire a nessuno. E questa cosa lo farà pesare di più, presto avrò un altro macigno da portare con me. Maledetta sensibilità, pensi, beata l&#8217;ignoranza. Non voglio capire, voglio solo essere lasciato in pace. Ogni volta è come cadere in un pozzo, e pensiero dopo pensiero il pozzo è diventato più profondo. E una volta di queste non sarò in grado di uscirne arrampicandomi verso l&#8217;uscita. Una volta di queste sarò stanco per la caduta e morirò in quel pensiero lì, nel fondo di quel pozzo.</p>
<p>E ti dicono, non pensarci. Ti dicono di goderti le cose belle, come se in quel pozzo di merda mi ci buttassi io. C&#8217;erano tempi in cui mi chiedeva cosa avessi, lei, e io le dicevo che erano pensieri miei, cattivi, e che non glieli volevo dire per non farla stare male. E lei non mi diceva di godermi la vita, di non pensarci. Sapeva che non c&#8217;entravo un cazzo, che nel pozzo ci cadevo e basta. Allora lei mi accarezzava, sopportando la mia sensibilità che percepiva anche un minimo granello di polvere. L&#8217;allergia al mondo, si può chiamare. Fottuta allergia. Ti ritrovi a pensare cose e a porti domande, a cui rispondi subito, ma non ne capisci il senso, il significato.</p>
<p>Non so piangere, per questo so scrivere bene. Quando imparerò a piangere dimenticherò come si scrive, e sinceramente non vedo l&#8217;ora. Perché ora, uscito dal pozzo, sono sporco e puzzo come il culo di un maiale. Quando mi sento sporco mi faccio una doccia, due. Strofino bene, ma non divento pulito. Perché lo sporco è dentro, non fuori. Dovrei vomitare. E&#8217; capitato che mi facessi crescere i capelli così, senza un motivo particolare. Perché non capitava occasione di tagliarli. Poi, ho sempre provato a portarli lunghi, ma inevitabilmente dopo un po&#8217; li tagliavo, sempre per lo stesso motivo. Cadevo nel pozzo, e dopo i capelli mi sembravano più pesanti, e di impulso li tagliavo, dovevo cacciarli via, diventare leggero per pensare cose tranquille e rilassarmi.</p>
<p>A te piacevo con i capelli lunghi, ma se li tagliavo non dicevi nulla. Nonostante tu non li tagliassi sapendo che mi piacevi così. Te sapevi che dire e che fare per farmi piacere, ma tutt&#8217;oggi non me ne spiego il motivo, di tutto quell&#8217;amore, di tutte quelle attenzioni. Ma soprattutto non mi spiego quando mi sopportavi nei miei momenti di pozzo, quando ero triste e incazzato senza che tu ne sapessi il motivo. Non te lo potevo dire, perché se no avrei macchiato il meraviglioso lenzuolo bianco quale eri. A volte mi chiedo se non sia questo il mio scopo. Quello di conoscere il lato peggiore del mondo per ometterlo nei miei scritti. Come fa l&#8217;adulto con i bambini. Inventerò parole come pupù, oppure imboccherò cose con il cucchiaio che fa l&#8217;aeroplano, per proteggere il mondo da sé stesso.</p>
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		<title>se ho fede</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 16:04:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se ho fede? Certo, che ho fede. Ma non la fede, ma bensì io possiedo la Fede. Tra parentesi, capita che bestemmi, ma non perché sono maleducato. Posso essere anche maleducato, certamente, ma non certo perché bestemmio. Una volta risposi che non volevo seguire delle regole d&#8217;educazione impostatemi dalle religioni. E non c&#8217;entra il rispetto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ho fede? Certo, che ho fede. Ma non la fede, ma bensì io possiedo la Fede. Tra parentesi, capita che bestemmi, ma non perché sono maleducato. Posso essere anche maleducato, certamente, ma non certo perché bestemmio. Una volta risposi che non volevo seguire delle regole d&#8217;educazione impostatemi dalle religioni. E non c&#8217;entra il rispetto, non più. Non credo nelle religioni, e bestemmio. Non spesso, ma se capita non mi copro la bocca con la manina subito dopo.</p>
<p>Ho fede, sì. In fondo sono un artista, si dice. Con gli anni mi sono convinto anche io di questa cosa, ormai. Tutti quelli che conosco me lo dicono, quindi o è un enorme complotto, oppure forse hanno un po&#8217; ragione. Visti i tempi, comunque, direi che gli artisti sono diventati <em>artristi</em>, ma questo è un altro discorso. Siedo su di una poltrona tra la scienza, che tende a definire ogni cosa, e le religioni, che danno a tutto una sola spiegazione &#8211; o spiegazioni, viste il numero di religioni presenti al mondo. Allora qual è la mia fede?</p>
<p>So che tutto nasce, vive, e poi muore nella nostra testa. Il cuore non ha memoria, né ricordi. E nemmeno qualcos&#8217;altro ha memoria, quindi tutto è nella nostra testa; amore, legami, la vita. E la mente pensa, essa immagina, a volte ci parla. Ma tutto lì dentro si razionalizza, assume forme, i contorni diventano precisi. E questa è la ricerca, che vuole i fatti. Quella, insomma, del senso della vita, dello scopo dell&#8217;esistenza, e un altro elenco di inutili cazzate. Poi c&#8217;è la fede, religiosa. Quella che non si pone domande, ma che ha tutte le risposte. Il volere di dio, eccetera. Il destino, i comandamenti, i dogmi vecchi quanto il primo &#8216;ti amo&#8217; sussurrato. C&#8217;è da pensare che non sono stato fortunato da poter credere in dio, oggi. Ma non per questo mi sento senza fede.</p>
<p>Io, infatti, sono nel mezzo di questi due modi di vivere e pensare. In mezzo alle nostre orecchie siede il nostro Io, quello che pensa, razionalizza, e nel nostro cuore siede il nostro dio, che ha fede. E la mia fede dove siede, cos&#8217;è? La mia fede è forse nelle orecchie, quando ascolto musica; oppure e nelle mani quando sfoglio un libro, o negli occhi quando lo leggo; oppure, ancora, negli occhi, quando guardo una bella foto, o quando ne scatto una io. E&#8217; negli occhi quando guardo una bella ragazza, o nella mia bocca quando glielo dico. E ancora nelle mie mani, quando la cerco. La mia fede è irrazionale, di spiegazioni non ne vuole. Tuttavia si diverte a immaginarle con stile. La mia fede è quella che alcuni sentono nello stomaco quando delle mani gelate, in pieno inverno, te lo sfiorano. La mia fede è quella che ti fa sorridere senza motivo. La mia fede è il senso del ritmo quando ascolti una canzone.</p>
<p>Se ho fede? Certo, ho il mio credo. Nella mia fede tutti siamo dei pastori, tutti facciamo le pecore, tutti siamo i cani di guardia e lupi affamati di carne. Nella mia fede non si negano i difetti, ma ansi si accettano, si amano. Quello in cui credo non impone dogmi, ma ansi sprona ad avere una mente senza confini razionalizzati, o trarre risposte affrettate e senza fondamenta più giovani di duemiladieci anni, per esempio. E se lo riterrete opportuno, potete bestemmiare, o dire quel che cazzo vi pare. Ecco la mia fede, e ora possiamo parlare di rispetto, se vuoi.</p>
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		<title>il nuovo taglio</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 10:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il nuovo taglio di capelli in testa, siamo sempre un po&#8217; nervosi; noteranno, o non noteranno? Ci guardiamo intorno, e osserviamo gli sguardi altrui, che sì, l&#8217;hanno notato. Ti guardano poco sopra la fronte, e te senti che il loro sguardo sembra un raggio laser che ti brucia la capoccia. Che guardano? Sto male?
Che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il nuovo taglio di capelli in testa, siamo sempre un po&#8217; nervosi; noteranno, o non noteranno? Ci guardiamo intorno, e osserviamo gli sguardi altrui, che sì, l&#8217;hanno notato. Ti guardano poco sopra la fronte, e te senti che il loro sguardo sembra un raggio laser che ti brucia la capoccia. Che guardano? Sto male?</p>
<p>Che rabbia, però. Sono mesi e mesi, che sono cambiato dentro; sono più gentile, ascolto di più gli altri, cerco di avvicinarmi a loro abbattendo quelle barriere difensive che ho issato durante gli anni, ma voi non l&#8217;avete notato. Neanche uno sguardo bruciacchiante quando ero gentile. &#8220;Ti sei tagliato i capelli?&#8221;. Un po&#8217; speravi che non notassero nulla, e un&#8217; ti piace che non abbiano notato che sei cambiato anche caratterialmente. O ti senti tu diverso, quando invece, dal barbiere del cervello, non ci sei mai andato?</p>
<p>Quando mi taglio i capelli è del tutto inutile che lo notino, che lo sottolineano. In fondo li accorcio, non sperimento altri tagli, altri caratteri. Mi conosco, so con che taglio starei male, e so con quale taglio sto bene. &#8220;Sì, li ho tagliati&#8221;. In fondo cos&#8217;altro avrei potuto fare? Non nel senso che ormai i miei capelli si mangiavano le persone, e ho dovuto abbatterli; ma nel senso, ieri erano lunghi, oggi corti. A meno che in testa non ho tante piccole tartarughe che tirano fuori la testa, o si nascondono dentro, a seconda di quanto si sentono in pericolo, li ho tagliati, non ti sembra? &#8220;Stai bene&#8221;. E io volevo un po&#8217; non lo notassi, che notassi invece il cambio di carattere. Per i capelli potevi fare finta di nulla, non devi essere gentile se non lo vuoi. E&#8217; come quando un tuo amico sta raccontando una cosa interessante e avete formato un cerchio di orecchie intorno a lui, e tu starnutisci. Non vuoi tutta quell&#8217;attenzione. &#8220;Scusate, ehm, volevo dire grazie&#8221;.</p>
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		<title>perché non ci facciamo mancare nulla</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 22:09:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi ho ascoltato un po&#8217; di musica. Ma non dico scrivere, leggere, tagliarmi le unghie dei piedi, mentre in sottofondo c&#8217;è una playlist casuale che, casualmente, ti fa capitare sempre quei due pezzi che tu, quando sei al pc, li cambi d&#8217;istinto alla primissima nota. No, io parlo di ascoltare musica, e fare solo quello. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi ho ascoltato un po&#8217; di musica. Ma non dico scrivere, leggere, tagliarmi le unghie dei piedi, mentre in sottofondo c&#8217;è una playlist casuale che, <em>casualmente</em>, ti fa capitare sempre quei due pezzi che tu, quando sei al pc, li cambi d&#8217;istinto alla primissima nota. No, io parlo di ascoltare musica, e fare solo quello. Tornato a casa, oggi pomeriggio, ero stanco; mi sono steso sul letto, gli stivali sul piumone. Mi sono spogliato, e i calzini erano tutti appiccicati ai piedi per il sudore &#8211; tranquilli, non puzzano (..). Così mi son tolto anche i calzini. E poi? C&#8217;era silenzio, troppo, e volevo rilassarmi un po&#8217;. Non so perché ma ho preso dal cassetto delle vecchie cuffione che non usavo da anni, e le ho collegate all&#8217;iphone, quindi ho messo su una canzone. Dalla playlist &#8220;<em>preferite</em>&#8221; ho scelto Agaetis Byrjun, dei Sigur Ròs, che la traccia del pianoforte mi rilassa molto. E poi quella soave voce. Oh! Ovviamente l&#8217;ho cantata. Nonostante sia una canzone islandese, infatti, io la so <em>t-u-t-t-a</em>. Una volta finita, è iniziata I miss you dei Blink 182, che non ho cambiato. Ero nella playslist &#8220;preferite&#8221;, e sapevo che sarebbero capitate solo bei pezzi, cazzo! Mi son messo a suonare la mia batteria immaginaria, e a cantare. Bellissime le parole, sì, ma non farebbero quell&#8217;effetto magnifico che fanno se non ci fosse quel giro di chitarra e tutto quel <em>tu-tu-tu</em> nella base. Wow, gente! <em>Don&#8217;t waste your time on me you&#8217;re already, the voice inside my head, tu-tu-tu</em>. Dopo è capitata Penelope dei Linea 77, e la folla era in delirio: sono salito infatti sul mio palco di materasso, e aprendo le braccia, ho cantato forte: <em>&#8220;E&#8217;, già seeeera!&#8221;</em> E il pubblico urlava!! &#8220;<em>Ehhh, vai Rob!</em>&#8220;, &#8220;<em>AHHHH</em>!!&#8221;, &#8220;<em>Nudo, nudo, nudo</em>!&#8221;. Io che suonavo la chitarra elettrica, <em>peooo</em>, e poi a urlare: &#8220;<em>VAIII GIU&#8217;!!! POI SU</em>!!!&#8221; Poi di nuovo calma, apro le braccia, e a urlare: &#8220;<em>E&#8217; già seraaaa!</em>&#8220;. Dopo il pubblico voleva un lento, e itunes gliel&#8217;ha concesso: Warning Sign, dei Coldplay. Mi sono seduto, ho salutato uno nel pubblico per farmi figo; una ragazza aveva le tette fuori, per me. Ho accavallato le gambe, e mi sono messo a cantare. Come con le altre canzoni, non sentivo la mia voce, e se davo fastidio a qualche vicino era un problema suo (tiè). Ho capito che a volte il volume della musica non è mai abbastanza alto, è che le canzoni in cuffia sono tutt&#8217;altra cosa. Tuttavia, quando ho tolto le cuffie c&#8217;era un silenzio inanimato. E mi sono chiesto dove fossero finiti tutti.</p>
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		<title>quasi piansi</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 11:05:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica l&#8217;altra, quasi piansi. Seduto sul divano rosso, scalzo, guardavo un film che quasi mi permise di liberare lacrime. Poi bussarono la porta, e io tornai alla realtà. Purtroppo, il film in sé non era bellissimo, ma quando la mente viaggia, chi lo sa come cazzo si ferma? E poi ancora ieri, scrissi di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica l&#8217;altra, quasi piansi. Seduto sul divano rosso, scalzo, guardavo un film che quasi mi permise di liberare lacrime. Poi bussarono la porta, e io tornai alla realtà. Purtroppo, il film in sé non era bellissimo, ma quando la mente viaggia, chi lo sa come cazzo si ferma? E poi ancora ieri, scrissi di un abbandono inventato, e mi immersi in quei righi, tanto, che quasi piansi.</p>
<p>Mia mamma mi racconta sempre che quand&#8217;ero piccolo piangevo sempre. Ero un bambino tranquillo, che però a cui non si poteva dire molto senza che io scoppiassi silenziosamente in un pianto. Ricordo di un avvenimento che mia mamma racconta spesso; avevo pochi mesi, quando ancora camminavo appena, e lei mi stendeva una coperta sul pavimento, per farmi giocare senza che toccassi le mattonelle gelide. Giocavo con le automobiline, le facevo scontrare, oppure le facevo abbracciare. E quando i venditori ambulanti passavano per strada e urlavano la loro merce, mia mamma voleva approfittarne per comprare la frutta, o la pasta. Tuttavia aveva paura di lasciarmi da solo a giocare, nonostante avrebbe fatto di tutto per metterci meno del tempo che serviva. Un giorno tentò; di corsa scese in strada, comprò le arance e le banane, quindi di corsa tornò su. Mia mamma mi dice sempre che la sua divenne un&#8217;abitudine, e che si fermava a parlare, talvolta, con chi incontrava, o con i venditori stessi, senza avere fretta. Non si preoccupava, perché tornando a casa io o ero lì sulla coperta a giocare, oppure ero lì sulla coperta a dormire.</p>
<p>Insomma, non sono mai stato uno che cerca problemi; tuttavia loro mi hanno sempre trovato. Durante la gioventù infantile, piansi per l&#8217;ultima volta quando morì mio nonno. Mi dissero del decesso in auto, e ricordo, nei miei undici anni, che piansi e urlai. Tentai di rompere il finestrino con i pugni, ma non ci riuscii. Diedi la colpa ai miei genitori, ai miei zii, ai parenti; ma non sapevo cosa fosse la morte, e per giorni piansi senza sapere il perché. Poi smisi, e chiesi: &#8220;Ma dov&#8217;è il nonno?&#8221;. Mio zio in risposta mi prese a schiaffi, e mi disse che non dovevo piangere, dovevo fare l&#8217;ometto. Il nonno stava bene, e che non dovevo aver paura. Lì la mia repressione divenne profonda.</p>
<p>Per anni non ho pianto, e con il tempo mi sono dimenticato come si fa. Non ho mai avuto paura per nulla, e le mie mani non hanno mai tramato quanto l&#8217;altro giorno, durante la scrittura di quel racconto di solitudine, abbandono, morte e allegria. Ho ripensato alla mia vita, forse anche quella che ancora devo vivere; perché, parlando chiaro, se continui a camminare verso la merda, non puoi aspettarti una vita profumata alla cannella. E scrivevo, pensavo, non riuscivo a respirare. Cercavo di fermare il tremore, non subito ho capito che provavo paura dopo anni. Quindi mi sono reso conto che avevo gli occhi lucidi, e ho capito; dopo la morte di mio nonno anni fa, il suo abbandono &#8211; dove ovviamente non c&#8217;entrava &#8211; in questo periodo mi sento di nuovo abbandonato. Ho avuto paura, mi tremavano le mani, quindi ho sospirato forte, chiuso gli occhi e ingoiato tutto. Ma era una paura vera che, quasi piansi.</p>
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		<title>la vita è bella perché</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 14:45:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Peli sulla lingua]]></category>
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		<description><![CDATA[Più ci penso, e più capisco cosa siano le persone, e tutto questo spettacolo che si chiama &#8216;mondo&#8217;. Osservo il loro imbarazzo nel non sapere cosa farne della vita, la loro malinconia nel pensare al passato perché ora gli sembra particolarmente vivo. Si ricordano quei dettagli, e se li legano al dito. Li trasformano, li [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più ci penso, e più capisco cosa siano le persone, e tutto questo spettacolo che si chiama &#8216;mondo&#8217;. Osservo il loro imbarazzo nel non sapere cosa farne della vita, la loro malinconia nel pensare al passato perché ora gli sembra particolarmente vivo. Si ricordano quei dettagli, e se li legano al dito. Li trasformano, li nascondono, se li tengono per sé come rifugio nei momenti in cui il mondo sembra particolarmente antipatico. Più ci penso, e più mi convinco che le domande esistenziali siano inutili. Insomma, penso che la nostra nascita non abbia uno scopo, ma che sia solo il risultato di un amore. So che nessuno ce l&#8217;ha con noi in particolare, è che se <em>subiamo</em> tante cose è solo perché non siamo abbastanza forti per proteggerci, o perché siamo tanto deboli da essere chiamati <em>essere umani</em>. Il problema è che penso che dimentichiamo che siamo incoerenti, che abbiamo difetti, e che vediamo solo il bicchiere mezzo vuoto che è in noi. Non siamo perfetti, e faremmo paura se lo fossimo, ma di questo dobbiamo solo vantarci. Aspiriamo a cose che in realtà non esistono, perché sapere cosa siamo e quale sia il nostro scopo &#8211; teorizzando per esempio che ci fosse &#8211; non sarebbe più appagante di sentire le parole di conforto di un amico. Dovremmo vivere nelle sfumature che esistono tra una risposta negativa e una positiva, accettare le follie altrui se vogliamo che gli altri accettino le nostre. Dovremmo prendere la vita come viene, ammettere che una parte di noi è morta per questo e quel motivo, ma cercare di non perdere la fiducia che riponiamo verso le piccole e belle cose. Alcune persone in passato mi hanno fatto del male, sì, ma di loro ricordo anche gli attimi belli passati insieme. Anzi, di loro ricordo solo quelli, perché ciò che mi hanno fatto di male è ormai inevitabilmente parte di me, anche se non lo ricordassi &#8211; come se fosse possibile dimenticarlo. Insomma le possibilità sono due: o perdi tempo a porti domande, a ricordare, a chiederti il perché -anche sapendo che non avrai mai risposta ma solo scuse di cortesia -, oppure puoi ricordare, puoi trasformare tutto in stimoli che ti facciano crescere, e continuare a camminare nonostante tu sappia che sei destinato a inciampare di nuovo. Ormai siamo in ballo, balliamo. Svegliati Rob.</p>
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