Non siamo un corpo ma bensì abbiamo un corpo. Il nostro io non esiste fisicamente; anzi molto spesso la nostra personalità si scontra con il corpo che abbiamo. Da qualche parte nella nostra testa c’è quell’energia che contiene il nostro sapere, cioè tutto ciò che abbiamo visto, sentito, provato, amato e assaporato, quella stessa energia che siamo noi. La somma di ogni paura siamo noi, un elenco interminabile di conseguenze scatenate da azioni che abbiamo vissuto. Se ciò che sappiamo, cioè ciò che siamo nella nostra testa, si scontra con il mondo vuol dire che noi ci scontriamo con quello che siamo per il mondo, perché il nostro corpo è parte del mondo e noi ne abbiamo solo il controllo delle azioni, cioè nulla. Il nostro io è un crepaccio profondo rispetto alla limitata consistenza del nostro corpo. C’è uno scontro perché tra ciò che pensiamo, e cioè tra ciò che siamo, e ciò che gli altri vedono di noi, cioè le poche azioni che riusciamo a fare per trasmettere la nostra personalità, c’è un’enorme differenza; inevitabilmente, il corpo, così come il mondo, è più lento rispetto al nostro io interiore. Hai voglia di dire ciò che pensi, hai voglia di volere proteggere il tuo io per far prevalere il tuo pensiero a quell’idea omologata che ti impone la massa. La realtà è che se tu sei nella tua testa e il tuo corpo è nella realtà che vedono tutti, tu hai già perso.
A volte mi sento tanto piccolo senza neanche guardare il mondo. Mi basta vedermi dentro per trovare i profondi ricordi che trasporto e sentirmi un formica di fronte alla montagna del passato. Mi vorrei abbandonare, perdermi nella natura tra il verde immenso degli alberi, e la trasparenza infinita del mare. Camminare e capire le cose in mancanza della loro presenza. Mi sento scomodo in questo panni che sono la mia pelle, ma non perché sono io, ma perché sono umano. Vorrei essere qualcosa di più grande in modo che ciò che ho vissuto non mi vada stretto. Vorrei essere qualcosa senza pensiero, inanimato, come una montagna, un lago, o la cascata spumeggiante alla fine di un fiume. Non voglio chiedermi delle cose ma fare parte di un ciclo. Non voglio essere la voce diversa del coro ma fare parte di un gruppo in cui tutti sono completamente uguali. Noi, è la nostra mania di protagonismo.
Io gli ridarei il titolo: chi pensare o che non pensare di essere.
Questo a volte inesplicabile senso di sbagliato, di volonta’ di qualcosa di piu’, di coscienza di essere qualcosa di piu’, nasce (personalmente) dal fatto che tutto cio’ che viviamo e’ vincolato dal giudizio del pensiero.
Viviamo tutto tramite il pensiero, l’idea della realta’, la realta’ neanche sappiamo cosa sia.
La liberta’ di pensiero, grande conquista delle nazioni moderne, e’ solo un’altra presa per il chips! Certo, e’ bello sapere di poter aprire un blog o andare per strada e dire liberamente cosa si pensa, non c’e’ nulla di sbagliato! Ma quando ognuno si fa un’idea diversa della realta’, solamente perche’ Pensa che ognuno sia diverso e per cio’ e’ tutto personale ed e’ una liberta’ inalienabile di ogni individuo, li’ perde anche l’occasione per capire la vera Realta’.
E questo profondo desiderio di capire chi sia il “proprio io”, come mi pare tu accenni, nasce proprio da questo, da smettere di pensare e giudicare ma andare oltre, in profondita’ a cio’ che siamo veramente.
Wow Daniele, sono assolutamente d’accordo con te. C’è quasi una sorta di obbligo ad avere un pensiero diverso da quello comune, perché se no ti accusano di non avere personalità o di essere uno che le cose le subisce. Il fatto è che l’essere umano non sa comunicare il proprio vero io alla realtà, e se lo facesse capirebbe che in fondo non è tanto diverso dal proprio ‘nemico’, prima di essere completamente uguale al proprio amico. E in ciò io non trovo nulla di sbagliato, ma per gli altri questo giustifica il loro puro terrore di non essere. Ma nel frattempo non conoscono neanche loro stessi e si lasciano trascinare dal pensiero comune. Che diavolo di paradosso!