sabato 8 febbraio 2020

HORSE GIRL (Jeff Baena, 2020)

Nonostante le imperfezioni, Under the skin (id., Jonathan Glazer, 2014) ha ispirato non pochi cineasti contemporanei nell’esplorazione di un linguaggio filmico più speculativo. Horse girl di Jeff Baena sembra riprendere proprio quel discorso; anzi, sembra riciclare molti elementi del film di Glazer per cercare di impiegarli in un contesto più verosimile. L’idea era molto interessante: approfondire attraverso elementi surrealisti alcune patologie umane. Netflix, distributore di Horse girl, aveva già provato a ragionare su un terreno simile con il brutto Unicorn store (id., Brie Larson, 2019), questa volta però il discorso è diverso. Il film di Baena comincia in un contesto verosimile che non lascia immaginare uno sviluppo onirico. La protagonista di Horse girl, interpretata da Alison Brie, anche sceneggiatrice del film insieme al regista, è una donna ingenua che soffre di solitudine. Resta a casa a guardare la TV perché non riesce a socializzare. Il suo è il ritratto tipico di una fetta probabilmente considerevole di individui figli della società moderna: isolati, infelici, che vivono di serie TV e schiacciati all’interno delle loro routine.

Lo sbaglio in cui Horse girl inciampa sin da subito è quello di non approfondire quei dettagli che lo spettatore potrebbe unire per decifrare il contenuto: se un film come Unsane (id., Steven Soderbergh, 2018) faceva in modo che i sospetti della protagonista fossero ambigui, in Horse girl l’equivoco del secondo atto quasi disinteressa lo spettatore, perché mancano quegli indizi che farebbero partecipare allo stato paranoico della protagonista. Il risultato è che quest’ultima, nel suo stato paranoico, è sola contro tutti - spettatore compreso. La sceneggiatura appare confusa e incapace di sostenere l’ambiguità del soggetto. Horse girl, infatti, utilizza uno stratagemma tanto efficiente quanto sgradevole: per comunicare l’enigmaticità di una scena piuttosto di un’altra, fa ascoltare il solito brano (extradiegetico, udibile soltanto allo spettatore) anziché approfondire il contesto ambiguo attraverso una scrittura solida e una direzione artistica più consapevole. Se viene scritto un film confuso su una storia ambigua, ne consegue una visione macchinosa. 

Dietro la regia impacciata di Baena, e dietro la scrittura incapace di muoversi nell’enigmaticità, si trova un soggetto interessante che si concentra sull’incomunicabilità tra la società e quei soggetti asociali catalogati come diversi. La comunicazione è unilaterale, poiché è la società a pretendere da questi soggetti un cambiamento senza che ci sia un confronto. Gli sviluppi inimmaginabili di Horse girl concretizzano la paura di depersonalizzazione dell’individuo in una società che forza verso l’omologazione. La coinquilina della protagonista la trasforma completamente per il suo compleanno, facendola quindi diventare un'altra persona, in modo che si adatti alla società. Anche la preoccupazione della protagonista di essere un clone esprime qualcosa di importante, ovvero quella paura di molti di essere privi di quell’impronta di originalità tanto imprenscindibile nella società moderna. Per citare BoJack Horseman (ancora cavalli): «Mi sentivo la copia di una copia di una persona». 

Quindi il potenziale del soggetto di Horse girl è incalcolabile e, scritto con più consapevolezza, avrebbe potuto diventare perfettamente il nuovo Donnie Darko (id., Richard Kelly, 2001). Il risultato invece è deludente. Horse girl viene rovinato da una direzione artistica incapace di mettere in ordine le idee nella propria storia.

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