mercoledì 29 gennaio 2020

JOJO RABBIT (Taika Waititi, 2019)

Già nei primissimi minuti, Jojo Rabbit rivela la sua personalità di commedia: niente di troppo irriverente, però l’argomento è sicuramente spinoso, infatti vediamo un bambino decenne fare pratica con il saluto romano, davanti al suo amico immaginario, Adolf Hitler, interpretato da Taika Waititi stesso, sceneggiatore e regista del film. L’apice senza pudore Jojo Rabbit lo palesa nei titoli di testa, quando mostra filmati di repertorio con masse esaltate che fanno il saluto romano all’unisono, mentre in sottofondo suonano le note dei Beatles con la versione tedesca di I want to hold your hand. Nel primo atto, Jojo Rabbit però ha già esaurito quella verve farsesca che vediamo nel trailer - la stessa che ha probabilmente attirato la maggior parte degli spettatori in sala; dopo arriva la decelerazione del ritmo, che è fatale al film, molto più dell’inevitabile trasformazione in un genere più drammatico.

Nella prima parte, Jojo Rabbit non è solo divertente ma raggiunge picchi esilaranti: la scrittura utilizza diversi metodi per far divertire lo spettatore, dai giochi di parole (l’ho visto in V.O.) al black humour, fino a passare dallo slapstick (la comicità delle gag fisiche). Vedere una nazista fare il saluto romano per chiedere parola è spassoso e ciò va oltre ogni tipo di polemica sterile contro il buon senso. (Piccola parentesi: sì, la commedia è ancora vista con indignazione da chi polemizza perché vorrebbe che alcuni temi fossero trattati con rispetto, ovvero attraverso quei generi che secondo loro sono più nobili; chi pronuncia questi attacchi a Jojo Rabbit si è fermato al trailer del film e nel caso improbabile in cui lo avesse visto, non l’ha capito.) La satira waititiana funziona, come spesso accade, passando attraverso gli stereotipi, e gli stereotipi questa volta passano attraverso l’ingenuità dei bambini. Jojo Rabbit, quindi, mostra situazioni riprovevoli attraverso gli occhi creduloni dei bambini: li vediamo entusiasti all’idea di bruciare i libri, oppure prendere come gioco qualsiasi cosa, compresa la proposta di sistemare il proprio corpo per formare una svastica (ho riso più del dovuto). 

In effetti, a pensarci bene, ci sono diversi elementi che fanno concludere l’idea che Jojo Rabbit funzioni tramite il gioco dei contrari. Dopo la satira sui nazisti ci sono numerosi altri opposti: il fatto stesso di avere come protagonisti dei bambini nazisti, per esempio, ovvero che dei bambini possano capire e sostenere un concetto così riprovevole come quello che muoveva l’ideologia nazista; da questo punto di vista, ovvero quello dei soldati improbabili, Jojo Rabbit sottolinea il contrasto, e lo conferma anche in una delle scene finali, quando nella battaglia vediamo combattere chiunque: una chiara scelta che punta alla ridicolarizzazione del soldato come figura impeccabile. Un altro contrario: mostrare il lato positivo dell’essere dei conigli. L’atteggiamento che mira a rintracciare il lato positivo da ogni situazione sfavorevole è tipico dei film per ragazzi - solamente che in Jojo Rabbit il protagonista viene incoraggiato da Adolf Hitler

Sono due contrari anche i protagonisti: il ragazzino fanatico nazista incontra la ragazzina ebrea. A questo punto però sorge una complicazione in cui Jojo Rabbit inciampa. Il problema del film è il ritmo lento, dovuto principalmente alla ripetitività delle situazioni. Inoltre, manca completamente la tensione drammatica poiché l’antagonista è il contesto avverso, quindi qualcosa di astratto che non riesce mai ad apparire minaccioso. Jojo Rabbit non ha sempre i toni di una commedia, ovviamente si incupisce (ma restano le gag comiche), tuttavia dovremmo assistere al necessario cambiamento del protagonista quando sin dall’inizio viene descritto come un decenne ingenuo, spaventato ed esitante; insomma, un bambino buono a cui si tenta di inculcare un pensiero così terrificante come il nazismo. Quindi la maturazione indispensabile in un film del genere non raggiunge l'effetto desiderato. anche a causa dell'interesse che diminuisce in seguito al primo atto, ovvero dove lo spettatore viene intrattenuto da un ritmo più eccitante. 

L’idea del soggetto resta interessante, nonostante il plot. Sono deliziose alcune scene con Scarlett Johansson, sono spassose tutte quelle con Sam Rockwell. Jojo Rabbit però si perde negli sviluppi, poiché banalizzano ogni componente. Nonostante le riserve, resta un film che consiglio di vedere.

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