domenica 2 febbraio 2020

JUDY (Rupert Goold, 2019)

La Judy del titolo è Judy Garland, star del cinema hollywoodiano diventata famosa grazie al film Il mago di Oz (The wizard of Oz, Victor Fleming, 1939). Ai tempi, il meccanismo hollywoodiano permetteva alle case di produzione di gestire gli attori come dei dipendenti in balia delle regole più assurde - ed è stato così anche per Judy Garland, infatti nel film il capo della MGM Louis B. Mayer organizza ogni aspetto della sua vita: quando festeggiare il compleanno, se può avere un fidanzato e addirittura se può mangiare. Judy alterna due racconti, quindi vediamo Judy Garland del 1939, quando provocava inconvenienti con i suoi capricci, all’interno di un organismo regolato nei minimi dettagli come era lo studio system hollywoodiano, e poi vediamo Judy Garland nel 1969, una star ormai in rovina, costretta a fare una tournée per ripagarsi i debiti.

Quindi Judy non ha la tradizionale struttura di un film biografico. Alternare il passato con il presente filmico, oltre a far scoprire le origini del mito, sottolinea le condizioni misere del personaggio e rivela la causa del suo stato. È un espediente sicuramente più efficiente per creare empatia nello spettatore, il quale vede all’istante ciò che gli può tornare utile per confrontare le circostanze (però, è uno stratagemma di uno sceneggiatore pigro per uno spettatore pigro). La polarizzazione del racconto di Judy ha uno scopo ben preciso; a dircelo è direttamente quel titolo del film che contiene soltanto il nome (d’arte) dell’attrice, che punta a svelare la persona dietro la star. L’obiettivo del film di Rupert Goold però fallisce, nonostante tutti i più attenti, e maliziosi, presupposti. L’origine della rovina del film è da ritrovare soprattutto nella sceneggiatura scritta da Tom Edge, la quale, oltre ad avere la tendenza ad appiattire ogni personaggio secondario, descrive la protagonista in modo insopportabile, vanificando ogni tentativo di mostrare la persona dietro la star. A peggiorare il racconto ci pensa Goold stesso con una regia, sì teatrale e trasparente in funzione al racconto (per un racconto che non c’è, però), ma anche fin troppo scialba e lenta. L’unione fallimentare tra la sceneggiatura e la regia creano un film che è difficile da portare a termine, a cui non basta nemmeno l’interpretazione esasperata di Renée Zellweger per coinvolgere lo spettatore.

C’è però un successo ottenuto da Judy, il quale voleva essere un accessorio della storia ma risulta utile soltanto per un aspetto quasi istruttivo, nient’altro. Mi riferisco al racconto alternato che riesce a mostrare il funzionamento dello studio system hollywoodiano e le conseguenze che questo sistema così rigido poteva provocare negli attori o nelle star che ne facevano parte. Non credo che Judy volesse diventare un trattato esplicativo al riguardo, anche perché in questo aspetto Judy Garland - che il film fa di tutto per farci amare - rappresenta soltanto una sorta di espediente. D’altronde, ciò che il film evita accuratamente di dire è che era nella norma che una star venisse trattata con metodi autoritari ai tempi dello studio system. Giustamente il pubblico poco informato lo ignora, e anzi, associa il cinema hollywoodiano (come precisa volontà dello studio system) come un organismo che realizzava i sogni. Judy invece smitizza Hollywood e mostra le probabili conseguenze che poteva (e può) comportare lavorare in un sistema rigido come era quello dello studio system

Judy Garland è stata una star che ha iniziato a lavorare a due anni (!), ha vissuto (sotto contratto) il sogno dello star system e ora è diventata un’adulta che soffre d’insonnia, alcolista, depressa, che «Ha avuto un’infanzia in cui è un miracolo che abbia imparato a stento a usare le posate». Lei vorrebbe (insieme al film) essere vista come una persona, poiché «È Judy Garland soltanto un’ora la sera», nel frattempo però si lega morbosamente all’immagine splendida che tutti hanno di lei. La scrittura di Edge confonde e scopre facilmente alcune incoerenze, mostrando l’aspetto squilibrato della star anziché approfondire la sua personalità. Judy Garland è diventata una persona sola, sconfitta dalla vita, tuttavia non funziona il tentativo del film di farla passare come una vittima a causa del suo comportamento da star orgogliosa che si impegna a incarnare fino alla fine.

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