Ricordo che scalzo mi incamminai verso la cucina, ma trovai un muro con la fronte che ieri sera non c’era. O sì? Almeno mi svegliai dal dolore, anche se “svegliare” è una parola troppo grande. Ecco e più che camminare, traballavo, involontariamente, verso la cucina, in cerca di caffè, da iniettare direttamente nelle vene. In cucina c’era mia mamma a parlare al telefono. La salutai con uno sguardo, per poi continuare il mio cammino (incerto) verso il santo Graal. Lo trovai. Una luce si accese sopra la mia testa, del vento mi spettinava i capelli. Una musica celestiale riempì l’aria, e passò Indiana Jones inseguito da nazisti furiosi e con una mira assai di merda.
Mi versai il caffè in una tazzina, per poi tornare sui miei passi, verso la mia camera, però per fermarmi qualche passo prima, nel bagno. Sì, con la tazzina in mano. Mi sedetti sul gabinetto per fare la cacca, e devo dire che dormivo ancora. Prima di bere il caffè feci la pipì, per paura che bevendo il caffè poi veniva pisciato direttamente via, e magari non mi svegliavo, poi feci per bere il caffè, poi feci le feci. E diciamo che il caffè non mi sveglia mai del tutto. Oltre al caffè, infatti, il mio modo per svegliarmi è quello di sciacquarmi la faccia con l’acqua gelata. Alla vaniglia e fior di fragola. Così finito il caccone, mi incamminai verso il lavandino e aprii l’acqua fredda. La raccolsi tra le mani, per poi aprirle e lasciarla scaricare via. Decisamente quella mattina avevo bisogno di più, così misi la testa sotto il rubinetto, e mi bagnai anche i capelli. Ero sveglio. Ma come, mi ero addormentato a letto, e mi ero svegliato in bagno davanti al lavandino? Mah.
Uscii dal bagno e mia mamma era lì. Non parlava più a telefono. Mia mamma è una donna alta, con i capelli scuri e il viso pulito. Ha lo sguardo curioso e intelligente.
- Parti ancora? – mi chiese.
- Buongiorno, – la baciai sulla guancia, e mi incamminai verso camera mia.
la mattina della partenza
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