vedevo

Diedi la mia anima per non perderti. Andò così: feci comparire la segretaria del diavolo una mattina, e presi appuntamento con il padrone degli inferi. Lei mi sorrise, accennò un sì, e poi cercò di corrompermi e farmi peccare. Non ci riuscì, in mente non avevo che te. Quando mi incontrai con il diavolo tutto fu svolto in due minuti; la mia anima gli stavo regalando, e lui in cambio mi avrebbe dato gli occhi per vederti, quando io avrei chiuso i miei. Sorrise, il nuovo possessore della mia anima, del mio buon senso, del contenuto del mio cuore, e io triste gli strinsi solo la mano. Lui prima di andarsene mi chiese perché avevo voluto solo vederti, e non possederti di nuovo. Disse che lui poteva farlo, che il libero arbitrio per lui è cosa da poco, ma io risposi a Lucifero che tu avevi scelto di passare la mia vita lontano da me, e a me bastava solo vederti viverla, se questa era la tua decisione.

Il patto fu mantenuto, e io ti vedevo. All’inizio pensai se tutto questo fosse giusto, ma ormai era patto fatto, e anche se avessi sbagliato a firmarlo non avrei potuto cambiarlo né, in mancanza di buon senso, saperlo. E così ti vedevo. Quando volevo, chiudevo gli occhi e vedevo ciò che tu vedevi. Una sorta di spia, o una sorta di legame superiore, che unisce due persone nei sensi, prima che nel corpo. Legame che solo una volta avevamo senza che io accordassi un patto con Lucifero.
I primi tempi ti vedevo appena, avevo vergogna. Così tenevo gli occhi aperti più che potevo. Ma anche quando schioccavo le palpebre riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, così mi arresi. La cosa prese sempre più piede, e capitavano sere che non uscivo con i miei amici per starmene a casa a uscire con te. Solo che tu non lo sapevi. Fui bocciato in letteratura italiana perché non studiavo per vederti. In quel periodo volevi essere bella per l’estate, e passavi le ore davanti allo specchio a pettinarti. Ti piaceva pettinarti, e a me piaceva vedertelo fare. A volte uscivi dalla doccia e nuda ti pettinavi. Ti toccavi il seno come se non fosse seno, ti stendevi il lucidalabbra come se quelle labbra perfette a te non facessero nessun effetto. Quando spruzzavi il profumo nell’aria e ti immergevi nella nuvola che ne usciva per farti coprire, io quasi lo sentivo ancora, il tuo profumo. Dopo tornavi a guardarti ed era come se fossi pronta a conquistarmi ancora. Ma non c’era bisogno di essere profumata, per conquistarmi di nuovo.

Certe volte studiavi, o leggevi, e a me piaceva guardare le mani che tenevano i libri. Provavo un dolore quasi fisico a ricordarmi delle tue mani. Mi mancavano così tanto, all’inizio. Poi invece ci feci l’abitudine. Abitudine, routine, ecco cosa diventò vedere attraverso i tuoi occhi.
Provammo a uscire con nuove persone la stessa sera, ma non lo feci di proposito. Ogni tanto, mentre la biondina di fronte a me mi parlava dello sviluppo economico del nostro paese, io chiudevo gli occhi e spiavo il tuo appuntamento. Quello non era il tuo tipo, nonostante fosse una persona interessante. Era un artista, e si vedeva da come muoveva quelle mani. A te le persone che interessano anche alle altre ragazze creano fascino, ma dopo un po’ ti annoi. Sai che nella loro vita non sarai mai nulla più di una semplice compagna – e neanche una di quelle che ispira l’arte stessa. Eri felice quando ispiravi la mia arte, ricordai. Aprii gli occhi e la biondina rideva, così risi anche io, ma cosa avesse detto io avrei saputo dirlo. Dopo andammo a casa, e mentre io bevevo birra e parlavo di un vinile che era sul tavolo di fianco al divano, girai la testa e la vidi che avevo la patta aperta e il mio amico di fuori. Lei ci giocava, e io neanche me n’ero accorto. Così chiusi occhi per vedere tu cosa facevi, e vidi mister artista che ballava un non so che ballo orientale, con la pancia di fuori. Accavallasti le gambe, avevi voglia, quindi, di fare l’amore. In quel momento riaprii gli occhi, e la biondina era lì a ciucciarmelo con foga, mentre ancora parlava della differenza economica da nord e sud. Come facesse a parlare con la bocca piena, era un mistero. Se non fossi stato certo che solo tu avevi un corpo che parlava, Piccola, avrei scommesso che stesse parlando con altre labbra.
Alla fine si mie a curiosare per il soggiorno, la biondina, nuda con il culo da economista. Si divertiva tantissimo, tanto che non notò che io quasi mi annoiavo. Chiusi gli occhi, tu eri sull’artista a farti scopare. Guardavi la sua espressione di piacere, un misto tra un urlo vichingo di guerra, e un’espressione che può fare un chitarrista durante un assolo in playback. Se lo fissavi senza chiudere gli occhi, significava che non ti piaceva come ti stava scopando. Ma invece poi gli occhi li chiudesti, e vidi nero, poi li aprii, e vidi l’economista di nuovo attaccata al mio uccello.

Con il tempo mi resi conto che il diavolo mi aveva fregato. L’economista divenne la mia ragazza. Era una brava ragazza, ma non riuscii a innamorarmi appieno di lei perché ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ciò che tu vedevi. Spesso ti vedevo allo specchio, e non ebbi quindi il tempo di dimenticarti. Passai la mia vita a immaginarmi te al suo posto, con i tuoi atteggiamenti da donna al posto dei suoi di economista. Alla fine sposai l’economista perché lo volevano i suoi, ma non potevo chiudere gli occhi che vedevo l’artista che sorrideva felice mentre passeggiavate, guardavate un film, disegnava paesaggi – paesaggi, con te bella lì a disposizione -, che leggeva scrittori alla moda. Tu non lo osservavi molto, e quindi capii che non eri innamorata di lui. Perciò lo sposasti. Di lui non ne osservavi i dettagli del viso, non li studiavi come facevi con me. Mi chiesi perché l’avessi sposato, poi riaprivo gli occhi e vedevo mia moglie felice, ma cieca.

Ho passato la mia vita nel rimpianto di aver preso una decisione, quella di allontanarmi da te, su cui sin dall’inizio non avevo scelta.

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Appena lo lasciai, mi chiesi subito cosa avessi fatto. Ero una stupida, una stupida. Perché, mi chiedevo, perché l’avevo fatto? Volevo stringerlo solo un’ultima volta mentre gli dicevo che tra noi era finita, ma non potevo, e forse anche se avessi potuto, non l’avrei fatto andando contro il mio volere. Se l’avessi stretto, non l’avrei lasciato andare. Come avrei potuto farlo?

Decisa a passare la vita lontano da lui – come se la decisione non mi appartenesse, stupida, stupida! – feci un patto con il diavolo. Vendetti l’anima, e lui in cambio mi faceva vedere cosa vedevano i suoi occhi quando io chiudevo i miei.

Fu così che passai la vita lontano da lui, con lui che viveva la sua vita senza pensarmi.

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