recensione: Non è un paese per vecchi

Non è un paese per vecchi, di Ethan Coen & Joel Coen (2008)
con Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson

La violenza è sempre stata rappresentata con migliori risultati al cinema piuttosto che nei libri. L’immagine giusta, infatti, può sconvolgere lo spettatore più di mille parole, o di un intero libro. E’ anche vero che però il libro tende ad approfondire meglio qualsiasi argomento, e impiegando più tempo a completare la storia, il lettore si immedesima di più nel protagonista e nei suoi problemi rispetto a uno spettatore. A volte, però, ci sono film che nonostante abbiano una durata di sole due ore (possiamo dire una ‘seduta’ nella lettura di un libro), riescono a prendere lo spettatore, smontarlo, e poi rimontarlo. Ovviamente con tutti i pezzi scombinati.

Trama: siamo nel Texas degli anni ’80. Llewelyn Moss (Josh Brolin), in una battuta di caccia nel deserto trova una strage di uomini, morti ammazzati a vicenda per un affare di droga. Moss poco distante dal luogo del massacro trova anche la valigetta con i soldi dell’affare, che decide di tenere. E qui inizia la storia. Infatti, Anton Chigurh (Javier Bardem), uno spietato killer è in cerca dei soldi, così inizia a seguire le sue tracce. A indagare sulla vicenda per le vie legali c’è lo sceriffo Tom Bell (Tommy Lee Jones) , che cerca di capirci qualcosa in questo che sembra essere un grosso casino.

Non è un paese per vecchi, tratto dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy, è un film che sin dai primi minuti mette chiarezza su quale sarà l’argomento dell’intera pellicola. Grazie al monologo del personaggio dello sceriffo, si evince che il film vuole chiedersi cosa spinge l’uomo a essere violento. Il fatto che a porsi questa domanda sia un uomo di legge mette il personaggio sotto una luce quasi tenera e umana, con l’uomo che vive nell’inferno per anni senza mai abituarsi. Il personaggio dello sceriffo occupa il posto dello spettatore, poiché ricopre il ruolo dell’unica persona ‘normale’ di tutta la pellicola, che si pone domande giuste e si muove di conseguenza, ma con riluttanza, in mondo che gli sembra auto-distruggersi.

Dopo la cruda scena dell’uccisione del poliziotto, che avviene neanche a cinque minuti dall’inizio della pellicola, lo spettatore si sente disorientato e parecchio ‘sporco’ (sensazione costantemente presente durante tutta la visione). Quando lavoravo al cinema, la sera in cui proiettammo questo film vidi addirittura alcuni spettatori andarsene dopo la scena iniziale. Io penso che infatti ci siano due categorie di spettatori che possano essere incuriositi tanto da guardare questo film: chi ne ha sentito parlare bene, e chi è un vero appassionato di cinema (critici e pseudo tali compresi). La prima categoria, secondo me, si aspetta totalmente un altro film. Infatti Non è un paese per vecchi è un film un po’ anti-genere, arrivando anche a far sorridere due minuti dopo aver visto una scena di cruda violenza. Questi spettatori rimarranno delusi dal finale. La seconda categoria penso può sbilanciarsi e dire che il film è ‘carino’, o elogiarlo e portarlo su un trono fatto d’oro o pop-corn. Forse entrambi saranno troppo distratti dai loro rispettivi pregiudizi per vedere ma soprattutto sentire la vera anima del film.

Una ricchezza abbandonata nel deserto. Una speranza, un’opportunità che un semplice operaio non può lasciarsi sfuggire. Ex militare nel vietnam, Moss ignora i cadaveri, mentre invece prende ogni precauzione per impossessarsi della valigetta, nonostante non sa ancora cosa ci sia dentro. Chi non l’avrebbe fatto? Il film rende chiaro il suo egoismo, dell’uomo con l’opportunità. Per quanto possa essere ‘comune’ una persona, dinanzi ad alcune occasioni può essa trasformarsi in qualsiasi cosa serva per arrivare ai propri scopi? La risposta dei Coen sembra essere sì.

Una volta tornato a casa, l’uomo nasconde i soldi, e avviene il primo dialogo, tra quest’ultimo e sua moglie. Qui i Coen si confermano, a parer mio, degli ottimi registi di attori. Essi prima riescono a creare personaggi assolutamente reali e comuni, ma nello stesso momento oserei dire grotteschi. Inoltre dirigono gli attori in un modo che mai ho visto in nessun altro regista, trasformando anche la più veloce delle comparse in un autentico talento recitativo. I loro personaggi sembrano essere circondati da un’aura che, non so spiegare come, li marca rendendoli quasi romanzati e costruiti, senza renderli però falsi. E’ incredibile. Un’altra cosa che mi ha colpito particolarmente è il fatto che nei dialoghi spesso i personaggi si chiamano per nome a vicenda. Questo da loro un’aria un po’ teatrale e sopra le righe, ma comunque giusta e riuscita. Da Coen, diciamo.

Una piccola nota e spiegazione a chi si è posto la domanda: perché il personaggio di Brolin ritorna indietro sulla scena della strage? Per molti infatti è una cosa senza senso, rendendo l’intera pellicola bella ma iniziata con un’azione stupida, visto che da quando il personaggio di Brolin torna sulla scena della strage ha inizio la storia. La risposta è semplice, e trasforma il suo personaggio in umano: i sensi di colpa. Lui è un ladro di una ricca valigetta senza propretario, ma non è un assassino. Il pomeriggio aveva lasciato un sopravvissuto in cerca di acqua ad agonizzare, per prendere i soldi e tornare a casa. Per i sensi di colpa non riusciva a dormire, e anche se le possibilità che l’uomo assetato fosse ancora vivo erano minime, non poteva, prima dormire, poi vivere nel dubbio.

- E’ un bel casino vero sceriffo?
- Non lo so, ma come casino basta e avanza.

Il personaggio dello sceriffo si pone domande legittime sul senso dell’intera storia, ma anche sulla società e sul suo ruolo in essa. Lo sceriffo si chiede anche se può, in qualche modo, cambiare le cose e migliorarle. Lo chiede alla moglie, lo chiede a un amico, e la risposta che gli danno tutti è un secco no. Lui però continua a porsi quelle domande, senza arrendersi e unirsi alla resa che la massa sembra aver scelto. E’ un personaggio intelligente circondato da persone stupide e che non comprendono appieno la sua stanchezza nel vivere una vita al contatto con l’ingiustizia, e la sua impotenza da uomo che rappresenta la legge nel non riuscire a cambiare le cose. Il personaggio è interpretato da un bravissimo Tommy Lee Jones. Anche se un po’ ripropone il personaggio che fa in ogni suo film Nella valle di Elah su tutti), e cioè un po’ solitario e ‘americanato’, riesce comunque a non regalare una recitazione ripetitiva e scontata, costruendo un personaggio che sembra ritagliato per lui.

‘Non è un paese per vecchi’ perché il ‘vecchio’ è lo sceriffo, l’uomo comune. Quindi il titolo poteva essere anche ‘Non è un paese per persone comuni’. Persone che seguono le regole, che non si arrendono e smettono di porsi domande. Ma perché seguiamo le regole se poi c’è chi non le segue? Ci ritroviamo impotenti a subire la tirannia di uomini violenti, che senza uno motivo apparente ostacolano il nostro cammino verso una vita di pace e tranquillità. Suppongo non ci sia risposta, e se ci fosse non basterebbe a giustificare.

Uno dei tre personaggi principali del film è Anton Chigurh, ormai divenuto leggenda. Lo spietato killer interpretato da un perfetto Javier Bardem (poi premiato con l’oscar) è sicuramente il personaggio più riuscito del film. Nonostante sia il ‘cattivo’, nonostante non sia il protagonista. In generale nel film si parla poco, ma il suo personaggio parla ancora meno. Chigurh agisce, e quando parla mette i brividi per i ragionamenti che fa. Questo gli crea un alone di puro terrore, che gli permette di spaventare lo spettatore e di farsi ricordare anche dopo la fine del film. In molti amici che hanno visto il film mi hanno detto la stessa frase: ‘La sua voce’. La voce italiana del personaggio è riuscita, e sì, può ‘spaventare’ lo spettatore dando al personaggio un’aria davvero poco rassicurante; nonostante questo, però, il doppiaggio è lontano anni luce dalla voce originale, che è più rauca, senza tonalità né pietà. L’attore ha fatto un ottimo lavoro, e la sua interpretazione ha spaventato persino i due registi. Ogni tanto sul set chiedevano all’attore ‘Sei diventato un vero killer?’, per poi richiedergli dopo qualche minuto, ‘E ora?’. L’attore scherza sulla sua interpretazione dicendo che fa tanto terrore per la pettinatura. E in effetti (foto che segue).

Il personaggio di Bardem è il favorito per ragioni del tutto misteriose. Non che lo spettatore tifi per lui, ma per tutta la durata c’è quasi il desiderio che ricompaia presto sullo schermo. E’ un personaggio che grazie all’attore ha una personalità che quasi ipnotizza. Penso che la maggior parte degli spettatori non abbiano odiato il personaggio di Bardem. Per quanto non l’abbiano neanche compreso. Forse nel suo personaggio siede la coerenza del film, l’unica. Qui troviamo infatti un personaggio che non cambia idea, che non si arrende, non è confuso né si pone domande. Dritto verso la sua metà, spargendo cadaveri a destra e a manca.

A tal proposito volevo ricordare una scena che mi ha particolarmente colpito. Chigurh è in macchina e sta attraversando un ponte. Rallenta in vista di un corvo che si è poggiato sulla ringhiera ai lati del ponte. Quando gli arriva accanto, il killer spara all’uccello, per poi avanzare per la sua strada. Mentre prima di questa scena pensavo che uccidesse per degli ideali incomprensibili a una mente-non-malata, dopo questa scena mi è ‘caduto un po’ il mondo addosso’, facendomi chiedere, allora, perché uccidesse. Era chiaro che non erano solo i soldi a muoverlo, e neanche solo ‘ideali da killer’, e neanche solo divertimento. Ma allora cosa? Cos’è l’assassino? Chi è la persona che uccide? E’ la domanda che condividono i registi con questo film.

L’uomo che vive una quotidianità frustrante, che perde tempo a chiedersi cosa serva per vivere appagati, è un po’ il punto comune che unisce i personaggi del film.  Il fatto che ogni persona scelga la propria strada, e che questa la possa portare in un punto, dimostra che in realtà, secondo me, non esistono strade che siano costruite per noi. Semplicemente penso che la mente umana sia molto paranoica, e nei suoi ragionamenti possa trovare la strada giusta per se, o convincersi della validità di una strada in realtà ostile. Ostile per se, o per gli altri. E ovviamente qui cito Chigurh. Nonostante la sua sia una strada perversa e violenta, infatti non si può certamente dire che sia anche una strada incerta. Quindi il punto non è trovare la strada sicura, ma trovare quella adatta alle nostre esigenze. Quindi le strade dei tre personaggi sono tutte adatte a loro, poiché le hanno scelte, e non adatte a noi o meno solo grazie ai punti di vista.

Mentre il personaggio di Brolin poi si umanizza, i Coen continuano a mostrare l’avidità umana attraverso varie comparse. Potrei citare il personaggio di Carson Wells, ingaggiato per fermare Chigurh, oppure il trio di amici che Moss incontra al confine con il Messico, che gli vendono la camicia, poi la birra, vedendo che lui è disposto a spendere tanti soldi per oggetti che ne costano solo pochi.

Nonostante sia un film violento, si può dire che nel corso della sua durata c’è più calma che frenesia. La ‘quiete prima della tempesta’ è presente in più scene, facendo trattenere il respiro allo spettatore, per poi farlo saltare dalla poltrona. Il silenzio copre un ruolo fondamentale nel film, anche se, oddio, in alcune scene fa venire quasi il batticuore. Parlo della scena nel secondo hotel, quella in cui Brolin scopre la ricetrasmittente nella valigetta dei soldi. In quella scena è costruita una tensione quasi palpabile, dando al killer un ruolo di fantasma. Infatti la cosa che più mi ha colpito della regia di quella scena è che tutto è costruito su due metri di scena, e su un solo personaggio, nonostante la paura di quest’ultimo sia dovuta alla presenza di un secondo, il killer, che però non viene mostrato. La sua presenza è nell’aria, e anche quando la scena si sposta in strada, con relativa sparatoria, il punto di vista mostra sempre e solo il personaggio di Brolin, continuando a dare al killer l’aria del fantasma. Addirittura quando spara sembra che a premere il grilletto sia l’aria. Una scena molto bella.

(ATTENZIONE!!! i paragrafi che seguono contengono fatti che potrebbero rovinare la visione a chi non ha visto il film. riprendete la lettura dopo la linea in grassetto)

La trama per quanto possa essere usata anche per un film qualunque di Chuck Norris, ha sviluppi che possono trovare parecchi pareri discordanti, non mostrando uno e dico uno scontro tra i personaggi del film. L’idea di mostrare un solo personaggio nelle scene più movimentate e non il classico ‘inquadratura di quello che spara>inquadratura di quello sparato, che poi spara a sua volta’ dimostra che i Coen sono chiari: non è un film d’azione, ma neanche solo un drammatico, e neanche solo un thriller. Come ho detto infatti è un po’ un film anti-genere. In molti, io compreso, sono rimasti colpiti nella parte finale, quando c’è il primo colpo di scena, la morte del personaggio di Brolin. Dopo quella scena lo spettatore è spiazzato. Un’ora e mezza di fuga finisce in una scena neanche mostrata. Poi si rilassa, perché lì il film perde un po’ di senso per lo spettatore, e anche perché l’atmosfera diventa quasi tranquilla. C’è quiete, infatti, fino al dialogo pre-finale tra il personaggio del killer e la moglie di Brolin, per me il più riuscito del film. Ve l’ho trovato in inglese, che è fantastico (sentite la voce di Chigurh, e quella spaventata Carla Jean. che scena, che scena!):

Per quanto riguarda la mia opinione sul finale vi dico che mi è piaciuto. Può sopravvivere il ‘buono’ o il ‘cattivo’ in un film, e qui sopravvive il cattivo. I soldi infatti vanno a lui; i messicani uccidono il personaggio di Brolin – dopo aver saputo dove era nascosto con lo stratagemma di chiedere alla suocera dove fosse diretta (la scena in cui il messicano si propone in aiuto alla signora) – ma non trovano i soldi nella sua camera d’albergo. Sulla scena del crimine torna poi il killer, che si ricorda dei rumori nel condotto dell’aria condizionata nell’altro hotel, e così controlla. Infatti, quando lo sceriffo torna anch’egli nella stanza, trova il condotto dell’aria condizionata aperto, e vuoto. Alla fine, il killer viene ‘punito’ solo con l’incidente stradale, e lo sceriffo va in pensione continuando a porsi domande. Il tutto è chiaro. E’ difficile, piuttosto, accettarlo.

_________________________

E’ una triste marea.

Ai pochi ma riuscitissimi dialoghi, si aggiunge la comicità di alcune battute tipica dei Coen. Battute che fanno sorridere, ma restano noir per restare coerenti al resto del film, che di certo non è una commedia per famiglie.

Tecnicamente posso dirvi anche solo che è un film dei Coen. Regia sublime, con inquadrature che sembrano quadri, grazie anche a una fotografia fredda ma luminosa. Il montaggio costruisce tensione e quiete, la musica assente per tutta la pellicola.

In conclusione
Non è un paese per vecchi è un capolavoro da voto pieno. Dalla costruzione della storia, alla regia sui personaggi e le scene. Tutto è perfetto sotto ogni punto di vista. Lo spettatore si ritrova a una semplice scelta: questo è il film, ti piace o no? La risposta, a quanto ho sentito soprattutto da amici, è sempre stata sì, avendo le perplessità sul finale come vi ho accennato prima. E’ un film che però non consiglio a tutti. Nonostante sia comunque poco adatto, per pochissime inquadrature forti, alle persone deboli di stomaco, lo sconsiglio soprattutto alle persone che trovano riluttante la violenza mentale, non riuscendola a comprendere, e quindi a deprimersi di conseguenza. E’ un film per pochi anche per la struttura e per i risvolti, che non tutti possono condividere poiché magari legati a una struttura filmica più continua.

Vi lascio con una citazione dal film, una frase che mi colpito molto detta a proposito dello star male per una società che va a perdersi:

Quello che provi tu non è una novità. Questo paese è duro con la gente. Non puoi fermare quello che sta arrivando. Non dipende tutto da te. È semplice vanità

Se vi è piaciuto vi consiglio: Fargo, Qualcuno volò sul nido del cuculo

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8 risposte a recensione: Non è un paese per vecchi

  1. xeena scrive:

    Ho adorato questo film, tremendo!

  2. Pingback: Javier Bardem

  3. egidio scrive:

    Ciao, bella la tua recensione: esaustiva. volevo chiedere il tuo punto di vista riguardo alcune scene: è possibile che quando lo sceriffo entra nella stanza, in cui ci viene fatto intendere vi sia il killer, questi non lo uccida perchè altrimenti verrebbe meno il legame che spesso c’è fra ciò che rappresenta il male e cio che rappresenta il bene? sembra collegata alla scena finale del dopo incidente: il killer insinte col ragazzino generoso (che contrariamente al gruppo dei tre amici non voleva niente in cambio per la sua veste) perchè accetti i soldi.
    Un altra scena che mi ha incuriosito: dopo aver ucciso i tre messicani al motel leva le calze e le getta con spregio nella stanza. Mi è venuta in mente anche la scena in cui pulisce e controlla gli stivali dopo l’omicidio della ragazza alla fine del film; è una sorta di rituale? come la scelta di vita o morte attraverso la monetina?
    E infine, quando il killer cura la sua gamba al motel: dopo aver tolto gli stivali ed averli posati nel pavimento l’immagine resta leggermente sfuocata e sembra di vedere una delle silhouettes dei cani uccisi che compaiono all’inizio. Ho pensato che non doveva essere casuale, perche anche quando i 2 sceriffi arrivano sul luogo della sparatoia fra i trafficanti, nonostante la marea di corpi per terra, lo sceriffo più giovane nota il cadavere del cane; e non solo loro: anche prima dell’esecuzione dei due ”colletti bianchi” questo particolare è notato da uno dei due. Perchè, dunque, tutta questa attenzione per l’assassinio del cane?
    Ti ringrazio per l’attenzione,

    Egidio

  4. egidio scrive:

    P.S. Scusa la sintassi, non avevo riletto il testo, è sgrammaticato :)

  5. rob scrive:

    Ciao Egidio,
    non ti preoccupare per la sintassi, è abbastanza chiara. Per quanto riguarda le scene del film, vediamo se riesco a fare mente locale e a ricordarle.
    Io penso che il killer non uccida lo sceriffo ma insiste nel pagare la camicia per due motivi differenti. Il personaggio del killer è un personaggio molto umano, paradossalmente a quanto potrebbe sembrare, trovatosi tuttavia a gestire istinti violenti e animali. Con la scena finale sottolinea forse la sua indipendenza verso il mondo, volendo pagare ogni servizio che egli sfrutta. Non vuole nulla gratis, insomma. Se ci pensi il fatto che egli paghi la camicia sminuisce la generosità che poteva stare dietro all’offerta di regalo della camicia. Quella cosa non è gratis, non è un gesto generoso, ma uno scambio, un baratto, del tutto freddo e egoista. Mentre, i motivi che l’abbiano spinto a non uccidere lo sceriffo potrebbero essere più pratici, come al fatto stesso di non voler altre grane. Risponderei che non l’ha ucciso perché non uccide senza un motivo, ma questo non spiegherebbe l’uccisione dell’uccello sul ponte, che è un puro gesto di cattiveria. Per quanto riguarda il tuo punto di vista è molto stimolante, e sì, è probabile che sia anche giusto. In fondo l’argomento cardine del film è proprio la lotta tra il bene e il male, e il loro legame che viene distrutto con la violenza, ma anche consolidato grazie alla stessa. Senza uno dei due non ci sarebbe un termine di paragone per indicare la cattiveria o la generosità dell’altro.
    Per quanto riguarda i calzini, devo ricordarti la scena in cui uccide l’uomo ingaggiato a trovare lui. Ricordi, che quando parla al telefono, e la macchia di sangue sul pavimento si dilaga, lui alza i piedi per non sporcarsi? Penso che lui non voglio sporcarsi i piedi di sangue. Con i messicani si sporca, e lascia i calzini sulla scena del crimine perché gli fanno schifo. Alla fine, quando uccide la ragazza, controlla se si è sporcato i piedi. Quindi ci sono elementi che lasciano pensare che non sia un rituale, ma una fissazione, o forse una paura.
    La scena sfuocata quando si cura la gamba mi è nuova. Non ci avevo fatto caso! La prossima volta che lo rivedrò presterò più attenzione. Per quanto riguarda i cani, la risposta è semplice; i cani non hanno colpe. Se vengono uccisi, è per difesa personale, poiché non avendo il libero arbitrio, eseguono solo gli ordini dei loro padroni. Quindi sono un po’ delle morti bianche, innocenti, come i bambini nelle guerre, se vogliamo. Cioè si ritrovano semplicemente in mezzo, senza avere la possibilità di scegliere da che parte stare.
    Spero di averti stimolato a trovare le spiegazioni alle scene su cui mi hai chiesto chiarimenti. Volevo sottolineare il fatto che non ho studiato cinema, né critica cinematografica, e il mio punto di vista è solo quello di un appassionato di cinema, grande fan dei Coen, che ha scritto qualche cortometraggio ma è ben lontano dall’essere un professionista.

    Ti auguro un bella giornata,
    ciao Egidio!

  6. Stefano scrive:

    Salve Sig. Egidio,
    sicuramente ricorderò male… ma il corvo a cui spara non vola via?
    Se avesse colpito il corvo da quella distanza con la pistola probabilmente si sarebbe disintegrato o qualcosa di simile.
    sembra quasi che volesse non avere occhi puntati addosso più che volere un’altra morte bianca…e questo si ricollegherebbe al fatto di non volere vittime del tutto inutili…

    …probabilmente sto ricordando male (il film l’ho visto qualche mese fa e mi è piaciuto tantissimo) e chiedo scusa fin d’ora!

    comunque grandi complimenti per la recensione!
    buona serata e grazie per la sua chiave di lettura, Stefano

  7. Mattia scrive:

    Uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi..e complimenti vivissimi per la recensione!
    Un solo appunto riguardo la tanto citata scena finale della camicia..a mio parere, come è stato fatto notare, si collega largamente con quanto accade a Brolin sul confine. Sia lui che Chigurh nelle rispettive scene sono in grandissima difficoltà (lo sparo e l’ incidente) ed entrambi hanno bisogno di qualcosa da estranei..credo possa essere assimilato al bene ed il male, e i fattori esterni che influiscono su di essi, nel nostro tempo. Brolin (il “buono”) deve faticare per farsi aiutare, sebbene la sua condizione avrebbe spinto chiunque, o almeno molti, ad essere generosi, mentre per Chigurh (il male)la situazione è completamente opposta..e per migliorare la sua di situazione non ha dovuto fare niente, anzi, non è stato lui il primo a chiedere aiuto, si è però sdebitato ma solo perchè LUI lo ha voluto.
    Questo può, a mio parere, rappresentare ancora di più la grande ingiustizia della nostra società e del nostro mondo, rimanendo perfettamente in linea con quello che viene espresso durante il film.

    Che cosa ne pensate? Sarei curioso di avere una risposta :)

    PS: che tristezza sentire dopo averlo visto, commenti come “che finale schifoso…sicuramente faranno il 2!”…non ho parole…

  8. rob scrive:

    @ Mattia:

    Grazie per i complimenti alla recensione :)

    Sicuramente il tuo punto di vista è molto interessante, io non ci avevo mai pensato. E’ un capolavoro che è incentrato sulla società, quindi il tuo ragionamento non fa una piega. Ci sono tanti messaggi durante il film che scatenano decine di ragionamenti su altrettante decine di idee, sensazioni, e modi di pensare che sono attuali. La cosa ‘bella’ è che è una storia ambientata negli anni settanta, quindi fa anche pensare “La società negli anni settanta era così, dopo quarant’anni essa si è evoluta? E’ cambiata?”, la risposta è no, e quindi tutta critica che alza la pellicola verso la società aumenta.

    Comunque, se ti è piaciuto lo stile, la regia, ti consiglio di recuperare tutti i film dei fratelli Coen. Se ti interessa il senso di critica che alza Non è un paese per vecchi ti consiglio di iniziare con L’uomo che non c’era, sempre loro, che è altrettanto bello, oppure il pluripremiato Fargo.