mercoledì 25 marzo 2020

IL BUCO (Galder Gaztelu-Urrutia, 2019)

Il buco a cui fa riferimento il titolo italiano (fedele a quello originale spagnolo El hoyo; personalmente trovo più attinente il titolo internazionale The platform, La piattaforma) è una sorta di prigione distopica: "il buco" è un’apertura nel pavimento attraverso la quale quotidianamente passa una piattaforma ricoperta di cibo; ogni piano è abitato da due prigionieri, i quali hanno pochi minuti per mangiare prima che la piattaforma passi al piano di sotto. Il concetto è un’evidente allegoria politica, poiché i prigionieri dei piani superiori riescono a mangiare con sazietà, mentre a quelli situatati ai piani inferiori (quanti piani abbia la prigione è uno dei misteri del film) arrivano soltanto gli scarti, mentre ai prigionieri degli ultimi piani arrivano addirittura i piatti vuoti. Tuttavia, come dice un personaggio: «Bisogna mangiare»; il contesto inverosimile serve all’immaginazione del film per fantasticare su cosa farebbero determinati soggetti (o, in generale, l’essere umano) in situazioni estreme. L’idea è intrigante, però forse la realizzazione è didascalica, poiché a Il buco manca completamente ogni tipo di sovrastruttura narrativa.

In Il condominio di J.G. Ballard, romanzo del 1975, c’era un’idea concettualmente simile: una disputa tra vicini si trasforma in una sorta di guerra civile all’interno di un condominio di lusso che evidenzia i lati oscuri della natura umana. Il condominio diventa anche un simbolo di potere, nella medesima classificazione tra «sopra» e «sotto». Nel romanzo di Ballard però la storia era più impressionante, semplicemente perché partiva da un contesto credibile che soltanto in seguito degenerava. Il buco, invece, sin da subito mostra il suo carattere inverosimile: sia nella trama (la prigione di massima sicurezza strutturata in questo modo crudele) sia nei meccanismi, poiché proprio la piattaforma si sposta nei piani attraverso la levitazione; quindi, una volta appreso un contesto così estremo e soprattutto inverosimile (e viene appreso nei primi cinque minuti del film), è facile prevedere che le circostanze degenereranno nel modo peggiore e nel modo più eccessivo possibile, perché non c’è una base realistica da rispettare - e infatti, così accade: Il buco è un film violentissimo, così tanto da essersi meritato, in questi tempi tanto tolleranti, il visto censura che vieta la visione ai minori.

Il motivo di tali restrizioni sono evidenti nelle numerose scene violente, anche se la vera forza del film è soprattutto altrove, ovvero nella giustificazione metodica della violenza, in quella freddezza con la quale alcuni personaggi riescono a provocare sofferenza soltanto per un proprio tornaconto. La realtà raccontata è angosciante, poiché i rapporti interpersonali servono soltanto a soddisfare i propri bisogni di sopravvivenza. Persino il concetto di Dio viene richiamato per un proprio tornaconto: una volta al mese i prigionieri vengono spostati casualmente di piano, quindi possono finire nei piani superiori e saziarsi, oppure nei piani inferiori e fare la fame, e quando un personaggio chiede a un altro «Lei crede in dio?», l’altro risponde «Questo mese, sì». L’idea è quella di un mondo materialista, popolato da individui accecati dalla fame che pensano a saziarsi e ci pensano a discapito di chi viene dopo di loro (un altro riferimento ideologico). Il concetto in Il buco a tratti diventa scontato: la situazione inverosimile attenua il mordente delle situazioni mostrate perché tanto, troppo assurde, ma soprattutto perché troppo evidenti - anzi, «Ovvie».

Ci sono però anche problemi più pratici, come la regia altalenante dell’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia, il quale non riesce a sfruttare l’angustia degli spazi e anzi, predilige inquadrature (grandangolari, oppure che abbattono le pareti della cella) che danno l’impressione di allargarli. Al contrario, per inquadrare i personaggi privilegia primissimi piani, in modo da soffocarli e creare un’atmosfera minacciosa, tuttavia l’abuso di queste inquadrature gli fa perdere presto il loro valore drammatico. Nella regia c’è un’atmosfera di costante minaccia, tuttavia a tratti manca di consapevolezza e, forse, di audacia, soprattutto nella seconda parte del film, quando la situazione degenera e l’assurdità di alcune situazioni avrebbe richiesto un racconto filmico più sciolto.

Sentire i rumori viscidi provocati dai personaggi quando masticano, oppure vedere gli avanzi che appaiono disgustosi, rientrano in quei dettagli del film che creano una sincera reazione rivoltante, così come possono inorridire alcuni sviluppi, tuttavia non convince totalmente l’uso quasi pedante del significato del film, il quale a tratti fa apparire Il buco nient’altro di quello che mostra o dice. Il risultato finale soddisfa ma in modo insipido, perché, anche se il ritmo punta su un susseguirsi di situazioni su situazioni che mirano all'intrattenimento, infatti tutto cambia di scena in scena, a conti fatti Il buco più che un film allegorico appare fin troppo letterale.

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